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Art. 640 Codice Penale — Anno 2023

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1361 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Termine per l’impugnazione scaduto: condanna definitiva per truffa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per truffa. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna in primo grado con una sentenza emessa con motivazione contestuale. Il ricorrente ha depositato il ricorso oltre il termine per l'impugnazione di quindici giorni, previsto dalla legge per questa tipologia di provvedimenti. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno respinto il ricorso per tardività, condannando l'imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Truffa ed estorsione: la differenza tra inganno e minaccia
Il caso esamina la condotta di un uomo condannato per truffa, sostituzione di persona ed estorsione. L'imputato ha richiesto la riqualificazione dell'estorsione in truffa aggravata. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito la differenza tra truffa ed estorsione: la prima fase della condotta, basata su raggiri per ottenere denaro, costituisce truffa vessatoria; la seconda fase, caratterizzata da minacce reali per costringere la vittima a sborsare altre somme, configura invece il reato di estorsione. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese e una sanzione di tremila euro.
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Tentata truffa: ricorso generico e condanna inevitabile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da due soggetti condannati per il reato di tentata truffa. I giudici di merito avevano accertato la responsabilità penale dei ricorrenti, i quali hanno proposto ricorso lamentando un vizio di motivazione. La Suprema Corte ha rilevato che le contestazioni sollevate erano del tutto generiche e prive di un reale nesso critico con le sentenze precedenti. Inoltre, tali censure non erano state sollevate durante il giudizio di appello. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti, confermando la condanna e sanzionando i ricorrenti con il pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Sospensione condizionale della pena: risarcire o andare in cella
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per truffa. L'imputato contestava la decisione del giudice di subordinare la sospensione condizionale della pena al risarcimento dei danni senza aver prima verificato le sue reali condizioni economiche. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice della cognizione non è tenuto a svolgere accertamenti patrimoniali preventivi, poiché la verifica dell'eventuale impossibilità di pagare spetta esclusivamente al giudice dell'esecuzione. L'imputato perde il ricorso e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Truffa tramite ricarica Postepay: condanna per l’intestatario
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa a carico di un soggetto, dichiarando inammissibile il suo ricorso. La vicenda nasce da una truffa tramite ricarica Postepay, in cui la vittima ha versato una somma di denaro su una carta prepagata intestata all'imputato. I giudici hanno ritenuto provata la responsabilità penale del titolare della carta, poiché non è emerso alcun utilizzo della stessa da parte di terzi. La Suprema Corte ha inoltre confermato il diniego della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche, evidenziando la gravità del danno economico e i precedenti penali dell'uomo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa continuata: la carta prepagata smentisce l’innocenza
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa continuata a carico di un soggetto intestatario di una carta prepagata utilizzata per incassare i proventi illeciti. L'imputata contestava la prova della propria responsabilità, ma i giudici hanno stabilito che la titolarità della carta, in assenza di spiegazioni alternative plausibili, costituisce prova logica del concorso nel reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, negando anche le circostanze attenuanti generiche a causa della totale assenza di pentimento o di comportamenti positivi della condannata, che ora dovrà pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Truffa per assenteismo: condannato il dipendente infedele
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa aggravata nei confronti di un dipendente di una società municipalizzata di trasporti. Il lavoratore si allontanava ingiustificatamente dal posto di lavoro per sbrigare faccende personali in orario d'ufficio, omettendo di comunicare le assenze e presentando falsi report di presenza. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso del dipendente, ribadendo che tale condotta integra pienamente gli artifici e raggiri tipici della truffa per assenteismo. Inoltre, i giudici hanno escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto a causa della sistematica abitualità della condotta e del grave danno arrecato a un servizio pubblico essenziale. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa e estorsione a un sacerdote: condanna definitiva
Un uomo è stato condannato per i reati di truffa e estorsione ai danni di un sacerdote. L'imputato aveva finto di aver bisogno di costose cure mediche e aveva promesso la restituzione del denaro millantando la vendita di un immobile inesistente. Inoltre, aveva estorto somme di denaro alla vittima, come confermato dai messaggi inviati alla curia. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la condanna penale. I giudici hanno evidenziato la gravità dei fatti, la pluralità dei reati e la totale assenza di resipiscenza del colpevole, escludendo la concessione delle attenuanti generiche. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Finto legale e truffa: inammissibile l’esercizio abusivo della professione forense
Un uomo è stato condannato per truffa ed esercizio abusivo della professione forense per essersi finto avvocato. La Corte d'Appello ha dichiarato prescritto il reato di esercizio abusivo, riducendo la pena ma confermando la condanna per truffa. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la responsabilità penale e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi erano del tutto generici e privi di un reale confronto critico con la sentenza impugnata. Di conseguenza, la condanna per truffa è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: la condanna resta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un soggetto per i reati di sostituzione di persona, truffa e ricettazione. L'imputato aveva proposto ricorso lamentando una errata valutazione delle prove e la mancata dichiarazione di prescrizione dei reati. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano generici e non si confrontavano con le motivazioni della sentenza d'appello, in particolare riguardo ai periodi di sospensione della prescrizione. Per queste ragioni, la Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Individuazione fotografica: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di truffa. L'imputato contestava la validità dell'individuazione fotografica effettuata dalla vittima e la valutazione delle prove. I giudici hanno chiarito che l'individuazione fotografica era pienamente attendibile, poiché confermata dal fatto che l'uomo possedeva il veicolo usato per trasportare la refurtiva. La Cassazione ha ribadito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto e il ricorrente è stato condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa tramite ricarica Postepay: la carta intestata condanna
L'Imputato è stato condannato per il reato di Truffa tramite ricarica Postepay dopo che la vittima ha effettuato versamenti su una carta prepagata a lui intestata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, poiché mirava a una inammissibile rivalutazione delle prove già ampiamente verificate nei precedenti gradi di giudizio. Gli accertamenti presso Poste Italiane e le ricevute dei versamenti mostrate ai carabinieri hanno confermato la colpevolezza, portando alla condanna definitiva dell'Imputato e al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Danno patrimoniale di speciale tenuità: no a sconti per truffa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per truffa in concorso. L'imputato contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della circostanza del danno patrimoniale di speciale tenuità. I giudici hanno chiarito che il diniego delle attenuanti generiche era giustificato dalla gravità del fatto e dalla recidiva del reo. Inoltre, per la concessione dell'attenuante del danno patrimoniale di speciale tenuità, il pregiudizio economico deve essere oggettivamente irrisorio e lievissimo. Non rileva, invece, la capacità economica della vittima di sopportare la perdita finanziaria. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa e circostanze attenuanti generiche: no allo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per truffa. L'imputato contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e la mancata prescrizione del reato. I giudici hanno chiarito che la concessione delle circostanze attenuanti generiche rientra nella discrezionalità del giudice di merito, il quale ha legittimamente valorizzato la gravità del fatto e la tendenza del soggetto a commettere reati contro il patrimonio. Inoltre, calcolando i periodi di sospensione, la prescrizione non era maturata. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione alla Cassa delle ammende.
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Reato di peculato: fondi pubblici usati per affari privati
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il Reato di peculato e corruzione nei confronti dell'ex Presidente di un Consorzio di bonifica. L'imputato aveva utilizzato i fondi dell'ente pubblico per pagare onorari gonfiati a un notaio compiacente e per acquistare azioni personali. Inoltre, aveva affidato incarichi al professionista senza gara d'appalto, ricevendone in cambio prestazioni notarili personali gratuite. La difesa sosteneva che il Consorzio fosse un ente privato e che i fatti costituissero una semplice truffa. La Suprema Corte ha rigettato la tesi, chiarendo che i consorzi di bonifica sono enti pubblici e che il loro presidente è un pubblico ufficiale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna a due anni e dieci mesi di reclusione, oltre al risarcimento dei danni.
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Prescrizione del reato e recidiva: la Cassazione nega lo sconto
Il caso riguarda un uomo condannato per due truffe con l'aggravante della recidiva qualificata, ritenuta equivalente alle attenuanti generiche. L'imputato ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata estinzione dei reati per decorso dei termini. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, chiarendo che per la prescrizione del reato e recidiva qualificata, quest'ultima rileva sempre nel calcolo del tempo necessario a prescrivere, anche se il giudice l'ha ritenuta equivalente o inferiore alle attenuanti. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di truffa: finto tecnico condannato dalla Cassazione
Un finto tecnico di caldaie ha raggirato una cliente fingendosi un riparatore autorizzato. L'uomo ha incassato 450 euro per una riparazione mai eseguita, costringendo la vittima a rivolgersi a un vero professionista. Condannato nei primi gradi di giudizio, l'uomo ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo l'assoluzione o l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per il reato di truffa. I giudici hanno chiarito che le modalità ingannevoli della condotta escludono la particolare tenuità del fatto. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata se le truffe sono seriali
L'Imputato è stato condannato per due reati di truffa commessi con le stesse modalità ai danni di tre persone diverse nel giro di pochi giorni. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'abitualità della condotta, dimostrata dalla reiterazione delle truffe in un ristretto arco temporale, esclude categoricamente la particolare tenuità del fatto. Inoltre, le questioni di merito non sollevate in appello non possono essere riproposte in Cassazione. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa contrattuale o semplice debito? La Cassazione decide
Due coniugi hanno acquistato un terreno firmando un contratto preliminare, scoprendo solo successivamente la presenza di ipoteche e la mancanza del permesso di costruire. Ritenendosi ingannati, hanno denunciato i venditori per truffa contrattuale. Tuttavia, nel contratto i venditori si erano espressamente impegnati a liberare il terreno dai vincoli e a ottenere i permessi prima del rogito definitivo. Inoltre, le somme versate dai coniugi sono state regolarmente registrate nei bilanci societari e non intascate dai singoli soci. La Corte di Cassazione ha confermato l'assoluzione dei venditori, dichiarando inammissibile il ricorso dei coniugi. Non si configura la truffa contrattuale se l'impegno a sanare la situazione è contrattualmente previsto e manca l'ingiusto profitto.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermata la truffa
L'Imputato è stato condannato per il reato di truffa per aver incassato indebitamente un vaglia postale. Contro la sentenza della Corte d'Appello, l'uomo ha proposto ricorso lamentando una errata valutazione delle prove sulla sua identificazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti o una diversa ricostruzione storica in sede di cassazione, se la motivazione del giudice di merito è logica e priva di vizi giuridici. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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