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Art. 133 Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Ricettazione attenuata: il valore del bene non basta
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione per contestare il mancato riconoscimento della ricettazione attenuata. La difesa sosteneva che il valore economico limitato dell'oggetto giustificasse la riduzione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulla ricettazione attenuata non dipende esclusivamente dal valore materiale della merce. Il magistrato deve considerare il disvalore complessivo del fatto, tenendo conto anche dei precedenti penali dell'autore. Poiché il giudizio di merito era logico e privo di vizi, la decisione è diventata definitiva. L'Imputata deve versare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Truffa in concorso: ricorso inammissibile e condanna confermata
Due soggetti hanno subito la condanna per il reato di truffa in concorso ai danni di una persona offesa. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione per contestare la valutazione delle prove, la quantificazione della pena e la mancata concessione delle pene sostitutive. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sulla responsabilità riproponevano argomenti già respinti in appello senza criticare la sentenza. La determinazione della sanzione rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Inoltre, la richiesta di pene sostitutive non era stata formulata nel precedente grado di giudizio. La Suprema Corte ha condannato entrambi i ricorrenti al pagamento delle spese processuali, di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammiende e al risarcimento delle spese legali sostenute dalla parte civile.
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Circostanze attenuanti generiche negate per gravi precedenti
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un vizio di motivazione relativo al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche da parte dei giudici di appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e quindi inammissibile. I giudici hanno chiarito che il magistrato di merito non deve analizzare ogni singolo dettaglio, ma può basare la propria decisione solo sugli elementi ritenuti decisivi. Nel caso di specie, il diniego delle circostanze attenuanti generiche è legittimo poiché sostenuto dalla presenza di gravi precedenti penali, dalla condotta criminosa organizzata e dalla totale assenza di elementi favorevoli all'imputata. La ricorrente è stata quindi condannata al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto negata: condanna confermata
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per reati di droga, pur qualificati nell'ipotesi di lieve entità. La difesa chiedeva il riconoscimento della causa di non punibilità per la particolare tenuità del fatto, una rideterminazione della pena e la concessione della non menzione della condanna. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. Riguardo alla particolare tenuità del fatto, i giudici hanno evidenziato che il possesso di diverse sostanze e di strumenti per il taglio dimostra un'offensività non minima. La pena irrogata era già vicina al minimo edittale e la presenza di due precedenti penali specifici escludeva il beneficio della non menzione. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Determinazione della pena: la Cassazione rigetta il ricorso
L'Imputato è stato condannato per il reato di resistenza a pubblico ufficiale con la contestazione della recidiva specifica ed infraquinquennale. Tramite il proprio difensore, il soggetto ha proposto ricorso in Cassazione per contestare la determinazione della pena applicata nei suoi confronti. La difesa sosteneva che i giudici precedenti non avessero considerato tutti i parametri previsti dal codice penale per quantificare la sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione. I giudici di legittimità hanno ricordato che la quantificazione della sanzione rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Essendo la decisione sorretta da una motivazione congrua ed esaustiva, la Suprema Corte ha confermato la condanna, imponendo all'Imputato il pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Bancarotta fraudolenta per distrazione: prelievi soci illeciti
Gli amministratori di una società fallita sono stati condannati per il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione a causa di ripetuti prelievi di denaro dai conti aziendali verso i propri conti personali. Tali operazioni, effettuate poco prima del dissesto, erano prive di causale idonea, contratti o delibere assembleari. La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi della difesa, confermando le condanne. La Corte ha stabilito che i prelievi a titolo di compenso senza delibera assembleare o a titolo di rimborso finanziamenti soci in violazione della postergazione costituiscono distrazione di risorse sociali. La prescrizione del reato decorre dalla data di dichiarazione del fallimento e non dai singoli prelievi. Gli imputati dovranno scontare le pene e pagare le spese processuali.
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Pericolosità sociale e libertà vigilata: confermata la cura
La Corte di Cassazione ha confermato l'applicazione della misura della libertà vigilata con obbligo di dimora in una struttura terapeutica per una donna assolta dal reato di atti persecutori per vizio totale di mente. La difesa ha contestato la sussistenza della pericolosità sociale e libertà vigilata, ritenendo le prescrizioni sproporzionate e assimilabili alla carcerazione. I giudici hanno invece rilevato che la discontinuità nelle terapie e i recenti episodi di reato dimostrano il persistere del pericolo di recidiva. L'obbligo di rimanere nella comunità risponde a precise esigenze di cura e non trasforma la misura in una detenzione illegittima. La Suprema Corte ha dunque rigettato il ricorso della difesa.
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Commisurazione della pena: la Cassazione conferma la sanzione
Un cittadino condannato per truffa aggravata e sostituzione di persona ha proposto ricorso in Cassazione lamentando difetto di motivazione sulla commisurazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. I giudici hanno chiarito che il calcolo della sanzione rientra nella discrezionalità del giudice di merito, il quale ha adeguatamente motivato la gravità del fatto (danno di particolare gravità compiuto mediante sostituzione di persona) e la personalità negativa dell'imputato, gravato da precedenti specifici. La decisione ha comportato la condanna al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione in sede esecutiva e ricalcolo della pena
Il Giudice dell'Esecuzione ha accolto l'istanza presentata da un condannato per applicare la continuazione in sede esecutiva tra diverse sentenze irrevocabili di condanna. Tuttavia, nel rideterminare la pena complessiva, il tribunale ha commesso gravi errori di calcolo. In particolare, non ha effettuato lo scorporo dei singoli reati satellite, ha negato lo sconto di pena del rito abbreviato per alcune condanne e non ha motivato i criteri usati per quantificare i singoli aumenti sanzionatori. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condannato, annullando l'ordinanza limitatamente al trattamento sanzionatorio e rinviando gli atti al tribunale per un nuovo corretto calcolo della pena.
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Ricorso per cassazione generico: la condanna diventa definitiva
L'Imputato ha proposto impugnazione contro la sentenza della Corte d'Appello lamentando la mancata motivazione e la violazione di legge sia sulla penale responsabilità sia sulla determinazione della pena. La Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito che un ricorso per cassazione generico viola i requisiti previsti dall'articolo 581 del codice di procedura penale. L'Imputato ha formulato sole deduzioni astratte senza sviluppare un effettivo confronto critico con la decisione di secondo grado. Inoltre, il calcolo della pena rientra nella piena discrezionalità del giudice di merito se privo di illogicità. La Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Attenuanti generiche e droga: negata la riduzione della pena
Un uomo è stato condannato per il trasporto di un ingente quantitativo di sostanze stupefacenti dal valore superiore a 80.000 euro. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena. Egli ha lamentato il mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche e il rifiuto di applicare il minimo edittale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato la grave offensività concreta della condotta, la presenza di un elevato principio attivo e la scarsa credibilità della collaborazione offerta dall'imputato sui mandanti. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha disposto il pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Determinazione della pena sotto la media: ricorso inammissibile
L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando la condanna per spaccio di lieve entità. Il motivo di impugnazione riguardava unicamente la determinazione della pena. La difesa sosteneva che il giudice avesse motivato in modo insufficiente la misura della sanzione inflitta. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando la sanzione viene stabilita al di sotto della media edittale, non occorre una motivazione dettagliata. In questi casi è sufficiente un generico richiamo alla congruità della pena. L'Imputato perde la causa e deve pagare le spese del processo, oltre a tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Tentata rapina: minaccia e violenza escludono il tentato furto
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di tentata rapina a carico di un uomo che, insieme a un complice, ha minacciato di morte e tentato di bloccare la vittima per rubarle i beni. I giudici hanno respinto la richiesta di derubricare il fatto in tentato furto, evidenziando la presenza di una chiara minaccia predatoria. La Suprema Corte ha inoltre negato le attenuanti generiche a causa dei precedenti penali e della condotta aggressiva dell'imputato. Infine, la richiesta di pena sostitutiva è stata dichiarata inammissibile perché non presentata tempestivamente durante l'appello. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Ricorso in Cassazione per furto: condanna confermata e sanzione
L'Imputata ha proposto un ricorso in Cassazione per furto contro la sentenza della Corte d'Appello che ne aveva confermato la responsabilità penale. La difesa ha contestato la ricostruzione dei fatti, la valutazione delle prove, l'applicazione delle aggravanti e il calcolo della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione del merito in sede di legittimità. Inoltre, la determinazione della pena e il bilanciamento delle circostanze rientrano nella discrezionalità del giudice di merito. L'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Tentato omicidio e spari contro la casa: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per una gravissima spedizione punitiva sfociata nel reato di tentato omicidio e in condotte intimidatorie aggravate dal metodo mafioso. Gli imputati avevano esploso ventitré colpi di arma da fuoco contro la porta d'ingresso e le pareti di un'abitazione privata, sfiorando gli occupanti che si erano salvati stendendosi a terra. Inoltre, alcuni componenti del gruppo avevano minacciato i familiari di un collaboratore di giustizia per interromperne la collaborazione. La Suprema Corte ha rigettato tutti i ricorsi proposti, ribadendo che sparare numerosi proiettili ad altezza d'uomo verso un edificio abitato dimostra la piena volontà di uccidere, rendendo del tutto irrilevante l'esatta posizione della vittima al momento dell'attacco.
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Concordato in appello: l’accordo blocca il ricorso in Cassazione
L'Imputato, a seguito della condanna in primo grado, ha concordato la pena in secondo grado con la Procura Generale. La Corte d'Appello ha quindi rideterminato la sanzione a tre anni e cinque mesi di reclusione, oltre alla multa di cinquemilaottocento euro. Successivamente, il legale dell'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la misura della pena e la mancanza di motivazione sulla sua funzione rieducativa. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la scelta di accedere al concordato in appello comporta la rinuncia preventiva alle contestazioni di merito sul calcolo della sanzione. Il ricorrente deve versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Abuso edilizio e vincolo paesaggistico: demolire non basta
Un cittadino ha realizzato un muro in tufo e un barbecue entro trenta metri dalla costa senza le dovute autorizzazioni, commettendo un abuso edilizio e vincolo paesaggistico. Successivamente ha demolito parzialmente la struttura, lasciando però le fondamenta in cemento, e ha richiesto l'estinzione del reato e la non punibilità per tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha stabilito che la rimozione parziale non basta a estinguere il reato paesaggistico né ad azzerare la gravità del fatto. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sul reato di deturpamento di bellezze naturali, poiché la motivazione del giudice d'appello era del tutto generica. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente a questo profilo.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: no alla lieve entità
Due imputati sono stati condannati in appello per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti, in particolare per la cessione di cocaina da cui erano ricavabili circa 280 dosi. Gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove, chiedendo di derubricare il fatto a ipotesi di lieve entità e contestando la misura della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere alla Cassazione un nuovo esame delle prove e delle intercettazioni. Inoltre, la presenza di circa 280 dosi destinate a un numero elevato di consumatori esclude la lieve entità del fatto. La condanna è diventata definitiva con obbligo di pagare le spese e tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Falsificazione del documento d’identità: condanna finale
Un uomo ha modificato la propria carta d'identità cancellando la dicitura non valida per l'espatrio. Il soggetto voleva salire su un treno diretto in Germania ed eludere i controlli. Le forze dell'ordine hanno scoperto l'alterazione durante un controllo approfondito. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di falsificazione del documento d'identità. I giudici hanno respinto la richiesta di applicare la particolare tenuità del fatto. La condotta non è stata ritenuta un falso evidente a prima vista. Inoltre, il passato penale dell'imputato e i suoi numerosi precedenti per altri reati dimostrano una elevata pericolosità sociale. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e l'uomo deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Minaccia grave: condanna confermata e ricorso inammissibile
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per il reato di minaccia grave. La difesa sosteneva che l'udienza dovesse essere rinviata in attesa di una decisione della Corte Costituzionale sulla prescrizione e chiedeva il riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che non esiste alcun obbligo di sospendere il processo e che la valutazione sulla tenuità del fatto spetta esclusivamente al giudice di merito. La condanna è diventata definitiva con l'obbligo di pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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