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Art. 640 Codice Penale — Anno 2026

722 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Mandato di arresto europeo: tra presunta truffa e consegna reale
L'Autorità giudiziaria austriaca ha emesso un mandato di arresto europeo nei confronti di un trasportatore accusato di truffa e appropriazione indebita per finti trasporti di alluminio con un danno superiore a 175.000 euro. La Corte d'Appello ha autorizzato la consegna all'estero dell'imputato. Quest'ultimo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata traduzione integrale degli atti, l'insussistenza della doppia incriminazione e l'omessa valutazione di documenti attestanti lo scarico della merce. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarificando che la traduzione già presente negli atti era completa e che il giudice italiano non deve valutare la gravità degli indizi di colpevolezza, compito spettante esclusivamente al giudice straniero. Di conseguenza, la consegna dell'imputato è stata confermata.
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Truffa con assegno falso: non è un semplice inadempimento civile
L'Imputato acquista un bene consegnando contestualmente al venditore un assegno rivelatosi poi contraffatto. La difesa sostiene che si tratti di un semplice inadempimento contrattuale non punibile penalmente. La Corte di Cassazione respinge la tesi difensiva e conferma che la consegna contestuale di un titolo di credito alterato integra pienamente la Truffa con assegno falso. La falsità emersa al momento dell'incasso non trasforma l'inganno in una mera lite civile. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per genericità e sanzione pecuniaria
L'Imputata è stata condannata nei gradi di merito per i reati di truffa e spendita di monete falsificate. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'omesso riconoscimento delle attenuanti generiche e la mancata valutazione del proscioglimento. La Corte Suprema ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per genericità dei motivi presentati. I giudici hanno chiarito che le doglianze non indicavano elementi concreti per contrastare la motivazione logica e corretta della sentenza d'appello. Di conseguenza, L'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa online: inammissibilità del ricorso per cassazione
Un cittadino accusato di truffa ha proposto impugnazione contro la sentenza di condanna della Corte d'appello. L'accusa contestava l'utilizzo di una carta ricaricabile per incassare i proventi del reato, seguito da una falsa denuncia di smarrimento per precostituirsi un alibi. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna. I giudici hanno ribadito l'inammissibilità del ricorso per cassazione in presenza di motivi generici che chiedono solo una nuova valutazione dei fatti già accertati nel merito. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e la somma di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reato continuato: la Cassazione nega il disegno criminoso
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione per contestare la mancata applicazione della disciplina del reato continuato in relazione a diversi episodi di truffa. La Corte Suprema ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice ripetizione di condotte illecite vicine nel tempo non dimostra un unico disegno criminoso pianificato dall'inizio. Al contrario, la frequenza dei reati rivela solo una spinta occasionale a delinquere. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende, confermando la decisione di merito.
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Inammissibilità del ricorso per truffa e sanzione pecuniaria
L'Imputata è stata condannata nei gradi di merito per il reato di truffa. La donna ha proposto ricorso in Cassazione denunciando la violazione di legge e il difetto di motivazione della sentenza impugnata. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per truffa poiché i motivi presentati erano del tutto generici e privi di indicazioni specifiche sugli elementi di censura, in violazione del codice di procedura penale. I giudici hanno inoltre stabilito che le successive memorie depositate dalla difesa non possono sanare la genericità iniziale dell'atto. Di conseguenza, l'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso in cassazione: condanna e sanzione
L'Imputato propone impugnazione contro la condanna per i reati di truffa e ricettazione. La Corte Suprema dichiara l'inammissibilità del ricorso in cassazione poiché la difesa ripropone le medesime argomentazioni di merito già respinte nei gradi precedenti. I giudici evidenziano che la presenza della recidiva qualificata aumenta la pena massima edittale e porta il termine di prescrizione a venti anni. Risulta inoltre legittimo il divieto di prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva in assenza di specifica impugnazione. L'impugnazione è respinta con condanna del soccombente alle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa online: il ritiro della querela cancella la condanna
L'imputata è stata accusata del reato di truffa online per aver venduto prodotti sul web senza consegnarli all'acquirente, sfruttando la distanza per nascondere la propria identità. Nel corso del processo penale, l'acquirente ha dichiarato di ritirare la querela. A seguito delle recenti riforme normative, la truffa commessa a distanza con strumenti telematici che ostacolano l'identificazione costituisce un'aggravante specifica, punibile soltanto a querela di parte. La Corte di Cassazione ha chiarito che l'ostacolo all'identificazione derivava esclusivamente dall'uso del mezzo informatico. Di conseguenza, il ritiro della querela ha determinato l'estinzione del reato. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di condanna senza rinvio, ponendo le sole spese processuali a carico dell'imputata.
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Inammissibilità del ricorso per truffa: condanna definitiva
L'Imputata impugna la sentenza di condanna per il reato di truffa presentando ricorso davanti alla Corte di Cassazione. I giudici rilevano che i motivi proposti ripetono semplicemente quanto già espresso in appello, senza criticare in modo specifico la decisione precedente. La Suprema Corte dichiara l'inammissibilità del ricorso per truffa, confermando la pena irrogata e il diniego della sospensione condizionale della pena, concessa già due volte in passato. L'Imputata subisce la condanna definitiva, con il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Falsa agenzia e vera fiducia: condanna per truffa aggravata
L'Agente Assicurativo proponeva a diversi clienti investimenti e polizze vantaggiosi per conto di una ditta non più operativa o fittizia. Sfruttando la fiducia maturata in anni di rapporti professionali, riscuoteva somme rilevanti senza mai versarle alle compagnie reali. Condannata nei primi gradi di giudizio, proponeva ricorso per Cassazione sostenendo la legittimità della propria attività e l'assenza di inganni, qualificando le somme come prestiti personali. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per la truffa aggravata. I giudici hanno chiarito che il reato sussiste anche se l'attività professionale svolta è irregolare o fittizia, poiché ciò che conta è lo sfruttamento del rapporto fiduciario per ingannare la vittima e ottenere un ingiusto profitto.
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Sequestro preventivo per truffa: la Cassazione blocca il ricorso
L'Indagato ha proposto ricorso in Cassazione contro il decreto di sequestro preventivo per truffa emesso per oltre due milioni di euro. L'accusa riguarda l'ottenimento indebito di somme tramite il bonus facciate e l'emissione di fatture per operazioni mai eseguite. L'indagato ha lamentato la mancanza di motivazione autonoma da parte del giudice e l'assenza del pericolo nel ritardo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che il decreto originale conteneva un'adeguata e autonoma ricostruzione dei fatti. Inoltre, la contestazione sul pericolo non era mai stata presentata prima al Tribunale del Riesame, rendendola un argomento nuovo non proponibile direttamente in Cassazione. L'Indagato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Dichiarazioni della persona offesa: truffa o semplice illecito
Due soggetti sono stati condannati per il reato di truffa sulla base del racconto fornito dalla vittima. Gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'inaffidabilità del testimone e chiedendo di derubricare il fatto a semplice inadempimento contrattuale di natura civile. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che le dichiarazioni della persona offesa possono fondare da sole la condanna dell'imputato, senza la necessità di riscontri esterni, purché il racconto risulti credibile e coerente. Inoltre, la condotta integra una vera truffa penale e non un mero illecito civile. I ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Indebito utilizzo di carte di credito: reato anche senza tessera
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da L'Imputata, confermando la condanna per il reato di indebito utilizzo di carte di credito. La difesa sosteneva che la condotta dovesse essere riqualificata come truffa, argomentando che L'Imputata non possedeva fisicamente la tessera di pagamento. I giudici hanno chiarito che per configurare il reato non occorre il possesso materiale del supporto plastificato. È sufficiente utilizzare in modo non autorizzato i dati identificativi e i codici personali della vittima. Di conseguenza, L'Imputata perde definitivamente il ricorso, deve pagare le spese del processo e versare la somma di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Finto carabiniere e truffa agli anziani: è tentata estorsione
Due malviventi hanno organizzato un raggiro ai danni di una donna di ottantasei anni. Un complice si è spacciato per un maresciallo dei Carabinieri, minacciando l'arresto del figlio e del nipote della donna se questa non avesse consegnato una somma di denaro a un finto incaricato postale. L'intervento dei condòmini ha sventato il piano. I giudici di merito hanno qualificato il fatto come tentata estorsione aggravata dalla minorata difesa. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la condanna, dichiarando inammissibili i ricorsi dei due imputati. I giudici hanno chiarito che prospettare il pericolo di un arresto imminente per costringere la vittima a pagare configura la tentata estorsione e non una semplice truffa, poiché la volontà della donna è stata gravemente coartata sfruttando la sua particolare vulnerabilità legata all'età avanzata.
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Truffa e sostituzione di persona: l’uso di dati terzi è reato
L'Imputato ha utilizzato indebitamente i documenti d'identità di due soci per stipulare contratti di leasing e acquistare veicoli intestandoli alla loro società. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per la truffa e sostituzione di persona. La difesa sosteneva l'esistenza di un accordo verbale e la mancanza di prove sulla falsificazione delle firme. I giudici hanno chiarito che il reato sussiste anche se il danno economico ricade su un soggetto diverso rispetto a chi subisce l'inganno diretto. La presenza di autentiche comunali false e il possesso materiale dei veicoli confermano la penale responsabilità dell'Imputato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giustizia, a tremila euro per la Cassa delle Ammende e alla rifusione delle spese legali in favore delle parti civili.
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Assorbimento della truffa e reati fiscali: la Cassazione decide
Un professionista è stato condannato per reati tributari e frodi fiscali commesse attraverso l'uso di crediti fittizi, fatture false e modelli di pagamento falsificati. La Corte di Cassazione ha analizzato il ricorso valutando l'assorbimento della truffa all'interno dei reati fiscali speciali. I giudici di legittimità hanno stabilito che il reato di truffa aggravata ai danni dello Stato è assorbito in quello di dichiarazione fraudolenta, poiché la condotta illecita esaurisce il proprio disvalore penale nelle norme tributarie speciali. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la condanna per la truffa contestata a uno dei capi di imputazione, rideterminando la pena finale in tre anni e due mesi di reclusione. La Corte ha inoltre annullato con rinvio la decisione sulla confisca per equivalenti, disponendo un nuovo calcolo del profitto realmente conseguito dal professionista, e ha rigettato il ricorso nel resto.
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Truffa in concorso: ricorso inammissibile e condanna confermata
Due soggetti hanno subito la condanna per il reato di truffa in concorso ai danni di una persona offesa. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione per contestare la valutazione delle prove, la quantificazione della pena e la mancata concessione delle pene sostitutive. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sulla responsabilità riproponevano argomenti già respinti in appello senza criticare la sentenza. La determinazione della sanzione rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Inoltre, la richiesta di pene sostitutive non era stata formulata nel precedente grado di giudizio. La Suprema Corte ha condannato entrambi i ricorrenti al pagamento delle spese processuali, di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammiende e al risarcimento delle spese legali sostenute dalla parte civile.
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Truffa e accredito del profitto: la condanna senza la querela
L'Imputato ha subito una condanna per il reato di truffa e accredito del profitto in relazione alla finta locazione di un appartamento. Il ricorrente sosteneva la mancanza di prove dopo che la Corte d'Appello aveva dichiarato inutilizzabile la querela della vittima. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la responsabilità penale basandosi sui tracciamenti della carta di pagamento ricaricabile, sui documenti di identità, sui messaggi e sulle testimonianze dei gestori dell'immobile. La Suprema Corte ha stabilito un principio chiaro: chi incassa il denaro provento del raggiro si considera autore dell'illecito, salvo la prova contraria dell'intervento autonomo di terzi. L'Imputato non ha fornito alcuna spiegazione alternativa credibile. La Cassazione lo ha condannato al pagamento delle spese e a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Commisurazione della pena: la Cassazione conferma la sanzione
Un cittadino condannato per truffa aggravata e sostituzione di persona ha proposto ricorso in Cassazione lamentando difetto di motivazione sulla commisurazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. I giudici hanno chiarito che il calcolo della sanzione rientra nella discrezionalità del giudice di merito, il quale ha adeguatamente motivato la gravità del fatto (danno di particolare gravità compiuto mediante sostituzione di persona) e la personalità negativa dell'imputato, gravato da precedenti specifici. La decisione ha comportato la condanna al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per truffa: la condanna è definitiva
L'Imputato ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che ne affermava la responsabilità per il reato di truffa. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per truffa in quanto i motivi presentati si limitavano a riprodurre le medesime argomentazioni già analizzate e respinte nei precedenti gradi di giudizio. I giudici hanno ribadito che la Cassazione non costituisce un terzo grado di merito e non può effettuare una nuova valutazione dei fatti o delle prove. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna definitiva dell'Imputato, ordinando anche il pagamento delle spese processuali e il versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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