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Art. 640 Codice Penale — Anno 2023

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1361 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Truffa contrattuale: auto usata con chilometri dimezzati
Il Venditore è stato condannato per il reato di truffa contrattuale dopo aver venduto un'autovettura con il motore difettoso e il contachilometri manomesso, che indicava la metà dei chilometri effettivamente percorsi. Il Venditore ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo l'assenza di prove sulla sua diretta responsabilità nella manomissione dello strumento e contestando la sussistenza degli elementi del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la consegna di un veicolo con chilometraggio alterato costituisce un evidente artificio e raggiro, idoneo a trarre in inganno l'acquirente sulla reale usura del mezzo. Di conseguenza, la condanna del Venditore è stata confermata, con l'obbligo di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Patteggiamento e qualificazione giuridica: no a ripensamenti
L'Imputato ha concordato una pena per il reato di truffa, avendo finto di essere un avvocato per raggirare la vittima. Successivamente, ha proposto ricorso sostenendo che il fatto dovesse essere qualificato come sostituzione di persona. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento, il ricorso per contestare la qualificazione del reato è ammesso solo se vi è un errore manifesto ed evidente. Nel caso specifico, la falsa qualifica di avvocato è stata solo lo strumento per compiere la truffa. Di conseguenza, l'accordo originario resta valido e l'Imputato perde il ricorso, venendo condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Autoriciclaggio: spendere in lusso non cancella lo schermo estero
Due indagati hanno ideato una truffa telefonica convincendo due vittime a effettuare ingenti investimenti finanziari. Le somme sottratte, pari a oltre un milione di euro, sono state trasferite su conti esteri intestati a una società schermo e poi parzialmente reimpiegate. La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo dei beni dei ricorrenti, rigettando i motivi di ricorso sulla competenza territoriale e sulla configurabilità del reato. I giudici hanno chiarito che il reato di autoriciclaggio si perfeziona nel momento in cui i fondi illeciti vengono trasferiti alla società di comodo, ostacolandone la tracciabilità. Il successivo utilizzo del denaro per l'acquisto di beni di consumo personali costituisce solo un comportamento successivo irrilevante, che non cancella l'illecito penale già compiuto.
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Sequestro di dispositivi elettronici: quando la privacy cede
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità del sequestro di dispositivi elettronici, quali telefoni cellulari, computer e pen drive, appartenenti a un indagato per tentata truffa aggravata finalizzata all'ottenimento di finanziamenti pubblici. Il ricorrente lamentava la sproporzione del provvedimento e la mancata restituzione dei supporti fisici dopo l'estrazione dei dati. I giudici hanno stabilito che il decreto di sequestro era sufficientemente specifico, indicando chiaramente i criteri di pertinenza dei dati da cercare, come messaggi e contratti relativi al reato. La Corte ha inoltre chiarito che la copia forense non costituisce un accertamento tecnico irripetibile e che eventuali contestazioni sulla mancata restituzione dei dispositivi vanno sollevate tramite istanza di restituzione al pubblico ministero, e non impugnando il decreto di sequestro.
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Reato di truffa: pietre senza valore pagate a caro prezzo
Due soggetti sono stati condannati per il reato di truffa per aver messo in atto la cosiddetta truffa del marinaio. Gli imputati hanno finto di possedere gioielli di valore da vendere d'urgenza, convincendo la vittima a consegnare 1.500 euro in cambio di pietre senza alcun valore. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione, eccependo l'inattendibilità del riconoscimento fotografico e l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno confermato l'attendibilità della vittima e hanno ricalcolato i termini di prescrizione, evidenziando che le sospensioni processuali, pari a 329 giorni, hanno spostato la scadenza a una data successiva alla sentenza d'appello. Di conseguenza, i ricorrenti hanno perso la causa e sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale: quando l’assegno postdatato diventa reato
Un intermediario commerciale ha acquistato ripetute partite di birra da un birrificio pagando con assegni postdatati e rassicurando falsamente il fornitore sulla futura disponibilità economica. Al momento dell'incasso, gli assegni sono risultati insoluti, causando un grave danno economico al venditore. Inoltre, l'uomo ha reso false dichiarazioni per evitare il pignoramento dei propri beni. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna per i reati di truffa e mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice. I giudici hanno ribadito che la consegna di un assegno postdatato, accompagnata da false rassicurazioni sulla provvista finanziaria, configura il reato di truffa contrattuale e non un semplice inadempimento civile.
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Remissione di querela: truffa cancellata ma resta la condanna
L'Imputato era stato condannato per truffa aggravata e sostituzione di persona. Durante il processo di primo grado, la persona offesa aveva dichiarato di voler ritirare la denuncia. Con l'entrata in vigore della Riforma Cartabia, il reato di truffa aggravata è diventato procedibile solo su querela di parte. La Corte di Cassazione ha stabilito che la precedente remissione di querela estingue il reato di truffa. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la condanna per truffa aggravata. Al contrario, la condanna per il reato di sostituzione di persona, procedibile d'ufficio, è diventata definitiva. La Suprema Corte ha quindi rinviato gli atti alla Corte d'appello esclusivamente per ricalcolare la pena complessiva, confermando l'importanza della remissione di querela per i reati resi procedibili a querela dalla recente riforma.
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Estorsione sul lavoro: firmare il falso o perdere il posto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione sul lavoro e truffa ai danni di un amministratore di una cava. L'imputato costringeva i dipendenti a firmare false ricevute di pagamento degli stipendi, minacciandoli di licenziamento o di chiusura dell'attività. Inoltre, presentava false autocertificazioni al Comune per pagare canoni di estrazione inferiori al dovuto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la minaccia di perdere il posto di lavoro configura il reato anche se prospettata come conseguenza di una crisi aziendale. Inoltre, i successivi controlli del Comune sulle dichiarazioni non escludono il reato di falso.
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Remissione di querela: addio condanna per truffa in Cassazione
Un uomo, condannato in appello per truffa a sei mesi di reclusione, ha proposto ricorso in Cassazione. Successivamente alla sentenza di secondo grado, ma prima della scadenza dei termini per impugnare, la vittima ha formalizzato la remissione di querela davanti ai Carabinieri, accettata dal difensore dell'imputato. La Corte di Cassazione ha dichiarato ammissibile il ricorso presentato al fine di far valere la remissione di querela sopravvenuta. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'estinzione del reato. Le spese del procedimento sono state poste a carico dell'imputato, in mancanza di un accordo diverso tra le parti.
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Reati prescritti e riduzione della confisca: ricorso respinto
Il Professionista ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello che, dichiarando prescritti alcuni reati di truffa e falso, aveva ridotto l'importo della confisca. Il ricorrente lamentava la mancanza di motivazione sui criteri di calcolo della riduzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità. I giudici hanno chiarito che la corte territoriale aveva specificato con precisione le somme escluse, corrispondenti al profitto dei singoli reati prescritti (ossicodone e vaccinazioni). Di conseguenza, la determinazione della riduzione della confisca era corretta e ampiamente motivata. La Corte ha inoltre escluso la condanna alle spese in favore della parte civile, poiché l'oggetto del giudizio riguardava solo la misura di sicurezza patrimoniale.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: da vittima a complice
Un imprenditore, condannato per associazione mafiosa e truffa, ha presentato un ricorso straordinario per errore di fatto contro la sentenza della Corte di Cassazione. La difesa sosteneva che i giudici avessero commesso una svista nel ritenere conformi le decisioni di primo e secondo grado e nel valutare la transizione dell'imputato da vittima di estorsione a soggetto colluso. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso straordinario per errore di fatto può correggere solo sviste materiali o di percezione visiva degli atti interni, e non presunti errori di valutazione logica o di interpretazione delle norme giuridiche. Di conseguenza, l'imprenditore è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per Cassazione: sanzione da 3000 euro
Due imputati, condannati in primo grado per truffa, ottengono in appello la dichiarazione di prescrizione del reato, ma restano obbligati al risarcimento dei danni civili. Gli stessi propongono ricorso dinanzi alla Suprema Corte contestando nuovamente la qualificazione giuridica del fatto. La Corte di Cassazione dichiara l'inammissibilità del ricorso per Cassazione poiché i motivi presentati sono meramente ripetitivi di questioni già ampiamente e correttamente risolte dai giudici d'appello. Di conseguenza, i ricorrenti perdono definitivamente la causa e vengono condannati al pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende per aver presentato un ricorso palesemente infondato.
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Reato di truffa: la foto inchioda il colpevole in Cassazione
Un uomo, condannato per il reato di truffa, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'attendibilità della vittima e la validità del riconoscimento fotografico effettuato durante le indagini. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione delle prove in Cassazione se la decisione precedente è logicamente motivata. Nel caso specifico, il riconoscimento fotografico era pienamente attendibile poiché la vittima aveva trascorso del tempo con l'autore del reato e la polizia aveva riscontrato i fatti tramite tabulati telefonici. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa, ricorso per cassazione inammissibile: condanna confermata
Un uomo, condannato nei precedenti gradi di giudizio per il reato di truffa, ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione contestando la propria responsabilità penale e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso per cassazione inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che i motivi presentati dalla difesa erano del tutto generici e miravano esclusivamente a ottenere una nuova valutazione delle prove e dei fatti, operazione preclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, la condanna originaria è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Tentata truffa: la pena è ridotta ma la Cassazione non fa sconti
Un uomo, condannato nei precedenti gradi di giudizio per il reato di tentata truffa, ha proposto ricorso in Cassazione contestando il calcolo della pena e l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la sanzione era stata correttamente quantificata al di sotto della media edittale. Inoltre, la riduzione per il tentativo non doveva essere applicata nella misura massima, dato lo stadio molto avanzato dell'azione criminosa. Le contestazioni sulla pericolosità sociale del condannato sono state ritenute generiche e ripetitive. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: la truffa costa cara
Un cittadino, condannato per il reato di truffa, ha proposto ricorso davanti alla Corte di Cassazione contestando la propria responsabilità penale e la severità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché i motivi presentati dalla difesa erano del tutto generici. Il ricorrente si è limitato a riproporre contestazioni astratte, senza confrontarsi criticamente con le dettagliate motivazioni già espresse dalla Corte di Appello. Di conseguenza, i giudici non hanno potuto esaminare il merito della vicenda. Oltre al rigetto del ricorso, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle ammende per aver presentato un ricorso palesemente infondato.
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Truffa: no alla particolare tenuità del fatto con precedenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per truffa. Il ricorrente invocava l'applicazione della particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che la gravità delle modalità della condotta e la presenza di precedenti penali della stessa indole dimostrano l'abitualità del comportamento illecito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricettazione di assegni rubati: il finto pagamento costa caro
L'Imputato ha acquistato merce pagandola con assegni di provenienza furtiva, minacciando poi una delle vittime che protestava per il mancato pagamento. La Corte d'Appello lo ha condannato per truffa, minaccia e ricettazione di assegni rubati. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la nullità delle notifiche effettuate presso il vecchio difensore che aveva rinunciato al mandato e contestando l'elemento soggettivo del reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'elezione di domicilio presso il difensore resta valida anche dopo la rinuncia al mandato, se non espressamente revocata. Inoltre, ricevere e compilare assegni in bianco da sconosciuti configura il dolo eventuale della ricettazione di assegni rubati, poiché l'agente accetta consapevolmente il rischio della provenienza illecita dei titoli.
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Truffa a consumazione prolungata: l’affitto truccato costa caro
Il Locatore ha stipulato un contratto d'affitto commerciale con La Società Conduttrice, nascondendo che l'immobile era pignorato. L'accordo prevedeva che la società eseguisse lavori per 200.000 euro in cambio dell'esenzione dall'affitto per quattro anni. Scoperto il pignoramento, la società ha dovuto pagare i canoni al custode giudiziario, perdendo il recupero delle spese. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Locatore, confermando la condanna per truffa aggravata. I giudici hanno chiarito che si tratta di una truffa a consumazione prolungata: il reato non si consuma al momento della firma, ma continua finché dura il danno periodico derivante dal mancato recupero delle spese di ristrutturazione. Di conseguenza, il reato non è prescritto e il Locatore perde definitivamente la causa.
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Sospensione della prescrizione: stop automatico anche senza atto
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso delle parti civili contro la decisione d'appello che aveva dichiarato prescritto un reato di truffa aggravata prima della sentenza di primo grado. La Suprema Corte ha chiarito che la sospensione della prescrizione opera automaticamente (ope legis) in caso di rinvio dell'udienza richiesto dalla difesa o dovuto a suo legittimo impedimento, senza necessità di un formale provvedimento del giudice. Ricalcolando correttamente i periodi di sospensione (pari a 287 giorni complessivi), il reato non risultava affatto prescritto al momento della decisione di primo grado. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza impugnata limitatamente agli effetti civili, rinviando la causa al giudice civile competente per un nuovo giudizio sul risarcimento del danno.
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