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Art. 133 Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Inammissibilità del ricorso per cassazione: ricorso respinto
L'Imputato presenta ricorso contro la sentenza d'appello proponendo motivi generici e infondati. Il Supremo Collegio dichiara l'inammissibilità del ricorso per cassazione. L'Imputato contesta la mancata proscioglimento e il calcolo della pena per la recidiva e la continuazione. Tuttavia, la Suprema Corte rileva che i fatti sono stati commessi con armi e alla presenza di minori, pianificando gli accorgimenti per evitare l'identificazione. I giudici confermano la correttezza della decisione d'appello e l'adeguata valutazione della pericolosità sociale. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali oltre a una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche e trasporto di cocaina
L'Imputato è stato condannato per il trasporto di circa 6,89 chilogrammi di cocaina, con un quantitativo di principio attivo puro pari a 4,53 chilogrammi. I giudici di merito hanno quantificato la sanzione finale in sei anni e sei mesi di reclusione e 36.000 euro di multa. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e contestando l'eccessiva severità della sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha confermato la condanna. I giudici di legittimità hanno ribadito che il diniego delle attenuanti è legittimo in mancanza di elementi positivi favorevoli e che la quantificazione della pena, prossima al minimo edittale, riflette pienamente l'elevata gravità oggettiva del fatto commesso.
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Particolare tenuità del fatto negata tra spaccio e ricorso
L'Imputato ha impugnato la sentenza di condanna per spaccio di lieve entità. La difesa ha invocato l'applicazione della particolare tenuità del fatto, contestando il mancato esame della condotta successiva all'evento criminoso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici di legittimità hanno chiarito che il beneficio non spetta in modo automatico. Il giudice di merito ha valutato il numero rilevante di dosi detenute e il contesto dell'azione in una nota piazza di spaccio. Il magistrato non deve esaminare tutti gli indici di legge, ma solo quelli determinanti per la decisione. L'Imputato deve quindi scontare la pena e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto negata: confermata la condanna
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la condanna per diversi reati, tra cui porto abusivo di armi e rapina. La difesa richiedeva l'applicazione della particolare tenuità del fatto, il riconoscimento delle attenuanti generiche e il vincolo della continuazione con reati precedenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno confermato la gravità delle condotte e l'assenza dei presupposti per la particolare tenuità del fatto, evidenziando la presenza di recidiva e la pluralità degli episodi criminosi. I reati commessi a distanza di cinque anni non derivavano da un unico disegno criminoso. L'Imputato deve pagare le spese del processo e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di sostanze stupefacenti: condanna e ricorso inammissibile
La polizia giudiziaria ha sorpreso l'imputato durante la cessione di una dose di droga a un acquirente. La perquisizione domiciliare ha consentito di sequestrare 360 grammi lordi di marijuana e materiale per il confezionamento delle dosi. I giudici di merito hanno condannato l'accusato per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti, concedendo la sospensione condizionale della pena ma negando le attenuanti generiche. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione chiedendo un riesame delle prove e la riduzione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità e che il diniego delle attenuanti generiche è pienamente valido quando mancano elementi positivi a favore del condannato. L'imputato deve pagare le spese legali e una sanzione.
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Guida senza patente: ricorso respinto e pena oltre il minimo
Un automobilista è stato condannato per il reato di guida senza patente reiterata alla pena di tre mesi di arresto e cinquemila euro di ammenda. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche nella massima misura e il mancato contenimento della sanzione nei minimi previsti dalla legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'assenza di elementi positivi giustifica il diniego delle attenuanti e che i precedenti penali specifici legittimano una pena superiore al minimo edittale. Il ricorrente deve pagare le spese del procedimento e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Attenuanti generiche: confermata la condanna per furto
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la condanna per il delitto di furto aggravato. La difesa ha lamentato un vizio di motivazione per l'eccessiva quantificazione della pena e per il diniego del beneficio delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di merito avevano già quantificato la sanzione nel minimo edittale, escludendo l'aggravamento per la recidiva. Tuttavia, la Corte di merito ha negato le attenuanti generiche evidenziando la professionalità criminale dell'autore del furto, i suoi numerosi precedenti specifici e una confessione tardiva resa solo dopo la scoperta di prove schiaccianti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando la piena legittimità del calcolo della sanzione e condannando il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Bancarotta fraudolenta e amministratore di fatto: la conferma
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un soggetto condannato per bancarotta fraudolenta e amministratore di fatto. L'imputato gestiva una società cooperativa dichiarata fallita, pur senza una carica formale. Insieme all'amministratore ufficiale, l'uomo ha sottratto un veicolo aziendale cedendolo a un'altra impresa a lui riconducibile senza versare il prezzo nelle casse sociali. Inoltre, ha occultato e distrutto i libri contabili e sociali degli ultimi anni di attività. La Suprema Corte ha confermato la condanna a due anni di reclusione e due anni di pene accessorie, stabilendo che chi gestisce in concreto l'azienda risponde direttamente dei reati fallimentari e deve dimostrare il reale incasso dei beni ceduti.
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Restituzione incentivi fotovoltaico: spetta al giudice civile
Un'azienda produttrice di energia perde il diritto alle tariffe agevolate a seguito di un provvedimento di decadenza definitivo dell'Ente Gestore. Successivamente, l'ente pubblico agisce in giudizio per chiedere la condanna della società al rimborso dei contributi già versati. La società contesta la competenza del giudice amministrativo. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione stabiliscono che la controversia sulla restituzione incentivi fotovoltaico spetta al Giudice Ordinario civile. Quando il provvedimento autoritativo di decadenza è diventato inoppugnabile, il potere pubblico si considera esaurito. Di conseguenza, la richiesta di rimborso delle somme non riguarda più un atto amministrativo, ma costituisce un semplice diritto di credito fondato sul pagamento indebito. La sentenza amministrativa viene quindi annullata con rinvio al tribunale civile.
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Furto di energia elettrica: allaccio abusivo e reato aggravato
Un utente ha subito una condanna per il reato di furto di energia elettrica aggravato e recidiva, a causa di un allacciamento abusivo alla rete di distribuzione esterna. L'imputato ha presentato ricorso per cassazione contestando la motivazione della sentenza, l'applicazione dell'aggravante per la destinazione a pubblico servizio e il riconoscimento della recidiva. I giudici di legittimità hanno respinto integralmente le tesi difensive. La Corte ha chiarito che la manomissione della rete configura l'aggravante poiché distoglie l'energia dalla sua destinazione finale al servizio pubblico, a prescindere dal concreto danno arrecato agli altri utenti. Inoltre, i giudici hanno confermato la recidiva quale indice di persistente propensione al reato. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con le spese processuali e il versamento alla Cassa delle ammende.
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Condanna per furto confermata: ricorso respinto e sanzione pecuniaria
La Suprema Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la condanna per furto inflitta nei gradi di merito. La difesa lamentava vizi di motivazione sull'accertamento della colpevolezza e una presunta eccessività della sanzione applicata. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi sulla responsabilità riproponevano argomenti già esaminati senza dimostrare alcun errore concreto di valutazione dei fatti. Inoltre, la contestazione sull'entità della pena risultava del tutto infondata, dato che il giudice di merito aveva già concesso il minimo della sanzione stabilita dalla legge, motivando correttamente la scelta secondo i parametri del codice penale. L'imputato deve quindi scontare la condanna definitiva, pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pene sostitutive negate: i precedenti penali bloccano il beneficio
La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della richiesta di applicazione delle pene sostitutive avanzata da un imputato condannato per falsa attestazione dell'identità a un pubblico ufficiale. Il richiedente lamentava che i giudici di merito avessero negato il beneficio basandosi unicamente sul suo casellario giudiziale. I giudici supremi hanno stabilito che il magistrato può negare le misure alternative valutando esclusivamente i precedenti penali del soggetto, a condizione che motivi adeguatamente tale scelta. Nel caso esaminato, i numerosi reati commessi di recente dimostravano l'elevato rischio di recidiva e l'inidoneità della misura alternativa. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando l'imputato alle spese legali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato: ricorso inammissibile e condanna confermata
I giudici di merito hanno condannato l'imputato per il reato di furto aggravato. La difesa ha impugnato la sentenza davanti alla Corte di Cassazione, contestando la ricostruzione della vicenda e il bilanciamento tra circostanze attenuanti e aggravanti operato per il calcolo della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità senza dimostrare macroscopiche illogicità. Inoltre, la comparazione delle circostanze spetta unicamente al giudice di merito, purché adeguatamente motivata. Per l'imputato la condanna per furto aggravato è divenuta definitiva, con l'obbligo di pagare le spese e una sanzione di tremila euro.
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Frode in commercio: cibi surgelati spacciati per freschi nel menù
Gli organi di controllo hanno ispezionato un locale appartenente a una catena di ristorazione, rilevando alimenti surgelati non segnalati come tali nel menù destinato ai clienti. L'imprenditore a capo della società è stato imputato per tentata frode in commercio. Il Tribunale lo ha assolto ritenendo il fatto di particolare tenuità per via dell'assenza di trattative dirette con gli acquirenti. La Corte di Cassazione ha invece respinto il ricorso del ristoratore e accolto quello della Procura. La Suprema Corte ha chiarito che la frode in commercio sussiste anche solo conservando cibi congelati spacciati per freschi nel listino centralizzato della catena. L'assenza di vendita materiale non basta per qualificare automaticamente l'offesa come lieve, imponendo un nuovo esame del caso.
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Indebito utilizzo di carta di pagamento: nessun vizio, pena ferma
I giudici hanno esaminato la vicenda penale a carico di tre soggetti accusati di reati contro il patrimonio. Nello specifico, il primo imputato rispondeva di furto aggravato e indebito utilizzo di carta di pagamento altrui, mentre gli altri due complici rispondevano dei delitti di ricettazione e occultamento di beni. La Corte di Appello ha confermato la condanna emessa in primo grado. I tre imputati hanno impugnato la sentenza dinanzi alla Suprema Corte, contestando la logicità della motivazione, la mancata concessione delle attenuanti generiche e la misura della sanzione inflitta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. La decisione ribadisce che la riproposizione passiva di argomenti già respinti nei gradi precedenti e la mera richiesta di ridiscutere la quantificazione della pena non possono trovare spazio nel giudizio di legittimità.
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Reato di evasione: confermata condanna e respinto il ricorso
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di evasione. L'imputato contestava la sentenza della Corte di Appello lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e la misura eccessiva della pena inflitta. I giudici di legittimità hanno rilevato la totale genericità dei motivi di impugnazione, privi di specifiche censure giuridiche o fattuali. Per questa ragione, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile e ha condannato il ricorrente alle spese processuali, oltre al pagamento di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Applicazione della recidiva: reati minori e pena severa
Un imputato, condannato per minacce e tentato danneggiamento seguito da incendio, ha impugnato la decisione contestando l'applicazione della recidiva. L'interessato sosteneva che i suoi precedenti più gravi contro il patrimonio fossero troppo risalenti nel tempo e che le condanne recenti riguardassero semplici violazioni minori. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno chiarito che anche le condanne minori recenti dimostrano la persistente pericolosità sociale del soggetto, confermando una condotta criminale ininterrotta. Il giudice di merito ha dunque esercitato correttamente la propria discrezionalità nella quantificazione della pena. Il ricorrente ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese legali e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Sospensione condizionale della pena negata anche con pena ridotta
Un condannato per lesioni personali non ha impugnato la sentenza di primo grado e ha ottenuto dal giudice dell'esecuzione lo sconto di un sesto della pena, ridotta a un anno e dieci mesi. Successivamente ha richiesto la concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena, rientrando ora nel limite biennale previsto dalla legge. Il giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta a causa dell'elevata gravità del reato, della violenza immotivata dell'aggressione e del conseguente pericolo di recidiva, nonostante lo stato di incensuratezza dell'uomo. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego: il beneficio non scatta in automatico dopo la riduzione quantitativa della sanzione, poiché il magistrato deve sempre effettuare una prognosi favorevole sulla condotta futura dell'interessato. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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Affidamento in prova al servizio sociale negato: reati e carcere
Un condannato deve scontare quattro anni e un mese di reclusione per reati reiterati, inclusi illeciti commessi sul lavoro e violazioni di obblighi familiari. Il Tribunale di Sorveglianza rigetta le richieste di concessione della misura alternativa e della detenzione domiciliare, evidenziando il fallimento di precedenti percorsi rieducativi, la mancata revisione critica dei fatti e il superamento del limite legale di pena per la detenzione in casa. Il condannato ricorre in Cassazione contestando il mancato riconoscimento dei propri problemi di salute e del ruolo di supporto ai familiari. La Suprema Corte respinge definitivamente l'impugnazione: l'affidamento in prova al servizio sociale richiede prove concrete di ravvedimento, assenti di fronte alla reiterazione delle condotte illecite e a una condizione sanitaria pienamente gestibile in istituto penitenziario.
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Ricorso per cassazione inammissibile: condanna e sanzione
L'Imputato ha proposto ricorso davanti alla Suprema Corte per contestare la sentenza emessa dalla Corte di Appello. I motivi dell'impugnazione riproducevano le medesime censure già esaminate e respinte nel grado precedente, lamentando inoltre il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'eccessività della pena inflitta. I Giudici di legittimità hanno respinto l'atto, evidenziando che la semplice riproposizione acritica delle difese rende il ricorso per cassazione inammissibile per difetto di specificità. La Corte ha altresì rilevato la manifesta infondatezza delle doglianze relative al calcolo della pena, considerata la corretta e logica motivazione fornita dai giudici di merito. L'esito finale vede la condanna dell'Imputato al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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