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Art. 133 Codice Penale — Anno 2019

31 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Attenuanti generiche: quando il giudice può negarle
Un'ordinanza della Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso contro una condanna per danneggiamento aggravato. Il motivo del ricorso era la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Corte ha stabilito che la valutazione del giudice di merito era corretta, poiché i numerosi precedenti penali dell'imputato e l'assenza di elementi positivi sono ragioni sufficienti per negare tale beneficio, senza la necessità di esaminare tutti i criteri previsti dall'art. 133 c.p.
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Pena e attenuanti: la discrezionalità del giudice
Un imputato, condannato per ricettazione, ricorre in Cassazione contestando la mancata concessione delle attenuanti generiche in prevalenza sulle aggravanti. La Corte dichiara il ricorso inammissibile, ribadendo la vasta discrezionalità del giudice nella commisurazione della pena e nel bilanciamento delle circostanze, specialmente in presenza di precedenti penali che indicano una tendenza a delinquere. La decisione del giudice di merito, se non illogica o arbitraria, non è sindacabile in sede di legittimità.
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Attenuanti generiche: quando il giudice può negarle
La Cassazione dichiara inammissibile un ricorso contro una condanna per ricettazione e altri reati. La Corte conferma la decisione di non concedere le attenuanti generiche e altre attenuanti specifiche, a causa del valore non irrisorio del bene, dei numerosi precedenti penali e della personalità negativa dell'imputato, ritenuti indici di accresciuta pericolosità sociale.
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Giudicato progressivo: pena da rifare, reato certo
La Corte di Cassazione chiarisce che, in caso di annullamento di una sentenza con rinvio limitato alla sola rideterminazione della pena, la responsabilità penale dell'imputato diventa definitiva. Questo principio, noto come giudicato progressivo, impedisce che possa essere dichiarata l'estinzione del reato per prescrizione maturata successivamente alla sentenza di annullamento. Il ricorso dell'imputato, che lamentava la mancata declaratoria di prescrizione, è stato quindi dichiarato inammissibile.
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Recidiva e prescrizione: la Cassazione chiarisce
La Corte di Cassazione a Sezioni Unite, con la sentenza n. 20808/2019, ha stabilito un principio fondamentale in materia di recidiva e prescrizione del reato. La Corte ha chiarito che la sola valorizzazione dei precedenti penali per negare le attenuanti generiche non comporta un automatico riconoscimento della recidiva. Di conseguenza, se non vi è un esplicito aumento di pena per la recidiva o un giudizio di bilanciamento con altre circostanze, questa non rileva ai fini del calcolo dei termini di prescrizione, i quali non subiranno l'allungamento previsto. Il caso riguardava due imputati per contrabbando i cui reati sono stati dichiarati estinti per intervenuta prescrizione.
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Sospensione condizionale appello: l’onere di richiesta
Un imputato, condannato per detenzione di stupefacenti, otteneva in appello una riduzione di pena che lo rendeva idoneo al beneficio della sospensione condizionale. Tuttavia, non avendolo richiesto, la Corte d'Appello non si pronunciava sul punto. Le Sezioni Unite della Cassazione, investite della questione, hanno stabilito che l'imputato non può lamentare in Cassazione la mancata applicazione del beneficio se non lo ha esplicitamente richiesto durante il giudizio di appello. La sentenza chiarisce che, sebbene il giudice d'appello abbia il dovere di motivare la sua decisione, l'attivazione di tale potere-dovere è subordinata a un impulso di parte. Di conseguenza, la parola_chiave, ovvero la sospensione condizionale in appello, diventa un diritto la cui tutela processuale dipende da una specifica istanza.
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Pene accessorie bancarotta: la discrezionalità del Giudice
La Corte di Cassazione a Sezioni Unite interviene su un caso di bancarotta fraudolenta per risolvere un contrasto giurisprudenziale sulla durata delle pene accessorie. A seguito di una pronuncia della Corte Costituzionale, che ha dichiarato illegittima la durata fissa di 10 anni, le Sezioni Unite stabiliscono che la durata di tali pene non deve essere automaticamente legata a quella della pena principale. Spetta invece al giudice di merito determinarla in concreto, con un potere discrezionale basato sui criteri dell'art. 133 c.p., entro il limite massimo previsto dalla legge. Di conseguenza, la sentenza viene annullata con rinvio limitatamente alla determinazione delle pene accessorie bancarotta.
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Aberratio ictus e concorso morale: la Cassazione
La Corte di Cassazione si pronuncia su un complesso caso di omicidio e tentato omicidio in un contesto di criminalità organizzata. La sentenza analizza in dettaglio la responsabilità del concorrente morale in caso di aberratio ictus, ovvero quando l'offesa colpisce una persona diversa da quella designata. Viene affermato che chi pianifica e ordina un delitto risponde anche degli sviluppi prevedibili dell'azione, come l'errore nell'esecuzione. La Corte rigetta i ricorsi degli imputati, confermando le condanne, ma corregge un errore di calcolo materiale della pena per uno di essi, annullando parzialmente la sentenza senza rinvio.
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Revoca prova testimoniale: quando è legittima?
La Corte di Cassazione conferma la condanna di un soggetto in sorveglianza speciale, fuggito a un controllo. Il ricorso si basava sulla presunta illegittima revoca della prova testimoniale della difesa e su un'errata identificazione. La Corte ha ritenuto legittima la revoca a causa dell'irreperibilità e dell'assenza ingiustificata dei testi. Questa sentenza chiarisce i limiti del diritto alla prova e i requisiti per contestare le decisioni del giudice durante il processo.
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Calcolo pena: errore annulla la sentenza
Due imputati, condannati per porto abusivo d'armi, ricorrono in Cassazione. Lamentano un errore nel calcolo della pena, il diniego delle attenuanti e della sospensione condizionale. La Corte Suprema accoglie i ricorsi sull'errato calcolo pena e sulla mancanza di motivazione per il diniego della sospensione, annullando la sentenza con rinvio su questi punti. Respinge invece il motivo sulle attenuanti generiche.
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Favoreggiamento immigrazione: Cassazione conferma
La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per favoreggiamento immigrazione a carico di tre persone che avevano creato un sistema di false pratiche e fittizi rapporti di lavoro. La sentenza chiarisce che il reato si perfeziona anche con i soli atti preparatori, come la presentazione di domande false, senza che sia necessario l'effettivo ingresso dello straniero in Italia. La Corte ha inoltre ritenuto sufficienti gli indizi per provare che gli stranieri si trovassero all'estero e ha confermato la responsabilità anche di chi ha consapevolmente prestato la propria identità per le finte assunzioni.
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Recidiva e Nullità: limiti del ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul caso di un individuo condannato per la violazione della sorveglianza speciale. Il ricorso si basava su una presunta nullità processuale, sull'errata applicazione della recidiva e sulla conseguente prescrizione del reato. La Corte ha rigettato il ricorso, stabilendo che un errore formale nella citazione non invalida il processo se non lede concretamente il diritto di difesa. Inoltre, ha dichiarato inammissibili le censure sulla recidiva perché sollevate per la prima volta in Cassazione, confermando che tale aggravante incide sui tempi di prescrizione.
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Detenzione armi: quando il ricorso è inammissibile?
Un uomo viene condannato per detenzione armi, nello specifico una pistola e munizioni. La Corte di Appello riforma parzialmente la sentenza, ma conferma la condanna principale. L'imputato ricorre in Cassazione lamentando, tra l'altro, la mancata prova della piena efficienza dell'arma e il diniego di attenuanti. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile, stabilendo che un'arma è considerata tale se non è "totalmente e assolutamente inefficiente" e che la valutazione sulla gravità del fatto e sulla concessione delle attenuanti è un potere discrezionale del giudice di merito, non sindacabile se congruamente motivato.
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Soccorso in mare reato: la giurisdizione italiana
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 12619/2019, ha stabilito la sussistenza della giurisdizione italiana per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina anche quando il trasporto avviene in acque internazionali. Nel caso di specie, l'imputato, skipper di un gommone, è stato condannato poiché il successivo soccorso in mare non interrompe il nesso causale, ma è considerato un evento previsto e voluto dall'organizzazione criminale per completare l'ingresso illegale nel territorio dello Stato. Questo configura un'ipotesi di soccorso in mare reato, dove i soccorritori diventano, inconsapevolmente, strumenti dell'azione delittuosa.
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Legittima difesa putativa: quando è esclusa?
Un uomo, condannato per omicidio, ricorre in Cassazione invocando la legittima difesa putativa. La Corte Suprema ha respinto il ricorso, stabilendo che tale scriminante non può essere riconosciuta a chi, dopo un'offesa, si pone all'inseguimento della vittima e tenta di costruire una versione dei fatti di comodo. La sentenza analizza anche i concetti di provocazione e motivi futili, chiarendo che una reazione palesemente sproporzionata, come sparare per un insulto, non può essere giustificata.
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Rinuncia al ricorso: conseguenze economiche
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile un ricorso a seguito della rinuncia formale presentata dall'appellante. La decisione si basa sull'applicazione dell'art. 591 cod. proc. pen. A causa della declaratoria di inammissibilità, e in applicazione dell'art. 616 cod. proc. pen., la Corte condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di 2.000 euro, specificando che tale condanna consegue a ogni tipo di inammissibilità, inclusa la rinuncia al ricorso.
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Amministratore di fatto: prova e responsabilità penale
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta documentale di un soggetto ritenuto amministratore di fatto di una società fallita. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile riguardo alla qualifica, provata tramite testimonianze, ma la sentenza è stata annullata con rinvio per la rideterminazione delle pene accessorie. A seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 222/2018, la durata di tali pene non può più essere fissa a dieci anni, ma deve essere commisurata dal giudice alla gravità del fatto.
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Amministratore di diritto: la responsabilità penale
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un'amministratrice di una società, condannata per bancarotta fraudolenta, che sosteneva di essere una mera prestanome del marito, effettivo gestore. La Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per carenze procedurali, ribadendo che l'amministratore di diritto è responsabile se, accettando la carica, ha la generica consapevolezza delle condotte illecite poste in essere dall'amministratore di fatto. Tuttavia, la Corte ha annullato la sentenza limitatamente alle pene accessorie, rinviando il caso al giudice di merito per rideterminarne la durata, in seguito a una pronuncia della Corte Costituzionale.
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Vizio parziale di mente: pena e misura di sicurezza
Un uomo, riconosciuto con vizio parziale di mente, viene condannato per l'omicidio della compagna. La Corte di Cassazione conferma la pena di 14 anni, ritenendo la riduzione per il vizio mentale adeguatamente motivata e insindacabile. Tuttavia, annulla la sentenza riguardo la misura di sicurezza del ricovero in REMS. La Corte d'Appello, infatti, aveva omesso di valutare la concreta e attuale pericolosità sociale dell'imputato, un requisito indispensabile per l'applicazione di tale misura. La questione viene quindi rinviata al Tribunale di Sorveglianza per una nuova valutazione.
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Dosimetria della pena: limiti del ricorso in Cassazione
Un soggetto condannato per spaccio e resistenza a pubblico ufficiale ha impugnato in Cassazione la sentenza, contestando l'entità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che la dosimetria della pena decisa dal giudice di merito è sindacabile solo in caso di motivazione manifestamente illogica o arbitraria. Nel caso specifico, la pena, superiore al minimo edittale, era stata correttamente giustificata in base alla gravità dei fatti, alle modalità organizzative e ai numerosi precedenti specifici dell'imputato, in linea con i criteri dell'art. 133 c.p.
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