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Art. 133 Codice Penale — Anno 2026

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2540 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Concordato in appello: il ricorso in Cassazione è inammissibile
L'Imputato, accusato del reato di resistenza a pubblico ufficiale, stipula con la Procura un concordato in appello ottenendo la riduzione della pena a otto mesi di reclusione e rinunciando ai restanti motivi di impugnazione. Successivamente, L'Imputato propone comunque ricorso in Cassazione contestando i criteri di determinazione della pena e denunciando difetti di motivazione. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano che la scelta del concordato in appello implica una rinuncia formale e definitiva alle contestazioni sul merito e sulla sanzione. Tale rinuncia preclude ogni ulteriore censura davanti alla Suprema Corte. L'Imputato viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto consumato e barriere antitaccheggio: la condanna
Un cliente di un esercizio commerciale ha prelevato beni e ha superato i varchi di sicurezza, venendo bloccato dalla vigilanza soltanto all'esterno del negozio. I giudici di merito hanno condannato l'imputato per furto consumato, negando il tentativo e la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, sancendo il principio sul furto consumato e barriere antitaccheggio: il reato è perfetto quando si oltrepassa il controllo e si esce dal locale, ottenendo l'esclusiva disponibilità della merce. La restituzione dei beni avvenuta solo dopo la scoperta non esclude la punibilità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'imputato alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per truffa: condanna definitiva
L'Imputata impugna la sentenza di condanna per il reato di truffa presentando ricorso davanti alla Corte di Cassazione. I giudici rilevano che i motivi proposti ripetono semplicemente quanto già espresso in appello, senza criticare in modo specifico la decisione precedente. La Suprema Corte dichiara l'inammissibilità del ricorso per truffa, confermando la pena irrogata e il diniego della sospensione condizionale della pena, concessa già due volte in passato. L'Imputata subisce la condanna definitiva, con il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto: no della Cassazione allo spaccio
Un cittadino, indicato come l'Imputato, è stato condannato per detenzione di cocaina destinata allo spaccio. Gli agenti di polizia hanno trovato nella sua abitazione circa tre grammi di sostanza utile per sedici dosi, bilancini di precisione, materiale da confezionamento e un taccuino con annotazioni di nomi e cifre. Durante la perquisizione si è presentato anche un acquirente con il denaro in mano. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo il riconoscimento della particolare tenuità del fatto per evitare la pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato che la presenza di strumenti per lo spaccio, il continuo andirivieni di clienti e i precedenti penali specifici impediscono l'applicazione della causa di non punibilità. L'Imputato deve quindi pagare la multa, le spese processuali e la sanzione alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: nessun sconto per reati gravi
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessività della sanzione e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche nella loro misura massima. Il fatto scatenante riguarda una condanna per ricettazione avente ad oggetto un bene di notevole valore economico, aggravata dai precedenti penali del soggetto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il calcolo della sanzione rientra nella discrezionalità del giudice di merito, il quale ha motivato adeguatamente la propria scelta richiamando la gravità della condotta, l'intensità del dolo e la capacità a delinquere del condannato. Di conseguenza, l'Imputato deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Vendita illegale di armi: reato anche senza il sequestro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per concorso nel reato di vendita illegale di armi a carico di due individui. Gli imputati avevano condotto trattative serie per la cessione di due pistole a soggetti non identificati, come emerso da intercettazioni ambientali nell'auto di uno di essi. La difesa sosteneva l'assenza del reato per il mancato ritrovamento delle armi durante le perquisizioni e chiedeva la riqualificazione in illecito contravvenzionale. I giudici hanno stabilito che la condotta del porre in vendita ricomprende anche le trattative concrete e affidabili, rendendo irrilevante il mancato sequestro delle pistole o la mancata consegna. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili con condanna alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Guida senza patente: pena massima annullata per errore sui fatti
L'Imputato subisce una condanna per il reato di guida senza patente a causa della reiterazione nel biennio. I giudici di merito applicano la pena massima prevista dalla legge. La decisione si fonda sul presupposto che l'illecito sia avvenuto durante una evasione. In realtà, l'evasione riguarda un episodio precedente e l'Imputato si trovava in stato di libertà al momento del controllo. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'Imputato. I giudici evidenziano che l'applicazione della pena massima richiede una motivazione dettagliata e priva di errori di fatto. L'inaccurata ricostruzione delle circostanze ha condizionato il calcolo della sanzione e il diniego delle attenuanti. La Suprema Corte annulla la sentenza limitatamente alla quantificazione della pena e dispone un nuovo giudizio.
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Inammissibilità del ricorso per rapina: sanzione confermata
Un cittadino condannato nei gradi precedenti per il reato di rapina ha presentato ricorso in Cassazione. L'imputato contestava sia l'attendibilità della testimonianza della vittima sia il calcolo della pena stabilito dal giudice di merito. La Suprema Corte ha rigettato le doglianze confermando l'inammissibilità del ricorso per rapina. I giudici hanno chiarito che non è consentito riproporre in sede di legittimità argomenti già esaminati e motivati correttamente nei gradi precedenti. Inoltre, la determinazione della sanzione rientra nella piena discrezionalità del giudice di merito se argomentata in modo logico. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Ricettazione e giustificazioni assenti: scatta la condanna
L'Imputato ha subito la condanna per il reato di Ricettazione in seguito al ritrovamento di un bene illecito nella sua disponibilità. L'Agente di Polizia ha accertato il possesso della cosa, sulla cui origine L'Imputato non ha fornito spiegazioni. L'Imputato ha presentato ricorso alla Corte di Cassazione per chiedere la riqualificazione del fatto in tentativo, la concessione delle attenuanti generiche e una riduzione della sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il reato si perfeziona nel momento stesso in cui si ottiene il possesso della cosa illecita. La Suprema Corte ha confermato la sanzione e condannato L'Imputato al pagamento delle spese e della somma di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Interesse ad impugnare: sanzione più lieve e ricorso inammissibile
L'Imputata ha presentato ricorso in Cassazione lamentando un errore di calcolo nella riduzione della pena inflitta in secondo grado. La sentenza d'appello le aveva erogato tre mesi di reclusione anziché quattro mesi, che sarebbero risultati da una corretta applicazione delle attenuanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito la mancanza del necessario interesse ad impugnare, poiché l'errore commesso dai giudici di merito ha prodotto un risultato più favorevole per la condannata. Correggere il calcolo avrebbe condotto a un inasprimento della sanzione. La Suprema Corte ha dunque confermato la condanna, ponendo a carico della ricorrente le spese del procedimento e il versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Restituzione incentivi fotovoltaico: spetta al Giudice Civile
Un'azienda produttrice di energia solare ha perso il diritto alle tariffe agevolate a causa di irregolarità accertate dall'Ente Gestore. Dopo che la decadenza dalle agevolazioni è diventata definitiva, l'Ente Gestore ha avviato una causa per la restituzione incentivi fotovoltaico erogati negli anni precedenti. Il Giudice Amministrativo aveva inizialmente ritenuto di avere la competenza a decidere sulla vicenda. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha ribaltato la decisione. I giudici hanno stabilito che, una volta confermata la perdita definitiva delle agevolazioni, il potere pubblico si esaurisce. Di conseguenza, la richiesta di rimborso delle somme incassate senza titolo costituisce un semplice diritto di credito. La competenza spetta quindi esclusivamente al Giudice Ordinario e non a quello Amministrativo.
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Particolare tenuità del fatto negata in caso di recidiva
L'Imputato propone ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello, chiedendo il riconoscimento della particolare tenuità del fatto e la concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici evidenziano che la particolare tenuità del fatto non si applica in presenza di abitualità della condotta, comprovata da numerosi precedenti penali specifici, e a fronte di un danno non trascurabile per la persona offesa. Inoltre, il diniego delle attenuanti generiche risulta legittimo quando mancano elementi positivi ed emergono precedenti penali a carico. L'Imputato viene quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: no al riesame delle prove
L'Imputato è stato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti dopo essere stato notato dalle forze dell'ordine mentre consegnava oltre 34 grammi di crack a un complice. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando presunte discrepanze nelle deposizioni degli agenti e una presunta sproporzione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che non è possibile richiedere una rilettura dei fatti in sede di legittimità se la motivazione del giudice di merito è logica e priva di contraddizioni reali. Riguardo alla sanzione, il giudice ha piena facoltà di quantificare la pena nell'ambito dell'alveo edittale senza dover fornire una motivazione analitica se la misura è congrua rispetto ai fatti e al profilo del reo.
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Calcolo della pena e vizio di mente: la Cassazione decide
Un'imputata, condannata per rapina e reati legati alle armi, ha proposto ricorso in Cassazione contestando il calcolo della pena stabilito nei gradi precedenti. La difesa sosteneva che la sanzione inflitta fosse eccessiva, specie considerando il riconosciuto vizio parziale di mente della donna. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno chiarito che la quantificazione della sanzione rientra nella discrezionalità esclusiva del giudice di merito, purché sia motivata e rispetti i criteri normativi. Inoltre, la Corte ha rilevato l'assenza di un effettivo interesse a ricorrere, poiché la pena base era già stata fissata nel minimo edittale. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso in cassazione e motivi generici
L'Imputato è stato condannato per cessioni ripetute di sostanze stupefacenti di lieve entità. Dopo la conferma della pena in appello, la difesa ha proposto impugnazione lamentando il calcolo della pena base e la mancata applicazione della continuazione interna per i reati. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso in cassazione. I giudici hanno chiarito che le censure sollevate in appello erano del tutto generiche. Secondo il codice di procedura penale, l'imputato non può proporre per la prima volta in sede di legittimità questioni specifiche mai approfondite prima. La decisione comporta la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale: condanna e ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e dieci mesi di reclusione nei confronti di un soggetto per la violazione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno. L'imputata aveva proposto ricorso lamentando la mancanza di dolo, l'errata applicazione della recidiva e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha ribadito che la regolare notifica dei provvedimenti dimostra la piena consapevolezza degli obblighi violati. Inoltre, l'aumento di pena per la recidiva è giustificato dalla pervicace inclinazione a delinquere e dalla pericolosità sociale emergenti dai precedenti penali. Infine, le attenuanti generiche richiedono la presenza di specifici elementi di segno positivo e non costituiscono un beneficio automatico. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Attenuanti generiche negate: la Cassazione stanga i recidivi
Due soggetti condannati in secondo grado hanno proposto ricorso per Cassazione contro il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili per genericità dei motivi e manifesta infondatezza. I giudici hanno confermato la correttezza del rifiuto opposto nei gradi precedenti, evidenziando la presenza di numerosi precedenti penali specifici a carico degli imputati, la gravità delle condotte ai danni di vittime anziane, l'assenza di pentimento e il mancato risarcimento del danno. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto per l’abbandono di una cassetta
Un cittadino viene condannato per aver abbandonato in strada una singola cassetta in polistirolo, considerata rifiuto non pericoloso. Il giudice di merito nega l'applicazione della particolare tenuità del fatto, ritenendo la condotta sintomo di forte sprezzo per la tutela dell'ambiente. L'imputato propone ricorso in Cassazione contestando questa decisione. La Suprema Corte accoglie il ricorso e annulla la sentenza senza rinvio. I giudici stabiliscono che l'azione è isolata, il danno materiale all'ambiente è del tutto esiguo e l'oggetto è stato subito rimosso. Trattandosi di un'offesa di ridotta entità, sussistono tutti i presupposti per la particolare tenuità del fatto, che esclude la punibilità del reato e proscioglie definitivamente l'imputato.
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Esclusione della recidiva: quando il ricorso è inammissibile
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la mancata esclusione della recidiva e lamentando difetti di motivazione della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso si limitava a ripetere le stesse obiezioni già rigettate in secondo grado. La Corte d'appello aveva espresso una motivazione logica e completa, fondata sulla gravità dei precedenti penali e sulla condotta passata dell'Imputato. Di conseguenza, la richiesta di esclusione della recidiva non ha trovato accoglimento. La Cassazione ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese del procedimento e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: il ricorso generico costa caro
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per danneggiamento, lamentando la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto e contestando il calcolo della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso non specificava le ragioni concrete di critica contro la sentenza d'appello, la quale aveva negato il beneficio con motivazione logica e completa. Inoltre, la determinazione della pena spetta al giudice di merito e la Cassazione non può riesaminarla senza la prova di un palese arbitrio. A causa dell'inammissibilità dell'impugnazione, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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