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Art. 133 Codice Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Reato di rapina aggravata: anziani indifesi e ricorsi respinti
Due imputati sono stati condannati per il reato di rapina aggravata ai danni di persone anziane e vulnerabili. Gli autori del reato avevano sfruttato lo stato di isolamento e allarme sociale causato dalla pandemia nell'autunno del 2020. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dalla difesa. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso erano una mera ripetizione di quanto già proposto e respinto in appello, senza alcuna critica specifica alla sentenza impugnata. La Corte ha confermato la sussistenza della circostanza aggravante della minorata difesa, legata all'età avanzata e al deficit funzionale delle vittime, e ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Emissione di fatture false: ditta fantasma contro fisco reale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due imprenditori condannati per reati tributari, tra cui l'emissione di fatture false e la dichiarazione fraudolenta. Il primo gestiva una ditta individuale definita "cartiera", priva di reale operatività, che fungeva da unico fornitore per la società del secondo. I giudici hanno confermato la responsabilità penale basandosi sull'assenza di strutture aziendali reali e su macroscopiche anomalie di fatturazione, come l'indicazione ripetuta di una partita IVA errata. La Suprema Corte ha inoltre convalidato la notifica degli atti effettuata presso il difensore di fiducia, ritenendola legittima dopo il trasferimento dell'imputato dal domicilio eletto. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati con condanna alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento: concordare la pena e poi tentare il ricorso
Il caso riguarda un imputato condannato per ricettazione e detenzione di stupefacenti a seguito di patteggiamento. Successivamente, la difesa ha proposto ricorso lamentando l'erronea applicazione di alcune aggravanti e la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, una volta ratificato il patteggiamento, non è possibile contestare la qualificazione giuridica dei fatti se non in presenza di un errore manifesto. Inoltre, la mancata concessione delle attenuanti generiche non può essere censurata in sede di legittimità se la pena concordata rispetta i limiti di legge. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Determinazione della pena: sanzione confermata e ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato che contestava la misura della sanzione inflitta nei gradi precedenti. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena, compreso il bilanciamento tra circostanze attenuanti e aggravanti, rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito. La Cassazione non può rivalutare la congruità della sanzione se la decisione precedente è logica e non arbitraria. Nel caso specifico, la pena era vicina al minimo edittale ed era giustificata dalla condotta aggressiva e dai precedenti penali del ricorrente. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Incapacità di intendere e di volere: quando il disturbo non evita la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la sentenza d'appello. La difesa ha sostenuto la presenza di un vizio di mente per escludere la responsabilità penale, richiedendo anche l'applicazione della particolare tenuità del fatto e una riduzione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che i disturbi della personalità dell'Imputato non hanno influito sulla commissione del reato, escludendo l'incapacità di intendere e di volere. Inoltre, l'intenso pregiudizio arrecato alla vittima impedisce l'applicazione della causa di non punibilità, mentre la determinazione della pena vicina al minimo edittale risulta corretta e proporzionata. L'Imputato perde definitivamente il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Evasione e precedenti penali: niente particolare tenuità del fatto
L'Imputato, condannato per il reato di evasione, ha proposto ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla particolare tenuità del fatto spetta al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità se supportata da una motivazione logica. Nel caso specifico, i precedenti penali dell'uomo, tra cui tre condanne per resistenza a pubblico ufficiale, dimostrano una chiara refrattarietà al rispetto delle regole e dell'autorità, escludendo l'applicazione del beneficio sanzionatorio.
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Evasione e particolare tenuità del fatto: la Cassazione dice no
L'Imputato, condannato per il reato di evasione, ha proposto ricorso per cassazione contestando il diniego della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il diniego dell'esimente non si è basato solo sulla formale abitualità del comportamento, ma su una valutazione globale e negativa della personalità dell'autore. I suoi numerosi precedenti penali dimostrano infatti una progressiva e preoccupante inclinazione a delinquere. Di conseguenza, l'applicazione del beneficio è stata legittimamente esclusa. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: fuggire dai domiciliari costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato a un anno e sei mesi di reclusione per il reato di evasione. L'uomo si era allontanato dai domiciliari non solo per acquistare droga, ma anche per compiere rapine. I giudici hanno ritenuto la pena proporzionata e giustificata dal superamento del minimo edittale, dovuto alla gravità del fatto e alla recidiva, bilanciata con le attenuanti generiche. Il ricorrente dovrà pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Applicazione della recidiva ed evasione: no alle attenuanti
Un uomo, condannato per il reato di evasione, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva è stata correttamente motivata dalla Corte d'Appello sulla base della reiterazione di condotte illecite, sintomo di una concreta pericolosità sociale e di un'incapacità di autocontrollo del soggetto. Questo giudizio complessivo sulla personalità del condannato esclude la concessione delle attenuanti generiche. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di evasione: la Cassazione punisce la condotta del recidivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di evasione. L'imputato contestava la sussistenza del reato, sostenendo che l'autorità potesse facilmente controllarlo, e si opponeva all'applicazione della recidiva. I giudici di legittimità hanno chiarito che le contestazioni sui fatti non sono ammissibili in Cassazione. Inoltre, hanno confermato la legittimità della recidiva, poiché i giudici d'appello hanno adeguatamente motivato la pericolosità del soggetto basandosi su una condotta illecita quasi ininterrotta dagli anni novanta. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la bugia sul lavoro costa la condanna
L'Imputato, ammesso al lavoro esterno, si è allontanato ingiustificatamente dal luogo di lavoro, fornendo poi false giustificazioni. La Corte d'Appello lo ha condannato per il reato di evasione, negando la particolare tenuità del fatto e applicando la recidiva. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la valutazione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che l'allontanamento e le menzogne escludono la tenuità del fatto e dimostrano una pericolosità sociale che giustifica la recidiva. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Applicazione della recidiva: i precedenti che aumentano la pena
L'Imputato, condannato per il reato di evasione, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva è stata correttamente motivata dalla Corte d'Appello, la quale ha evidenziato la reiterazione di condotte illecite da parte dell'uomo. Questo comportamento dimostra una chiara incapacità di autocontrollo e un'accresciuta pericolosità sociale. Di conseguenza, l'aggravamento della pena è pienamente giustificato. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Evasione ripetuta: niente particolare tenuità del fatto
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che confermava la condanna per il reato di evasione, negando l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che l'allontanamento è avvenuto a pochissimi giorni dall'applicazione della misura cautelare e che l'uomo aveva già commesso un'altra evasione in precedenza. Questi elementi dimostrano una condotta reiterata e una personalità non meritevole del beneficio. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Applicazione della recidiva: l’evasione costa caro all’imputato
L'Imputato, condannato per il reato di evasione, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Corte d'Appello ha motivato correttamente la decisione, evidenziando la reiterazione di condotte illecite recenti. Tale comportamento dimostra l'incapacità del soggetto di controllare le proprie azioni e una concreta pericolosità sociale. Di conseguenza, l'Imputato perde definitivamente il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Sostanze stupefacenti di lieve entità: no se il taglio è letale
L'Imputato è stato condannato per detenzione di eroina e cocaina destinate allo spaccio. La cocaina era miscelata con Levamisolo, un pericoloso adulterante che ne aumentava la tossicità e il valore economico. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle sostanze stupefacenti di lieve entità e contestando l'aggravante per la sostanza da taglio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la diversità delle droghe pesanti e la presenza di sostanze letali escludono la minore gravità del fatto. Inoltre, l'aggravante per il taglio pericoloso si applica poiché l'Imputato, usando la normale diligenza, poteva prevederne la presenza.
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Fatto di lieve entità negato: otto chili di droga costano caro
Due imputati sono stati condannati per traffico di marijuana. Entrambi hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle intercettazioni telefoniche, il diniego delle attenuanti generiche e la mancata riqualificazione del reato in fatto di lieve entità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'interpretazione delle intercettazioni spetta al giudice di merito e che il fatto di lieve entità va escluso quando emergono elementi di professionalità nello spaccio o il possesso di ingenti quantitativi di droga (come otto chili di marijuana). Di conseguenza, le condanne originarie sono state interamente confermate e i ricorrenti condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto: negata per l’abuso sul demanio
Un privato ha installato un manufatto in legno su una spiaggia libera senza autorizzazione, occupando il demanio marittimo in un'area protetta. La Corte d'appello lo ha condannato a tre mesi di reclusione, quindici giorni di arresto e sedicimila euro di ammenda. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e sostenendo che l'opera fosse di competenza comunale. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere concessa a causa della mancata rimozione spontanea dell'opera e dei precedenti penali del ricorrente. Inoltre, l'assenza di una formale autorizzazione comunale esclude qualsiasi esimente per l'occupazione abusiva del suolo pubblico.
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Olio greco spacciato per italiano: è tentata frode in commercio
Durante un'ispezione igienico-sanitaria presso il punto vendita di un'azienda, le autorità hanno sequestrato numerose lattine di olio di origine greca etichettate falsamente come "100% italiano" ed esposte sul banco. Il Commerciante è stato condannato per il reato di tentata frode in commercio. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la tentata frode in commercio si configura anche con la semplice esposizione per la vendita o la detenzione in magazzino di prodotti con false indicazioni di provenienza, senza che sia necessaria una trattativa in corso o la consegna della merce. Infine, la Suprema Corte ha escluso la particolare tenuità del fatto a causa del quantitativo non irrilevante di olio sequestrato.
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Appropriazione indebita: condannata la sub-agente assicurativa
Una sub-agente assicurativa è stata condannata per il reato di appropriazione indebita per aver trattenuto le somme riscosse dai clienti a titolo di premi assicurativi, omettendo di versarle all'agente principale. La donna si è difesa sostenendo di aver trattenuto il denaro a compensazione di presunte provvigioni maturate, ma i giudici hanno respinto la tesi poiché tali crediti non erano esigibili né formalizzati. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della donna, confermando la condanna penale. La Suprema Corte ha chiarito che la sospensione condizionale della pena può essere legittimamente subordinata al risarcimento del danno, specialmente in mancanza di prove sulle difficoltà economiche dell'imputata. La ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di riciclaggio: far parte della banda non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di riciclaggio. Il ricorrente sosteneva che la sua partecipazione all'associazione per delinquere escludesse la punibilità per il riciclaggio dei proventi illeciti, invocando la clausola di esclusione per il concorrente nel reato presupposto. I giudici hanno chiarito che non esiste un rapporto di presupposizione tra il delitto di associazione per delinquere e quello di riciclaggio. Di conseguenza, il membro dell'associazione risponde anche del riciclaggio dei beni ottenuti tramite i reati-fine del gruppo criminale, specialmente quando il reato presupposto è l'appropriazione indebita commessa da altri. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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