L'Aggressore ha aggredito la Vittima puntandole prima una pistola al petto, che si è inceppata, e colpendola poi ripetutamente con una spada affilata al capo e alle braccia. L'azione violenta si è interrotta unicamente grazie all'intervento fisico di terze persone. La difesa ha invocato la derubricazione dell'accusa nel meno grave reato di lesioni personali, valorizzando la mancata insistenza nei colpi e l'accompagnamento del ferito in ospedale. La Suprema Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando in via definitiva la condanna a sei anni di reclusione per tentato omicidio aggravato da futili motivi. I giudici hanno chiarito che il tipo di armi impiegate e i distretti anatomici bersagliati manifestano la chiara volontà di uccidere, mentre il finto soccorso costituiva solo un tentativo di intimidire la persona offesa per garantirsi l'impunità.
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