LexCED: l'assistente legale basato sull'intelligenza artificiale AI. Chiedigli un parere, provalo adesso!

Art. 640 Codice Penale — Anno 2023

Pagina 7 di 40

1361 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Concordato in appello: l’accordo vincola e vieta i ricorsi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per truffa e accesso abusivo a sistema informatico. Il primo, un consulente finanziario, contestava l'utilizzo delle intercettazioni e la ricostruzione dell'accesso abusivo ai sistemi di Poste Italiane. La Corte ha chiarito che non è possibile richiedere una rivalutazione del merito in sede di legittimità. Il secondo ricorrente aveva concordato la pena in secondo grado tramite l'istituto del concordato in appello. Successivamente, ha impugnato la sentenza contestando la quantificazione della sanzione. I giudici hanno ribadito che il concordato in appello preclude la possibilità di contestare la misura della pena concordata, salvo il caso di pena illegale. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Termine a comparire violato: prescrizione cancella la condanna
L'Imputato, condannato in primo grado per truffa aggravata, propone ricorso in Cassazione lamentando la violazione del termine a comparire per il giudizio d'appello. La citazione era stata infatti notificata solo sedici giorni prima dell'udienza, violando il termine minimo di venti giorni previsto dalla legge. Nonostante la tempestiva eccezione della difesa, la Corte d'Appello aveva proceduto in sua assenza. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso rilevando la nullità della citazione. Tuttavia, i giudici constatano che nel frattempo è maturata la prescrizione del reato. Applicando il principio per cui la causa estintiva prevale sulle nullità processuali in assenza di prove evidenti di innocenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata. L'Imputato ottiene così la cancellazione della condanna.
Continua »
Truffa contrattuale on-line: conta il clic, non la carta
Nel corso di un procedimento per truffa contrattuale on-line, i difensori degli imputati eccepivano l'incompetenza del Tribunale di Chieti. Sostenevano che il reato si fosse consumato a Crotone, luogo di attivazione della carta ricaricabile su cui era confluito il pagamento. La Corte di Cassazione, risolvendo il rinvio pregiudiziale, ha invece confermato la competenza del Tribunale di Chieti. I giudici hanno stabilito che, nei casi di truffa contrattuale on-line con ricarica di carte prepagate, il reato si consuma nel tempo e nel luogo in cui la vittima effettua il versamento del denaro. In quel preciso istante si realizzano sia l'ingiusto profitto per l'autore del reato, che ottiene l'immediata disponibilità della somma, sia il danno effettivo per la persona offesa.
Continua »
Concordato in appello: l’accordo preclude il ricorso successivo
Gli Imputati, condannati per associazione a delinquere, truffa e ricettazione, concordano la pena in secondo grado. Successivamente, il loro difensore propone ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione di una pena sostitutiva. La Suprema Corte dichiara inammissibile il ricorso. Il concordato in appello (accordo sulla pena) comporta infatti la rinuncia a far valere qualsiasi altra contestazione in sede di legittimità. Inoltre, la richiesta di pena sostitutiva era stata formulata in via del tutto ipotetica, sollevando la Corte d'Appello da ogni obbligo di specifica motivazione. Gli Imputati perdono la causa e vengono condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Truffa contrattuale: pagare con assegni altrui non è solo debito
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un ristoratore per ricettazione di assegni smarriti e truffa contrattuale. L'imputato aveva acquistato una partita di olio per oltre 14.000 euro pagando con assegni di provenienza illecita. La difesa sosteneva che si trattasse di un semplice inadempimento civile o di insolvenza fraudolenta. I giudici hanno invece stabilito che consegnare in pagamento assegni altrui costituisce un comportamento con evidente capacità decettiva, idoneo a integrare il reato di truffa contrattuale e non un mero illecito civile. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Reato di truffa: i controlli del truffato non salvano il reo
Un uomo, utilizzando false generalità, ordinava merci per conto di una società pagando con assegni sistematicamente protestati. La difesa sosteneva l'insussistenza del reato di truffa poiché le aziende vittime avevano svolto controlli preventivi prima di consegnare la merce. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che i controlli preventivi non escludono il reato di truffa se i raggiri hanno comunque creato una falsa apparenza di solidità commerciale. Inoltre, la Corte ha stabilito che anche l'agente di commercio, in quanto terzo danneggiato dal reato per aver concluso la vendita ingannevole, è pienamente legittimato a presentare querela.
Continua »
Ricettazione di assegni: condanna anche se il conto è chiuso
L'Imputato ha acquistato arredi per il proprio ristorante pagando una parte con bonifico e il saldo con due assegni rubati e firmati falsamente, collegati a un conto corrente chiuso da sette anni. La Corte d'appello lo ha condannato per il reato di ricettazione di assegni e ha dichiarato prescritto il reato di truffa. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che gli assegni fossero privi di valore economico poiché il conto era chiuso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la ricettazione di assegni si configura anche se il titolo è inesigibile, poiché il reato richiede solo il dolo specifico (l'intenzione di trarre profitto) e non l'effettivo incasso della somma. Inoltre, l'assegno mantiene un valore autonomo legato alla sua circolazione.
Continua »
Effetto estensivo dell’impugnazione: annullata la disparità
Un uomo e una donna vengono condannati in primo grado per truffa in concorso. La donna presenta appello contestando la sussistenza del fatto. Successivamente, la vittima decide di ritirare la denuncia (remissione di querela) nei confronti della donna, determinando l'estinzione del suo reato. La Corte di Appello nega però lo stesso beneficio all'uomo, non appellante, confermando la sua condanna. L'uomo ricorre in Cassazione chiedendo l'applicazione dell'effetto estensivo dell'impugnazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso: poiché i motivi d'appello della donna riguardavano l'inesistenza del fatto (motivi oggettivi e non personali), l'effetto estensivo dell'impugnazione opera pienamente. La Cassazione annulla quindi la condanna senza rinvio anche per l'uomo, dichiarando il reato estinto per remissione di querela.
Continua »
Ricorso per cassazione personale: inammissibile senza avvocato
Un cittadino, condannato per truffa nei precedenti gradi di giudizio, ha presentato un ricorso per cassazione personale per contestare la decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, a seguito delle riforme legislative, l'imputato non può più firmare e depositare autonomamente l'atto di impugnazione davanti alla Suprema Corte. Questa attività spetta esclusivamente a un avvocato abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori (cassazionista). Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
Continua »
Truffa aggravata: la Cassazione nega le attenuanti al recidivo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa aggravata nei confronti di un soggetto che aveva impugnato la sentenza d'appello. Il ricorrente contestava la credibilità della persona offesa e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che le dichiarazioni della vittima erano coerenti e supportate da prove documentali, come un documento di trasporto. Inoltre, il diniego delle attenuanti generiche è stato ritenuto ampiamente giustificato dalla condotta recidiva del colpevole, dalla sua personalità incline a delinquere, dai precedenti specifici per truffa e dalla totale assenza di ravvedimento. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Reato di estorsione e truffa: la minaccia cancella l’inganno
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di estorsione a carico di un'imputata, dichiarando inammissibile il suo ricorso. La difesa sosteneva che il fatto dovesse essere qualificato come semplice truffa. Tuttavia, i giudici hanno evidenziato che la vittima ha subito un forte effetto intimidatorio a causa delle minacce ricevute, elemento che caratterizza il reato di estorsione e lo differenzia dalla truffa, dove manca la costrizione. La Suprema Corte ha inoltre confermato l'applicazione della recidiva, aggravata dal fatto che il reato è stato commesso in ambito carcerario, e ha respinto la richiesta di attenuanti poiché non presentata nel precedente grado di giudizio. L'imputata perde il ricorso e viene condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Truffa contrattuale online: il finto venditore con il vero nome
Un venditore fittizio ha messo in vendita un televisore su un sito internet. Dopo aver condotto le trattative e ricevuto il pagamento dall'acquirente, si è reso irreperibile senza consegnare il bene. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale. I giudici hanno chiarito che presentarsi falsamente come venditore online con il solo scopo di incassare il denaro, senza alcuna intenzione di consegnare la merce, integra pienamente il reato. Non rileva il fatto che il truffatore abbia fornito le proprie reali generalità, rendendosi teoricamente rintracciabile. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, con conseguente condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Tentata truffa: il finto pezzo di marca era un falso cinese
Un uomo si è finto rappresentante di una ditta e, mostrando un biglietto da visita falso, ha cercato di vendere a un cliente un generatore di corrente spacciandolo per un modello di marca pregiata a prezzo scontato. In realtà, si trattava di un economico apparecchio cinese. Il tentativo di raggiro è stato scoperto prima del pagamento. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata truffa, dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato. I giudici hanno stabilito che l'uso di falsi biglietti da visita e le bugie sulla qualità della merce costituiscono veri e propri artifizi idonei a ingannare la vittima. L'imputato, oltre alla pena, è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Truffa contrattuale per omissione: il silenzio costa la condanna
Il Venditore ha venduto un telefono cellulare omettendo di riferire all'acquirente che il dispositivo era vincolato a un abbonamento telefonico in corso. La Corte d'Appello ha confermato la condanna per il reato di truffa, ritenendo che il silenzio su tale circostanza abbia indotto in errore l'acquirente. Il Venditore ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che nascondere un vincolo contrattuale essenziale sul bene venduto integra pienamente la truffa contrattuale per omissione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Truffa contrattuale: ricorso generico conferma la condanna
Il caso riguarda un soggetto condannato per il reato di truffa contrattuale. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione sulla propria responsabilità penale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché privo di specificità. I motivi di ricorso non criticavano in modo puntuale la sentenza d'appello, ma si limitavano a riprodurre le stesse contestazioni di fatto già esaminate e respinte dai giudici di merito. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Determinazione della pena: quando il ricorso costa caro
Il caso riguarda un uomo condannato per truffa, ricettazione e falso. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando esclusivamente la determinazione della pena e gli aumenti applicati per la continuazione dei reati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena rientra nel potere discrezionale del giudice di merito. Se la decisione sulla sanzione è supportata da una motivazione logica e coerente, che valuta la gravità dei fatti, il danno economico e la personalità del reo, essa non può essere contestata in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
Continua »
Motivazione per relationem: ricorso generico costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino precedentemente condannato per il reato di truffa. L'imputato aveva contestato la sentenza d'appello lamentando l'utilizzo della tecnica della motivazione per relationem, ovvero il rinvio alle motivazioni del giudice di primo grado. La Suprema Corte ha stabilito che il ricorso era privo dei requisiti di specificità richiesti dalla legge, poiché conteneva solo contestazioni generiche e non criticava in modo puntuale e dettagliato le singole argomentazioni della decisione impugnata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Truffa e particolare tenuità del fatto: negato il beneficio
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di truffa. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, rilevando che i giudici di merito avevano già ampiamente e correttamente escluso la sussistenza dei requisiti necessari per tale beneficio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »
Dolo eventuale nella truffa: prestare i documenti costa caro
L'Imputato è stato condannato per il reato di truffa seriale, commesso utilizzando una carta prepagata attivata tramite i suoi documenti d'identità. La difesa ha sostenuto che l'uomo non fosse consapevole dell'uso illecito dei documenti, avendoli prestati a uno sconosciuto in cambio di una piccola utilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la responsabilità penale. I giudici hanno evidenziato la sussistenza del dolo eventuale nella truffa: consegnare i propri documenti d'identità a un soggetto ignoto implica la piena accettazione del rischio che questi vengano utilizzati per scopi criminali. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
Continua »
Concorso nella truffa: basta il conto corrente per la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per truffa. L'imputata aveva fornito la propria carta di credito, collegata a un conto corrente a lei intestato, per ricevere i soldi inviati da un acquirente raggirato. La difesa sosteneva la mancanza di prove del suo coinvolgimento diretto. Tuttavia, i giudici hanno stabilito che la titolarità del conto corrente su cui confluiscono i proventi illeciti dimostra il concorso nella truffa. La Corte ha ribadito che non è possibile chiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità se la motivazione del giudice di merito è logica e coerente. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e la ricorrente dovrà pagare anche tremila euro alla Cassa delle ammende.
Continua »