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Art. 133 Codice Penale — Anno 2026

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2540 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Ricettazione di merce contraffatta: ricorso inammissibile
L'Imputato è stato condannato in sede di merito per il reato di ricettazione di merce contraffatta. I beni in suo possesso risultavano idonei a ingannare i potenziali acquirenti ed egli non ha fornito alcuna giustificazione valida sulla loro provenienza. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove, la mancata concessione della particolare tenuità del fatto e l'entità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché privo di specificità, essendosi limitato a riproporre censure già vagliate e respinte. Inoltre, l'abitualità della condotta impedisce il beneficio dell'impunità. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Pena sostitutiva e precedenti: la Cassazione annulla il no
L'imputato è stato fermato con 7,56 grammi di cocaina suddivisi in otto involucri e altro materiale da confezionamento a casa. La Corte di Appello ha confermato la condanna a dieci mesi di reclusione, negando la concessione della pena sostitutiva della detenzione domiciliare a causa dei precedenti penali dell'uomo. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale, ma ha annullato la decisione sul diniego della sanzione alternativa. I giudici di legittimità hanno stabilito che il giudice non può negare la pena sostitutiva basandosi unicamente sui precedenti, senza valutare il percorso lavorativo e la capacità di risocializzazione dell'imputato. La causa torna in Appello per riconsiderare la misura alternativa.
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Motivazione per relationem: quando la condanna è valida
L'Imputato, condannato per omicidio colposo plurimo a un anno e sei mesi di reclusione, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il difetto di motivazione sulla quantificazione della pena e sul mancato riconoscimento delle attenuanti generiche come prevalenti. Secondo la difesa, il giudice d'appello si era limitato a rinviare a una decisione precedente senza una propria valutazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che la motivazione per relationem è del tutto legittima se l'atto richiamato è noto alle parti e congruo. Inoltre, la determinazione della sanzione vicina al minimo edittale rientra nella discrezionalità del giudice e non richiede una motivazione complessa. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Ricettazione e merci rubate: la Cassazione blocca il ricorso
L'Imputato, sorpreso dalle forze dell'ordine alla guida di un furgone carico di merce di provenienza illecita, non forniva spiegazioni plausibili sull'origine del carico. Dopo la conferma della condanna in appello per il reato di ricettazione, presentava ricorso in Cassazione. La difesa contestava la responsabilità penale, la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, la negazione delle attenuanti generiche e il calcolo della sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che le richieste non presentate nei precedenti gradi di giudizio non possono essere proposte per la prima volta in legittimità. L'Imputato deve pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato continuato in sede esecutiva tra sconto e rigore
Un cittadino condannato per plurimi episodi di bancarotta fallimentare ha domandato l'unificazione delle pene mediante continuazione. Il giudice dell'esecuzione ha accolto l'istanza, ma ha fissato per il reato satellite un aumento di pena di un anno e sei mesi, riducendo di soli sei mesi la sanzione originaria di due anni, senza fornire alcuna giustificazione sui criteri adottati. L'interessato ha proposto ricorso denunciando il vizio di motivazione sul calcolo della pena. La Suprema Corte ha accolto l'impugnazione, statuendo che l'applicazione del reato continuato in sede esecutiva impone al magistrato di motivare dettagliatamente la misura dell'aumento sanzionatorio per ciascun reato satellite, soprattutto quando l'incremento si avvicina alla condanna originaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: pena confermata
L'Imputato ha proposto ricorso contro la condanna per reati contro il patrimonio e violenza. La Corte di Cassazione ha stabilito l'Inammissibilità del ricorso per cassazione. I primi quattro motivi contestavano la responsabilità penale e la ricostruzione dei fatti, ma la Suprema Corte li ha ritenuti generici e ripetitivi, ricordando che non è possibile richiedere un nuovo esame delle prove in sede di legittimità. Anche i motivi riguardanti la misura della pena e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti sono stati respinti. La determinazione della sanzione rientra infatti nella discrezionalità del giudice di merito, se adeguatamente motivata. Di conseguenza, L'Imputato perde la causa, deve pagare le spese del processo e una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Possesso di refurtiva non giustificato: condanna confermata
L'Imputato è stato condannato per ricettazione dopo essere stato trovato in possesso di un aratro rubato senza fornire alcuna spiegazione attendibile sulla sua provenienza. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando difetto di prova sulla responsabilità penale e chiedendo il riconoscimento delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che il possesso di refurtiva non giustificato integra il reato di ricettazione quando non vi siano elementi indicativi della partecipazione diretta al furto. Inoltre, la determinazione della pena e la concessione delle attenuanti rientrano nella discrezionalità del giudice di merito. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso in Cassazione e condanna finale
L'Imputato ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione lamentando difetti di motivazione e violazioni di legge in merito al riconoscimento fotografico e ai filmati di videosorveglianza che lo identificavano. Inoltre, ha contestato l'applicazione della recidiva reiterata e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso in Cassazione poiché le doglianze richiedevano un riesame del merito, precluso in sede di legittimità. I giudici hanno confermato la solidità delle prove e la correttezza delle valutazioni sulla pericolosità sociale dell'Imputato, gravato da numerosi precedenti penali. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Contraffazione di marchi: condanna confermata ma con rinvio
Un commerciante ha importato dalla Cina e venduto online in Italia aspirapolveri recanti un marchio ingannevolmente simile a quello di un famoso produttore. Il tribunale ha accertato il reato di contraffazione di marchi e la violazione della proprietà industriale, evidenziando il rischio di confusione per i consumatori e lo sfruttamento parassitario della reputazione aziendale. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la gravità del fatto e l'assenza di dolo. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale e il risarcimento del danno, riconoscendo la piena malafede dell'operatore commerciale. Tuttavia, i giudici hanno annullato la sentenza con rinvio limitatamente all'omessa pronuncia sul beneficio della non menzione della condanna nel casellario giudiziale.
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Traffico di sostanze stupefacenti: i ricorsi in Cassazione
Diversi soggetti hanno presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza di appello che confermava le loro condanne per associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e per singoli episodi di cessione. Gli imputati lamentavano la presenza di un precedente giudicato, la mancanza di prove oltre le intercettazioni e chiedevano il riconoscimento della lieve entità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'organizzazione stabile, la continuità dello spaccio e l'uso di linguaggio criptico precludono sia il divieto di doppio giudizio sia l'attenuante della lieve entità. Tutti i ricorrenti perdono la causa e sono condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle Ammende.
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Armi incustodite: scatta la particolare tenuità del fatto
Un cittadino subiva una condanna per irregolare custodia e omessa ripetizione della denuncia di trasferimento di alcune armi da fuoco. Durante il processo, la difesa chiedeva il proscioglimento per particolare tenuità del fatto, evidenziando l'assenza di munizioni, il mancato pericolo concreto e la concessione delle attenuanti generiche. Il Tribunale ometteva qualsiasi motivazione su tale richiesta difensiva. L'interessato presentava ricorso per cassazione per contestare tale silenzio motivazionale. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice deve valutare congiuntamente le modalità della condotta e l'entità del pericolo quando la difesa richiede l'esclusione della punibilità. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente a questo punto.
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Attenuanti generiche e bancarotta: no sconti per doveri
Un imprenditore subisce una condanna per reati fallimentari legati al dissesto della propria azienda consortile. Il giudice d'appello ridetermina la pena a tre anni di reclusione dopo aver ricalcolato il peso delle aggravanti. L'imputato ricorre in Cassazione per ottenere la prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto all'aggravante della pluralità di condotte illecite. La difesa valorizza la piena collaborazione dell'amministratore con la procedura concorsuale e i tentativi di accordo con i creditori. La Suprema Corte rigetta il ricorso e conferma la pena. I giudici stabiliscono che presentarsi alle convocazioni del curatore costituisce un dovere di legge e non un indice di autentico pentimento. Il tema centrale riguarda il rapporto tra attenuanti generiche e bancarotta nella corretta quantificazione della sanzione penale.
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Bancarotta fraudolenta per distrazione: condannato il professionista
Un professionista ha collaborato con un imprenditore per creare una società fittizia, intestata a prestanome e priva di reale attività. La struttura serviva a ottenere finanziamenti bancari tramite fatture false. Il denaro ottenuto è confluito sui conti personali del professionista mediante assegni. La difesa sosteneva la semplice ricettazione, negando un accordo preventivo per la sottrazione dei fondi. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta per distrazione in concorso. I giudici hanno accertato il ruolo decisivo del consulente nella creazione dello schermo societario e nella canalizzazione dei flussi finanziari. La sentenza ha confermato anche la pena accessoria dell'interdizione decennale dalle cariche societarie per l'abuso delle competenze professionali.
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Estinzione della pena pecuniaria e disagio economico
Una lavoratrice ha concluso con successo l'affidamento in prova al servizio sociale e ha chiesto l'estinzione della pena pecuniaria residua a causa di gravi difficoltà economiche. Il Tribunale di sorveglianza ha respinto l'istanza, sostenendo che il reddito documentato non provasse la totale indigenza e lamentando la mancanza di attività riparative. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della condannata, annullando il provvedimento con rinvio. I giudici di legittimità hanno chiarito che si applica la legge vigente al momento dell'ammissione alla misura alternativa, la quale non richiedeva ulteriori percorsi di giustizia riparativa. Inoltre, il giudice deve verificare concretamente la situazione patrimoniale senza pretendere la totale nullatenenza o ulteriori indici di meritevolezza.
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Bancarotta fraudolenta patrimoniale: vale anche per somme esigue
L'Imprenditore ha subito una condanna per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per aver nascosto al curatore un credito di circa novemila euro e per aver trasferito alla moglie cambiali per circa ventimila euro in vista del fallimento. La difesa sosteneva l'irrilevanza della somma rispetto a un passivo aziendale di oltre un milione di euro. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, chiarificando che la bancarotta fraudolenta patrimoniale costituisce un reato di pericolo concreto. La valutazione penale non dipende da un mero calcolo matematico tra passivo totale e ammontare sottratto, ma dall'effettiva idoneità dell'atto a mettere a rischio le garanzie dei creditori. La sottrazione di circa trentamila euro senza giustificazione commerciale vicina al dissesto rappresenta un evidente pericolo per la massa creditoria. La condanna penale dell'imprenditore è stata quindi integralmente confermata.
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Inammissibilità del ricorso per genericità: condanna e sanzione
La Corte di Cassazione si è pronunciata sul ricorso presentato da L'Imputato contro la sentenza della Corte d'Appello che lo condannava, negando le attenuanti generiche e applicando la recidiva. La difesa ha contestato la pena e le motivazioni del giudice di secondo grado senza specificare le concrete illogicità o le carenze della sentenza impugnata. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per genericità, evidenziando come la decisione precedente fosse già congruamente e ampiamente motivata. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Inammissibilità del ricorso in Cassazione: no ai motivi di fatto
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello. Le contestazioni riguardavano l'accertamento della responsabilità e la misura della pena. La Suprema Corte ha accertato l'inammissibilità del ricorso in Cassazione. Il primo motivo chiedeva un riesame dei fatti già analizzati con motivazione esente da vizi. Il secondo motivo contestava la pena, fissata vicino al minimo edittale considerando i precedenti penali del soggetto. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Bancarotta fraudolenta documentale: pena minima e refuso
L'Amministratore di una società fallita ha subito una condanna a tre anni di reclusione per il reato di bancarotta fraudolenta documentale. La difesa ha sostenuto che il giudice di primo grado avesse concesso le circostanze attenuanti generiche menzionando erroneamente una residua aggravante già esclusa, pretendendo quindi una riduzione della pena al di sotto del minimo di legge. La Corte di Appello in sede di rinvio e successivamente la Corte di Cassazione hanno chiarito che l'espressione equivoca rappresentava soltanto un refuso formale. I giudici non hanno mai accordato gli sconti di pena all'imputato a causa dei suoi precedenti penali specifici. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso confermando integralmente la condanna al minimo edittale.
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Appropriazione indebita del dipendente: fiducia tradita e pena
Un lavoratore addetto alla gestione di un centro scommesse si è impossessato indebitamente di circa venticinquemila euro della società datrice di lavoro. Condannato nei primi due gradi di giudizio, l'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la prescrizione del reato, l'insussistenza dell'aggravante dell'abuso di prestazione d'opera e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i termini di prescrizione non erano maturati a causa delle sospensioni previste dalla legge. Inoltre, le mansioni fiduciarie del lavoratore a contatto con il denaro giustificano la condotta contestata, mentre la gravità del danno economico impedisce la concessione delle attenuanti. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio, al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende e al risarcimento delle spese legali della società. Viene stabilita così la piena responsabilità per il reato di appropriazione indebita del dipendente.
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Estorsione consumata e polizia allertata: la condanna definitiva
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la condanna per estorsione e sostenendo che si trattasse di reato solo tentato, poiché la vittima aveva allertato preventivamente la polizia. L'Imputato richiedeva inoltre il riconoscimento della minima partecipazione e delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando l'esistenza dell'estorsione consumata. I giudici hanno chiarito che l'intervento della polizia non trasforma il reato in mero tentativo se si realizza comunque la consegna del denaro con ingiusto profitto. La consapevolezza dell'illiceità dell'azione e il collegamento con prestiti usurari escludono ogni attenuante. L'Imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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