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Art. 133 Codice Penale — Anno 2026

2540 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Pene sostitutive negate al recidivo: confermata la pena
L'imputato propone ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello che rifiuta l'applicazione delle pene sostitutive. L'uomo sostiene che il giudice abbia violato la legge e mancato di motivare il diniego. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano che la concessione delle pene sostitutive rientra nel potere discrezionale del giudice di merito. Tale decisione si basa sulla gravità del reato e sulla personalità del reo. Nel caso specifico, l'imputato ha quattro precedenti condanne per reati contro il patrimonio e ha compiuto una trasferta con numerosi strumenti da scasso. Questa condotta dimostra un elevato disvalore del fatto. Il giudizio appare motivato e non sovvertibile in Cassazione. L'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: no al rito speciale tardivo
L'Imputato è stato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti per uso non personale, avendo in possesso ingenti dosi di hashish e marijuana. Inizialmente, la sua richiesta di patteggiamento è stata rigettata per l'impossibilità di escludere un'aggravante. Successivamente, l'Imputato ha scelto il giudizio abbreviato. La perizia ha poi escluso l'aggravante. L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione sostenendo l'errore del giudice nel non riprendere il patteggiamento, l'eccessività della pena e l'errato diniego delle attenuanti generiche legate al suo silenzio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che i riti speciali sono alternativi e non convertibili. La pena resta confermata in ragione della notevole quantità di droga sequestrata e dei precedenti dell'imputato.
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Inammissibilità del ricorso penale: motivi generici e sanzione
Un imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello, contestando la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto, la disciplina della recidiva e il calcolo della pena. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso penale perché i motivi presentati erano del tutto generici e privi di argomentazioni di diritto concrete, limitandosi a proporre doglienze di fatto già valutate. Di conseguenza, la decisione di secondo grado è diventata definitiva e l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Occupazione appropriativa: scontro tra terreno privato e Comune
Un Comune ha occupato un terreno privato per costruire un asilo nido pubblico. Gli eredi del proprietario hanno chiesto il risarcimento del danno davanti al giudice ordinario. Gli eredi ritenevano l'atto un mero abuso materiale, privo di un decreto finale di esproprio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso degli eredi. La Corte ha confermato la presenza di una occupazione appropriativa. Una legge regionale dell'epoca equiparava l'approvazione del progetto dell'asilo a una dichiarazione di pubblica utilità. Esisteva quindi un effettivo esercizio del potere amministrativo. Di conseguenza, la competenza a decidere spetta al giudice amministrativo e non al giudice civile. Gli eredi perdono la causa e devono rimborsare settemila euro di spese legali oltre agli oneri accessori.
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Rapina pluriaggravata: ricorso bocciato e sanzione in Cassazione
Due imputati condannati per il reato di rapina pluriaggravata in concorso hanno proposto ricorso in Cassazione per contestare l'attendibilità del riconoscimento fotografico, il rigetto dell'ascolto di un nuovo testimone e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato entrambi i ricorsi inammissibili. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione delle prove e la credibilità delle testimonianze spettano unicamente al giudice di merito. Inoltre, la diniego delle attenuanti è stato correttamente motivato dai giudici d'appello considerando la gravità del fatto e il forte allarme sociale provocato. A causa dell'inammissibilità dei ricorsi, la Corte ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Pena sostitutiva: diniego illegittimo senza elementi negativi
L'Imputato, condannato per furto in abitazione aggravato, ricorre in Cassazione chiedendo il riconoscimento della continuazione e l'applicazione della pena sostitutiva del lavoro di pubblica utilità. La Corte respinge la continuazione poiché manca la prova di un unico programma criminoso originario. La Suprema Corte accoglie invece il motivo riguardante la pena sostitutiva. I giudici d'appello avevano negato la misura alternativa unicamente perché l'uomo stava già scontando un'altra pena sostitutiva per un diverso fatto. La Cassazione chiarisce che la pena sostitutiva si può negare soltanto in presenza di concreti elementi negativi sul rischio di reiterazione. L'assenza di un'espiazione completa non impedisce una nuova valutazione favorevole. La sentenza viene annullata con rinvio limitatamente al trattamento sanzionatorio sostitutivo.
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Guida in stato di ebbrezza: ricorso respinto dopo l’incidente
L'automobilista è stato condannato per il reato di guida in stato di ebbrezza, aggravato dall'aver provocato un incidente stradale in orario notturno. La Corte d'Appello ha sostituito le pene detentive e pecuniarie con il lavoro di pubblica utilità, confermando la responsabilità del conducente. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo di aver assunto alcolici solo dopo l'impatto e contestando il mancato riconoscimento della sospensione condizionale della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulle prove e sulla dinamica del sinistro spetta unicamente ai giudici di merito. L'assenza di frenate, la mancanza di manovre di emergenza e i precedenti specifici confermano la correttezza della condanna. L'automobilista perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e la sanzione pecuniaria.
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Commisurazione della pena: aggravanti escluse e discrezionalità
L'Imputato è stato condannato a un anno di reclusione per il reato di danneggiamento seguito da incendio. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un vizio di motivazione riguardo alla commisurazione della pena, sostenendo che l'esclusione di due circostanze aggravanti in primo grado avrebbe dovuto comportare un'automatica riduzione della sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per manifesta infondatezza. I giudici hanno chiarito che le aggravanti sono elementi accidentali rispetto al reato consumato. Di conseguenza, la loro eliminazione non limita la discrezionalità del giudice nel quantificare la pena entro i limiti edittali, sulla base della gravità concreta del fatto e della personalità del reo. L'Imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Guida in stato di ebbrezza: ricorso rigettato e sanzione confermata
Un automobilista è stato condannato per guida in stato di ebbrezza con l'aggravante di aver provocato un incidente stradale. Il tasso alcolemico riscontrato era di 2,79 g/l. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione eccependo il mancato avviso della facoltà di nominare un difensore prima dell'alcoltest, la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e il diniego delle pene sostitutive. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la nullità dell'alcoltest andava eccepita prima della sentenza di primo grado e che l'elevata concentrazione alcolica impedisce la non punibilità. Inoltre, i motivi non proposti in appello risultano inammissibili e il giudice può legittimamente negare le sanzioni sostitutive basandosi sulla gravità dell'incidente. Il condannato dovrà pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammente.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti della Cassazione
L'Imputato ha concordato una pena per il reato di spaccio di lieve entità. Successivamente, ha proposto un ricorso contro patteggiamento contestando la quantificazione della pena e la motivazione della sentenza. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La legge limita le possibilità di impugnare una sentenza concordata soltanto a casi tassativi, tra cui i vizi della volontà o l'illegalità della pena. Le doglianze generiche sulla misura della sanzione non rientrano tra queste ipotesi. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: no a motivi generici
L'Imputato ha presentato impugnazione contestando il calcolo della sanzione e lamentando una presunta violazione dell'articolo 133 del codice penale. Tuttavia, i giudici hanno riscontrato l'Inammissibilità del ricorso per cassazione. La difesa si è limitata a riproporre le medesime argomentazioni già analizzate e respinte dalla Corte di Appello, senza indicare errori specifici della decisione impugnata. La mancanza di una reale correlazione tra le critiche mosse e la motivazione della sentenza rende il motivo del tutto generico. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese del processo, oltre a versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Arma e circostanze attenuanti generiche: la Cassazione respinge
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza d'appello che confermava la sua condanna per la disponibilità di un'arma modificata. La difesa lamentava un vizio di motivazione e la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il primo motivo era generico e contraddittorio. Il secondo motivo ripeteva le doglianze già respinte nei precedenti gradi di giudizio. La Corte ha ribadito che la determinazione della pena e la concessione dei benefici rientrano nella discrezionalità del giudice di merito. La gravità del reato, legata all'uso di un'arma alterata, giustifica pienamente il diniego delle attenuanti. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: inammissibile il ricorso sulla pena
L'Imputata, condannata per il reato di rapina aggravata in concorso, ha concordato la sanzione nel giudizio di secondo grado a tre anni di reclusione e seicento euro di multa. Successivamente ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche e la carenza di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo raggiunto tramite il concordato in appello comporta la rinuncia contestuale agli altri motivi di impugnazione. Tale scelta produce un effetto preclusivo sui punti oggetto di intesa, impedendo la successiva contestazione del trattamento sanzionatorio davanti alla Corte di Cassazione. L'Imputata è stata quindi condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Bilanciamento tra attenuanti e aggravanti: confessare non basta
L'Imputato, autore di una rapina in abitazione ai danni di un anziano, ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza di appello. Il ricorso contestava il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche, riconosciute a seguito di confessione, sulle aggravanti del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che il bilanciamento tra attenuanti e aggravanti spetta esclusivamente al giudice di merito. Poiché la Corte d'Appello ha motivato in modo logico la scelta di equivalenza tra le circostanze, sottolineando la gravità dell'aggressione domestica a una persona vulnerabile, la decisione sul bilanciamento tra attenuanti e aggravanti non può essere riesaminata. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e della sanzione alla Cassa delle Ammende.
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Ricettazione e attenuanti generiche: no agli sconti di pena
Due soggetti sono stati condannati per i reati di ricettazione e riciclaggio, legati al possesso di un elevato numero di veicoli rubati gestiti tramite un'attività organizzata. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della fattispecie di ricettazione e attenuanti generiche e contestando la sussistenza del dolo. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il diniego delle attenuanti rientra nella discrezionalità del giudice di merito se sostenuto da una motivazione logica. Nel caso specifico, l'organizzazione complessa e la quantità di veicoli illeciti giustificano la severità della pena. Inoltre, la Corte ha ribadito che non si possono proporre per la prima volta in Cassazione motivi non presentati in appello. I ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e la sanzione pecuniaria.
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Pene sostitutive e detenzione domiciliare: stop ai benefici
Tre individui condannati per reati contro il patrimonio e per intestazione fittizia di beni hanno impugnato la sentenza chiedendo l'applicazione delle pene sostitutive e detenzione domiciliare al posto del carcere. Gli imputati sostenevano di aver risarcito il danno e di aver rispettato le misure cautelari precedenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il diniego delle pene sostitutive e detenzione domiciliare è pienamente legittimo se motivato con i precedenti penali negativi e la gravità delle condotte commesse. Tali fattori evidenziano un concreto pericolo di recidiva, rendendo la detenzione in carcere la sola misura idonea a soddisfare le esigenze di sicurezza e prevenzione.
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Bilanciamento delle circostanze: la Cassazione annulla la pena
L'Imputato veniva tratto in arresto per la detenzione di 392 chilogrammi di hashish. Nell'immediato collaborava indicando il luogo del deposito e versava un contributo ad un centro di recupero. Ciononostante, negava l'accesso al proprio cellulare e non rivelava i nomi di fornitori o clienti. La Corte d'Appello confermava la pena negando la prevalenza delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha annullato la decisione limitatamente al bilanciamento delle circostanze. I giudici di legittimità hanno stabilito che il bilanciamento delle circostanze non può fondarsi su valutazioni congetturali o su pretese di collaborazione informativa estranee alle attenuanti ordinarie.
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Determinazione della pena: la Cassazione boccia il ricorso
I Ricorrenti hanno impugnato la sentenza della Corte d'Appello lamentando errori nella quantificazione della sanzione, nell'applicazione della recidiva e nel calcolo del vincolo della continuazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi per manifesta infondatezza e genericità. La Suprema Corte ha ricordato che la determinazione della pena e il bilanciamento delle circostanze rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito. Senza dimostrare un arbitrio o una palese illogicità nelle motivazioni del provvedimento impugnato, non è possibile chiedere una nuova valutazione in sede di legittimità. Di conseguenza, la Corte ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche e recidiva: il no del giudice
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello, contestando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la presenza di precedenti penali numerosi, gravi e specifici giustifica da sola la mancata concessione dei benefici. Il giudice di merito non deve valutare ogni singola argomentazione difensiva quando riscontra elementi ostativi di prevalente rilevanza. Inoltre, la reiterazione di reati specifici dimostra la perdurante pericolosità sociale dell'imputato. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva con l'ulteriore sanzione del pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Dolo eventuale nel riciclaggio: la condanna del prestanome
Una donna anziana ha aperto conti e cassette di sicurezza all'estero per coprire il denaro derivante dai reati fiscali commessi dalla figlia. Parallelamente, un avvocato ha organizzato il trasferimento delle somme sequestrate verso un conto estero in Bulgaria per evitarne il blocco. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di entrambi gli imputati, confermando le condanne per riciclaggio e favoreggiamento reale. La Corte ha ribadito la configurabilità del dolo eventuale nel riciclaggio per la madre prestanome, poiché la donna ha accettato il rischio dell'origine illecita del denaro. Entrambi i ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro ciascuno.
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