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Art. 640 Codice Penale — Anno 2023

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1361 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Truffa aggravata dell’agriturismo: finto socio perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa aggravata nei confronti di un soggetto che, fingendosi gestore di un agriturismo, ha convinto le vittime a versare 11.000 euro per entrare in una fittizia società. I giudici hanno ritenuto pienamente configurabile l'aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità, poiché la somma sottratta è pari a quanto necessario a una famiglia media per provvedere alle proprie esigenze primarie per un intero anno. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, respingendo anche l'eccezione sulla tardività della querela, in quanto formulata in modo generico e non verificabile in sede di legittimità. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Tentata truffa in banca: la fuga non evita la condanna
Una donna si presenta in banca esibendo una patente falsa per negoziare un vaglia postale fittizio, dopo aver aperto un conto corrente. Quando l'impiegato si allontana per fotocopiare il documento, la donna scappa. La Corte di Cassazione conferma la condanna per tentata truffa e uso di atto falso. I giudici chiariscono che il direttore di filiale e pienamente legittimato a sporgere querela, in quanto responsabile della gestione e dei rischi dell'istituto. Inoltre, non si configura la desistenza volontaria: l'imputata non ha interrotto l'azione per libera scelta, ma solo perche spaventata dal controllo imminente sui documenti. Il ricorso viene rigettato con condanna alle spese.
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Omessa comunicazione delle variazioni patrimoniali: no alla truffa
Un soggetto, precedentemente condannato per associazione mafiosa, riceve un risarcimento danni di 178.000 euro per la morte di un parente ma non lo comunica alla Polizia tributaria entro i trenta giorni previsti. Viene inoltre accusato di truffa per aver nascosto tale somma durante una richiesta di riabilitazione. La Corte di Cassazione chiarisce che l'obbligo di comunicazione riguarda qualsiasi variazione patrimoniale, anche se derivante da fonti lecite come un risarcimento. Tuttavia, esclude il reato di truffa poiché l'inganno verso un giudice non configura tale illecito. Infine, accertata la precedente riabilitazione del condannato, viene meno la recidiva: il reato di omessa comunicazione delle variazioni patrimoniali risulta quindi estinto per prescrizione. Di conseguenza, la Cassazione annulla la condanna e revoca la confisca del denaro.
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Truffa in concorso: promesse di ricchezza e condanna finale
Due soggetti, un intermediario e un carrozziere, hanno convinto una coppia di coniugi ad acquistare auto incidentate, promettendo enormi guadagni con la rivendita in Polonia. Gli imputati hanno nascosto che i veicoli appartenevano a terzi o erano sottoposti a fermo amministrativo, incassando denaro in contanti senza emettere fatture. Il tribunale ha condannato solo l'intermediario, ma la Corte d'appello ha condannato anche il carrozziere. La Cassazione ha confermato la condanna per entrambi per il reato di truffa in concorso. I giudici hanno chiarito che le false promesse di profitto e la dissimulazione dello stato reale dei beni costituiscono veri e propri raggiri, e non un semplice inadempimento contrattuale. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando la responsabilità penale e l'obbligo di risarcimento.
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Truffa e remissione di querela: la Cassazione annulla la condanna
Un cittadino, precedentemente condannato per truffa nei primi due gradi di giudizio, ha proposto ricorso in Cassazione. Durante la pendenza del giudizio di legittimità, la vittima del reato si è presentata presso i Carabinieri per formalizzare la remissione di querela, accettata contestualmente dall'imputato. La Suprema Corte, applicando le novità della Riforma Cartabia che ha esteso la procedibilità a querela per il reato di truffa semplice, ha preso atto del ritiro della denuncia. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando il reato estinto. L'imputato è stato condannato unicamente al pagamento delle spese del processo, non essendoci un accordo diverso tra le parti.
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Revisione della sentenza di condanna: quando le prove non bastano
Il Condannato, ritenuto responsabile di truffa in concorso per la vendita fittizia di veicoli online con ricariche su una carta Postepay a lui intestata, ha richiesto la revisione della sentenza di condanna. La difesa ha presentato nuovi documenti informatici e una sentenza di assoluzione per fatti diversi per dimostrare l'estraneità del soggetto. La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità della richiesta. I giudici hanno stabilito che la revisione della sentenza di condanna esige prove nuove dotate di una forza dimostrativa tale da scardinare con certezza l'originario giudizio di colpevolezza. Nel caso di specie, i documenti prodotti sono stati ritenuti generici e inidonei a escludere la responsabilità concorsuale del ricorrente, che rimane definitivamente condannato e obbligato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Truffa aggravata: ricorso fotocopia rende definitiva la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di truffa aggravata ai danni di una societa in fallimento. Nei gradi precedenti, l'imputato era stato condannato a un anno e dieci mesi di reclusione, oltre al risarcimento dei danni. La difesa ha contestato la sussistenza degli elementi del reato, in particolare l'uso di artifizi e l'induzione in errore della vittima. Tuttavia, i giudici di legittimita hanno rilevato che il ricorso si limitava a riproporre le stesse tesi gia respinte dalla Corte d'Appello, senza muovere critiche specifiche alla sentenza impugnata. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma a favore della Cassa delle Ammende.
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Truffa all’INPS: confermato il sequestro preventivo al consulente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un Consulente del Lavoro contro il sequestro preventivo di oltre 197mila euro. L'uomo era indagato per truffa ai danni dell'INPS, avendo trasmesso comunicazioni di assunzione per rapporti di lavoro inesistenti, inclusi quelli della convivente e della cognata, e avendo guidato una finta lavoratrice tramite messaggi. La difesa contestava la mancanza di indizi e di profitto personale. La Suprema Corte ha chiarito che per il sequestro preventivo basta il fumus commissi delicti (la compatibilità astratta del reato) e che il profitto della truffa può andare a vantaggio di terzi. Il sequestro è stato quindi confermato.
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Sequestro preventivo per truffa: finto lavoro, vero reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una lavoratrice contro il sequestro preventivo per truffa finalizzato alla confisca di circa ottomila euro. L'indagata era accusata di aver partecipato a un sistema truffaldino, simulando un rapporto di lavoro con una ditta priva di reale struttura e licenze commerciali, al solo scopo di percepire indebitamente indennità di sostegno al reddito. La difesa contestava la sussistenza del reato e del pericolo nel ritardo. I giudici di legittimità hanno confermato la misura cautelare, ribadendo che il ricorso per cassazione contro i sequestri è limitato alle sole violazioni di legge e che la natura fungibile del denaro giustifica pienamente il pericolo di dispersione, rendendo legittimo il blocco dei conti.
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Diniego delle attenuanti generiche: truffatore perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa a carico di un soggetto, dichiarando inammissibile il suo ricorso. L'imputato contestava il trattamento sanzionatorio e il diniego delle attenuanti generiche, oltre alla mancata concessione della sospensione condizionale della pena. I giudici di legittimità hanno stabilito che il diniego delle attenuanti generiche è pienamente giustificato in presenza di numerosi precedenti penali, della continuazione della condotta fraudolenta nel tempo e della totale assenza di pentimento. Inoltre, la sospensione condizionale non poteva essere concessa poiché l'uomo aveva già usufruito di questo beneficio in passato, subendone poi la revoca. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale: incassa sulla prepagata e non spedisce
Un acquirente ha comprato online un drone pagando il prezzo tramite ricarica su una carta prepagata, ma il venditore non ha mai consegnato l'oggetto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'imputato per il reato di truffa contrattuale. I giudici hanno stabilito che l'accredito del denaro sulla carta prepagata intestata all'imputato costituisce una prova decisiva della sua responsabilità penale. Il ricorso della difesa è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna a sei mesi di reclusione e cento euro di multa, oltre al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Nullità del capo di imputazione: eccezione tardiva e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per truffa legata all'uso di una carta prepagata. La difesa lamentava la nullità del capo di imputazione per genericità delle accuse. I giudici hanno chiarito che la nullità del capo di imputazione ha natura relativa e deve essere eccepita tempestivamente all'inizio del processo di primo grado, entro i termini previsti dall'articolo 491 del codice di procedura penale. Di conseguenza, sollevare questa eccezione per la prima volta davanti alla Cassazione rende il motivo tardivo e inammissibile. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Particolare tenuità del fatto: negata per truffe ripetute
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per truffa continuata a cinque mesi di reclusione e 250 euro di multa. L'imputato chiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno respinto la richiesta evidenziando che il danno economico complessivo causato alle vittime superava i 1.900 euro. Inoltre, l'uomo registrava già due precedenti penali specifici per lo stesso reato. Questa circostanza esclude l'occasionalità della condotta illecita. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna penale e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Truffa contrattuale: quando la mancata consegna diventa reato
Un uomo ha messo in vendita un bene su un sito internet, incassando il pagamento su una carta Postepay a lui intestata e conducendo le trattative tramite la propria utenza telefonica, senza mai consegnare la merce. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale, respingendo la tesi della difesa che qualificava l'episodio come un semplice inadempimento civilistico. I giudici hanno evidenziato la preordinata volontà di raggirare l'acquirente al solo scopo di incassare il denaro. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa aggravata: il prestanome non evita la condanna penale
Una donna, formale titolare di un allevamento, è stata condannata per il reato di truffa aggravata ai danni dello Stato. La difesa sosteneva l'assenza di dolo, qualificando l'imputata come semplice prestanome del marito, effettivo gestore dell'azienda. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno accertato che l'imputata ha partecipato attivamente alla truffa, presentando una falsa denuncia di smarrimento di animali affetti da brucellosi per evitare l'abbattimento obbligatorio ordinato dall'autorità sanitaria. Tale condotta personale dimostra la piena consapevolezza e volontà del reato. Di conseguenza, la condanna a un anno di reclusione e alla multa è stata confermata, con l'aggiunta del pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricettazione di assegni rubati: condanna confermata in Cassazione
L'Imputato è stato condannato per i reati di truffa e ricettazione. Una perizia grafologica ha dimostrato che l'uomo aveva compilato due titoli di credito di provenienza furtiva, inserendo cifre e beneficiari e firmando la girata per l'incasso. La difesa sosteneva che i titoli fossero il pagamento per prestazioni lavorative non regolarizzate, ma i giudici hanno respinto la tesi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna a tre anni e sei mesi di reclusione. La Corte ha chiarito che la condotta integra perfettamente la ricettazione di assegni rubati e la truffa, escludendo la concessione delle attenuanti generiche a causa della pericolosità sociale del soggetto.
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Truffa ai caselli autostradali: pagare dopo non evita la pena
Un automobilista è stato condannato per il reato di truffa ai caselli autostradali per aver ripetutamente utilizzato la corsia riservata ai clienti Viacard pur essendo privo della relativa tessera, evitando così il pagamento del pedaggio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, che chiedeva di riqualificare il fatto come semplice insolvenza fraudolenta. I giudici hanno chiarito che l'accesso alla corsia riservata costituisce un vero e proprio raggiro idoneo a trarre in inganno la società autostradale. Inoltre, il fatto che l'automobilista avesse saldato i debiti in passato solo dopo la notifica dei verbali non esclude l'intenzione di frodare, ma anzi conferma la piena consapevolezza del comportamento illecito. L'automobilista perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Truffa continuata: l’ingenuità della vittima non scusa il reo
Una donna è stata condannata per il reato di Truffa continuata per aver richiesto ripetutamente somme di denaro alla vittima, rassicurandola falsamente sulla rinegoziazione di un mutuo. La difesa ha impugnato la condanna contestando l'idoneità degli inganni e l'utilizzabilità di registrazioni telefoniche e screenshot di messaggi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la scarsa attenzione o ingenuità della vittima non cancella la gravità della truffa. Inoltre, le registrazioni e le schermate dei messaggi sono prove pienamente valide. La condanna a due anni di reclusione e mille euro di multa è stata quindi confermata, con l'aggiunta del pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa aggravata: ricorso generico rende la condanna definitiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per il reato di truffa aggravata. I giudici di merito avevano accertato la sua responsabilità penale basandosi sulle dichiarazioni dettagliate della vittima e sui risultati di una perquisizione veicolare. La difesa ha contestato la decisione lamentando un vizio di motivazione, ma la Suprema Corte ha ritenuto i motivi di ricorso del tutto generici. L'atto di impugnazione non ha infatti contestato in modo specifico le argomentazioni della sentenza d'appello, violando le regole del codice di procedura penale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende, confermando in via definitiva la condanna a un anno di reclusione.
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Reato di truffa o semplice debito? La Cassazione decide
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa nei confronti di un soggetto che aveva raggirato la vittima nell'ambito della compravendita di un'automobile. La difesa sosteneva che il fatto costituisse un semplice inadempimento di natura civile e contestava l'utilizzo di alcuni messaggi SMS come prova. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La condanna si fonda infatti sulle dichiarazioni coerenti della persona offesa e dei testimoni, oltre che sui documenti della vendita, che dimostrano l'esistenza di veri e propri raggiri e l'intenzione di ingannare la vittima, superando i confini del mero illecito civile. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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