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Motivazione per relationem: quando la condanna è valida

L’Imputato, condannato per omicidio colposo plurimo a un anno e sei mesi di reclusione, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il difetto di motivazione sulla quantificazione della pena e sul mancato riconoscimento delle attenuanti generiche come prevalenti. Secondo la difesa, il giudice d’appello si era limitato a rinviare a una decisione precedente senza una propria valutazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha stabilito che la motivazione per relationem è del tutto legittima se l’atto richiamato è noto alle parti e congruo. Inoltre, la determinazione della sanzione vicina al minimo edittale rientra nella discrezionalità del giudice e non richiede una motivazione complessa. L’Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.

Riferimento:
Sentenza di Cassazione Penale Sez. 4 Num. 27658 Anno 2026
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Pubblicato il 3 settembre 2026 in Giurisprudenza Penale, Procedura Penale

La legittimità della motivazione per relationem nel processo penale

Nel sistema penale italiano, la motivazione per relationem rappresenta una modalità redazionale con cui il giudice richiama gli argomenti espressi in un altro provvedimento del procedimento. Questa tecnica suscita talvolta perplessità tra i cittadini, poiché la decisione può apparire priva di una motivazione autonoma. Tuttavia, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito da tempo che il rinvio ad atti precedenti è perfettamente valido. Il giudice deve garantire che il testo richiamato sia conosciuto dalle parti e che la decisione sia frutto di un’effettiva cognizione delle ragioni in gioco.

Il contesto della vicenda giudiziaria e la contestazione sulla pena

Il caso trae origine da un procedimento penale in cui l’Imputato è stato ritenuto responsabile del reato di omicidio colposo plurimo. A seguito di un precedente annullamento parziale da parte della Corte di Cassazione per l’intervenuta prescrizione di alcune ipotesi di reato, la Corte d’Appello in sede di rinvio ha rideterminato la sanzione. I giudici territoriali hanno stabilito la pena in un anno e sei mesi di reclusione, concedendo anche il beneficio della non menzione nel certificato del casellario giudiziale.

Contro questa decisione l’Imputato ha proposto un nuovo ricorso per Cassazione tramite il proprio difensore. L’impugnazione era fondata su un unico e articolato motivo: la presunta mancanza di motivazione sia in merito al calcolo della pena base, sia riguardo al mancato riconoscimento della prevalenza delle attenuanti generiche sulle aggravanti. La difesa sosteneva che il giudice si fosse limitato a richiamare le valutazioni dei precedenti gradi di giudizio, omettendo di analizzare i criteri indicati dalla legge penale.

I limiti alla revisione del calcolo della pena

La quantificazione della sanzione tra il limite minimo e quello massimo stabiliti dalla legge rientra nell’ambito del potere discrezionale del giudice di merito. Quando la pena irrogata si colloca in misura minima o vicina al minimo edittale, l’obbligo di giustificazione risulta attenuato. Al giudicante è sufficiente utilizzare espressioni sintetiche che indichino l’adeguatezza della sanzione, come pena congrua o equo aumento.

Lo stesso criterio si applica al giudizio di comparazione tra le diverse circostanze del reato. La decisione di ritenere le attenuanti equivalenti o prevalenti rispetto alle aggravanti sfugge al controllo della Corte di Cassazione, purché non sia il risultato di un ragionamento illogico o arbitrario.

Le motivazioni della sentenza sulla motivazione per relationem

Le motivazioni della decisione adottata dalla Suprema Corte confermano la piena legittimità del percorso argomentativo seguito nei giudizi di merito. I giudici di legittimità hanno ricordato che la motivazione per relationem è pienamente ammissibile quando rinvia ad atti legittimi del processo e dimostra che il giudicante ha preso adeguata cognizione del fatto.

Nel caso specifico, la Corte d’Appello ha fatto proprio il quadro valutativo espresso nella precedente sentenza di rinvio, la quale già richiamava gli indici di gravità del fatto previsti dalla legge penale. Tale richiamo ha giustificato in modo esplicito lo scostamento minimo dal minimo edittale. Inoltre, la Cassazione ha evidenziato come le censure sull’aumento della pena non fossero state sollevate nei precedenti ricorsi, rendendo la questione ormai preclusa e non più riesaminabile.

Le conclusioni della Cassazione sulla responsabilità dell’imputato

Le conclusioni formulate dalla Corte di Cassazione conducono all’inammissibilità totale del ricorso presentato dall’Imputato. L’impugnazione è stata ritenuta manifestamente infondata in ogni suo punto, confermando la piena validità della pena inflitta nel giudizio di rinvio.

In conseguenza di tale esito, l’Imputato perde in via definitiva la causa penale. La Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.

Quando è valida una sentenza che motiva richiamando un altro atto?
La motivazione per relationem è valida se fa riferimento a un atto legittimo del procedimento, noto alla difesa, e se dimostra che il giudice ha esaminato concretamente i fatti.

Il giudice deve spiegare dettagliatamente perché applica la pena minima?
No, quando la pena è applicata in misura vicina al minimo edittale, è sufficiente che il giudice indichi sinteticamente che la sanzione è congrua o equa.

Si possono contestare in rinvio argomenti non sollevati prima?
No, i punti della decisione non impugnati nei precedenti ricorsi diventano preclusi e non possono essere riesaminati nel giudizio di rinvio.

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La selezione delle sentenze e la raccolta delle massime di giurisprudenza è a cura di Carmine Paul Alexander TEDESCO, Avvocato a Milano, e Benevento.

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