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Art. 133 Codice Penale — Anno 2026

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2540 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Circostanze attenuanti generiche negate: confermato l’ergastolo
L'Imputato ha ucciso la compagna convivente al culmine di una lunga serie di maltrattamenti in famiglia, generati da continui contrasti economici e dall'attivazione dell'amministrazione di sostegno. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, sostenendo di aver agito sotto l'effetto di uno stato emotivo alterato e di tratti di personalità narcisistici e impulsivi. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, rendendo definitiva la condanna all'ergastolo. I giudici hanno chiarito che i meri tratti caratteriali o gli stati di rabbia per la perdita di autonomia finanziaria non giustificano sconti di pena, in mancanza di una vera infermità mentale.
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Patteggiamento concordato: ricorso inammissibile sulla pena
L'Imputato ha concordato con la pubblica accusa una pena di tre anni, un mese e dodici giorni di reclusione per tentato omicidio e porto illegale di oggetto atto ad offendere. Il Giudice per le indagini preliminari ha ratificato l'accordo. Successivamente, l'Imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata spiegazione dei criteri di calcolo della pena. La Suprema Corte ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che nel patteggiamento la pena deriva dalla concorde volontà delle parti. Il giudice deve solo verificarne la legalità, la congruità e l'assenza di cause di proscioglimento immediato. L'Imputato ha subito la condanna alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Restituzione incentivi fotovoltaici: la Cassazione cambia giudice
Un'Impresa energetica perde definitivamente il diritto di percepire le tariffe agevolate per la produzione di energia solare a causa di violazioni accertate dall'Ente gestore dei servizi energetici. Dopo la conferma definitiva della decadenza in sede giudiziaria, l'Ente gestore avvia una causa per ottenere la restituzione delle somme erogate negli anni precedenti. I giudici amministrativi accolgono la domanda di rimborso, ma le Sezioni Unite della Corte di Cassazione ribaltano la decisione. La Corte stabilisce che la controversia per la restituzione incentivi fotovoltaici spetta al Giudice Ordinario e non a quello Amministrativo. Quando il provvedimento sanzionatorio di decadenza è oramai consolidato, il potere pubblico dell'amministrazione si esaurisce. La successiva richiesta di rimborso costituisce una semplice causa di recupero crediti regolata dal diritto privato.
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Determinazione della pena: la Cassazione boccia il ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello contestando i criteri seguiti per la determinazione della pena e l'aumento per la continuazione tra i reati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di motivazione sulla determinazione della pena è pienamente adempiuto se la sentenza indica gli elementi decisivi previsti dall'articolo 133 del codice penale. Nel caso specifico, i giudici di merito avevano debitamente evidenziato il disvalore dei fatti commessi e applicato un aumento contenuto per la continuazione. A causa dell'inammissibilità del ricorso, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Rideterminazione della pena: Cassazione annulla i calcoli errati
In seguito all'assoluzione per il reato di associazione mafiosa pronunciata nel giudizio di rinvio, la Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di diversi imputati relativi al calcolo delle sanzioni per i reati satellite. La Suprema Corte ha annullato le decisioni in cui i giudici d'appello non avevano motivato l'aumento per la recidiva, il diniego delle attenuanti generiche e la sproporzione delle pene per il reato continuato. La rideterminazione della pena richiede infatti un'analisi rigorosa e non semplici formule stereotipate. Per un imputato la Corte ha rideterminato direttamente la sanzione eliminando un indebito peggioramento del trattamento sanzionatorio, mentre per altri ha disposto un nuovo processo d'appello. I ricorsi ritenuti generici o infondati sono stati rigettati.
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Sostanze stupefacenti di lieve entità: no al taglio di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un uomo condannato per reati in materia di droga. L'imputato richiedeva il riconoscimento delle sostanze stupefacenti di lieve entità e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno respinto le richieste a causa del grande quantitativo di farmaci sequestrati, pari a oltre tremila compresse tra Tramadolo e Tapentadol. La Polizia Giudiziaria ha inoltre dimostrato la sistematicità dello spaccio e l'elevato volume di affari. La Cassazione ha stabilito che la valutazione dei fatti spetta esclusivamente ai giudici di merito. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto pluriaggravato: ricorso generico e condanna confermata
L'Imputato è stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di furto pluriaggravato. Tramite il proprio difensore, ha proposto ricorso in Cassazione contestando il calcolo della pena e il bilanciamento tra le circostanze aggravanti e attenuanti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che le contestazioni erano generiche e si limitavano a ripetere gli stessi argomenti già respinti in appello. La determinazione della pena e la valutazione delle circostanze spettano al giudice di merito, salvo errori logici manifesti. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Fatture per operazioni inesistenti: condanna e ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un amministratore societario, condannato a due anni di reclusione per reati tributari legati all'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. L'imputato contestava l'utilizzabilità di alcune testimonianze e lamentava un presunto uso esclusivo di presunzioni fiscali. La Suprema Corte ha confermato la validità del quadro probatorio, evidenziando che i giudici di merito hanno fondato la decisione su riscontri oggettivi della Guardia di Finanza. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto legittimo il diniego delle attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena, vista la rilevante entità dell'evasione fiscale e la sua continuazione nel tempo. L'amministratore dovrà quindi scontare la condanna e pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Dosimetria della pena: il ricorso infondato porta alla condanna
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di Appello, lamentando una presunta illogicità nella motivazione inerente alla dosimetria della pena ai sensi dell'articolo 133 del codice penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici di legittimità hanno riscontrato che la sentenza impugnata conteneva una motivazione logica, sufficiente e idonea rispetto alle deduzioni difensive presentate. La determinazione del trattamento sanzionatorio operata nei precedenti gradi di giudizio non può essere oggetto di riesame in sede di legittimità se sorretta da adeguata giustificazione. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Appropriazione indebita aggravata: ricorso inammissibile
L'Imputato è stato condannato per il reato di appropriazione indebita aggravata con la recidiva reiterata. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo di riqualificare il fatto in insolvenza fraudolenta e lamentando la severità della pena inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i motivi dell'impugnazione si limitavano a riproporre le stesse argomentazioni già respinte nel giudizio di appello, senza sviluppare critiche specifiche verso la sentenza. Inoltre, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito se sorretta da adeguata motivazione. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Restituzione incentivi fotovoltaico: spetta al giudice civile
L'Ente Gestore dei servizi energetici dispone la decadenza dalle tariffe incentivanti nei confronti di una società per presunte irregolarità nell'impianto. A seguito della conferma definitiva del provvedimento di decadenza in sede giurisdizionale, l'Ente agisce per ottenere la condanna della società al rimborso delle somme già erogate. Tuttavia, l'Ente avvia l'azione di recupero dinanzi al Giudice Amministrativo. La società contesta la scelta, sostenendo la competenza del Giudice Ordinario. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione accolgono il ricorso della società. I giudici evidenziano che la domanda di restituzione incentivi fotovoltaico integra un'azione di indebito oggettivo. Quando il provvedimento autoritativo di decadenza si è ormai consolidato, il potere pubblico risulta esaurito. Di conseguenza, la controversia riguarda un mero diritto soggettivo di credito e appartiene alla giurisdizione del Giudice Ordinario.
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Inammissibilità del ricorso in Cassazione: condanna confermata
L'Imputato è stato condannato per possesso di documenti falsi validi per l'espatrio con l'aggravante della recidiva. L'uomo ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione chiedendo la riqualificazione della condotta in una fattispecie meno grave e il riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso in Cassazione. I giudici hanno chiarito che non è consentito introdurre per la prima volta in Cassazione questioni mai sollevate in appello. Inoltre, la semplice riproposizione delle difese già disattese rende l'impugnazione del tutto generica. L'Imputato perde il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Esclusione della recidiva: bocciato il ricorso per Cassazione
Un imputato ha presentato ricorso per Cassazione contestando l'eccessiva entità della condanna e la mancata esclusione della recidiva da parte della Corte d'Appello. Il ricorrente sosteneva che i giudici di merito avessero motivato la sanzione in modo illogico. I Giudici di legittimità hanno respinto l'impugnazione dichiarandola inammissibile. La sentenza impugnata ha infatti spiegato chiaramente come i precedenti penali recenti e specifici dell'imputato dimostrassero una spiccata pericolosità sociale e una maggiore colpevolezza. Di conseguenza, i giudici hanno confermato la piena legittimità dell'aumento sanzionatorio e hanno condannato il ricorrente al pagamento delle spese legali, oltre al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso: verdetto confermato e sanzione
L'Imputato, condannato per il reato di rapina, ha presentato impugnazione contestando la ricostruzione dei fatti e la misura della pena stabilita dai giudici di secondo grado. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso poiché i motivi proposti richiedevano una nuova valutazione delle prove, compito riservato esclusivamente ai giudici di merito. Inoltre, i giudici di legittimità hanno ribadito che la determinazione della pena e la concessione delle attenuanti rientrano nel potere discrezionale del giudice, purché la decisione sia motivata in modo logico. L'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali, oltre al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende per la colpa nella presentazione di un ricorso non ammissibile.
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Impugnazione patteggiamento: il limite dei motivi di ricorso
L'Imputato, accusato di reati inerenti alle sostanze stupefacenti, concordava una pena di oltre quattro anni di reclusione mediante patteggiamento. Successivamente, la difesa proponeva ricorso in Cassazione lamentando la violazione dei criteri di commisurazione della pena previsti dal codice penale. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità dell'azione. La legge limita espressamente l'impugnazione patteggiamento a casi tassativi, tra cui i vizi della volontà, l'illegalità della pena o l'erronea qualificazione del fatto. Contestare unicamente il calcolo della sanzione liberamente concordata rende il ricorso inammissibile. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto: condanna confermata in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per ricettazione di un dispositivo contenente dati sensibili. Il ricorrente chiedeva l'applicazione della causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto e contestava la severità della pena. I giudici hanno chiarito che il beneficio della particolare tenuità del fatto non può essere richiesto per la prima volta in Cassazione se omesso in appello. Inoltre, la determinazione della pena spetta al giudice di merito. La gravità del reato, legata alla natura riservata dei dati, e la presenza di numerosi precedenti penali confermano la correttezza della condanna. L'imputato deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche negate: confermata la condanna
L'Imputato ha presentato ricorso per contestare il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e il calcolo complessivo della pena. La Corte di Appello aveva negato la riduzione a causa dei numerosi precedenti penali e della recidiva contestata, ritenendo la condanna già fissata al minimo edittale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché fondato su motivi generici e non consentiti dalla legge, confermando la piena logicità della sentenza impugnata. Di conseguenza, il ricorrente perde il giudizio ed è condannato al pagamento delle spese di lite e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Vizio di motivazione: condanna annullata e ricorsi respinti
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di tre imputati accusati di reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Per i primi due ricorrenti, i giudici hanno dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le condanne: le loro difese contestavano la ricostruzione dei fatti senza confrontarsi con le prove decisive raccolte dalle forze dell'ordine, come le videoriprese. Al contrario, per il terzo imputato la Suprema Corte ha riscontrato un evidente vizio di motivazione. I giudici di merito lo avevano condannato per tre episodi di spaccio senza tuttavia specificare quali singole cessioni fossero state provate rispetto ai nove episodi inizialmente contestati. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza nei confronti di questo terzo imputato, rinviando la decisione a un'altra sezione della Corte d'Appello.
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Bancarotta fraudolenta per distrazione: annullata la condanna
L'Amministratrice di una societa dichiarata fallita e stata condannata nei gradi di merito per il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione. L'accusa contestava il presunto trasferimento di merce di magazzino, un veicolo aziendale e l'avviamento commerciale a favore di una nuova societa di famiglia. La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza di condanna con rinvio a una nuova sezione della Corte di Appello. I giudici supremi hanno chiarito che il mero dato contabile non basta per provare la sottrazione fisica del magazzino e che l'avviamento commerciale non puo essere oggetto di distrazione in assenza del contestuale trasferimento del compendio aziendale o dei fattori strutturali idonei a generarlo.
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Sicurezza sul lavoro per il Sindaco: no alla condanna automatica
Il Tribunale aveva condannato un Primo Cittadino per la mancata formazione dei dipendenti della Polizia Locale in tema di salute e prevenzione. L'accusa sosteneva l'omissione degli obblighi di sicurezza sul lavoro per il Sindaco inteso automaticamente come datore di lavoro. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'amministratore e ha annullato la condanna. La Suprema Corte ha chiarito che la qualifica di datore di lavoro negli enti pubblici non ricade in modo automatico sull'organo politico di vertice. Il giudice deve verificare concretamente la struttura dell'ente, l'esistenza di deleghe gestionali e l'attribuzione di autonomi poteri di spesa. La causa è stata rinviata al Tribunale per un nuovo esame dei ruoli effettivi.
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