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Art. 133 Codice Penale — Anno 2026

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2540 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Reato di minaccia: condanna certa anche senza paura della vittima
Durante una lite per motivi di viabilità, un automobilista minacciava un altro conducente simulando il possesso di un'arma e prospettando ritorsioni contro i suoi familiari. L'aggressore veniva condannato per porto abusivo di armi e reato di minaccia grave. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione sostenendo l'assenza di un reale turbamento psicologico nella vittima e chiedendo la non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il reato di minaccia non richiede l'effettivo spavento della persona offesa, ma solo la potenziale idoneità della condotta a limitarne la libertà morale. La presenza di tre armi e la futilità dei motivi escludono inoltre qualsiasi tenuità.
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Sanzioni sostitutive della pena detentiva: stop a chi sgarra
Un uomo sottoposto alla sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno viola le prescrizioni allontanandosi dal proprio comune e frequentando un altro pregiudicato. I giudici di merito lo condannano a cinque mesi e dieci giorni di reclusione, negandogli la sostituzione del carcere con i lavori socialmente utili. L'imputato presenta ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento delle sanzioni sostitutive della pena detentiva. La Suprema Corte conferma la decisione impugnata e rigetta il ricorso. La violazione pregressa di misure restrittive dimostra l'inaffidabilità del condannato e impedisce una prognosi positiva sul rispetto delle regole future.
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Determinazione della pena: pena valida e ricorso inammissibile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la sentenza della Corte di Appello. L'imputato contestava la determinazione della pena e l'applicazione della recidiva. I giudici supremi hanno rilevato che la questione sulla recidiva costituiva un motivo nuovo mai presentato nei precedenti gradi di giudizio. Inoltre, la contestazione sull'eccessiva severità della sanzione risultava generica. La Corte territoriale aveva ampiamente e logicamente motivato il calcolo della pena, fissata con un divario minimo rispetto alla soglia minima stabilita dalla legge. La Suprema Corte ha confermato la condanna e ha disposto il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Fatture per operazioni inesistenti: ditta cartiera e pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del rappresentante legale di un'impresa di trasporti, condannato per l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti emesse da una ditta fornitrice. La difesa sosteneva la reale esecuzione degli acquisti e contestava il diniego della sospensione condizionale della pena. I giudici hanno chiarito che la valutazione sulle prove spetta ai soli giudici di merito, i quali hanno accertato la natura di società cartiera della ditta emittente, priva di uffici, merci e contabilità. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato il no alla pena sospesa: i precedenti penali dell'imputato, comprese le contravvenzioni estinte tramite pagamento dell'ammenda, giustificano una prognosi negativa sulla sua condotta futura.
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Ricettazione di merce contraffatta: condanna per 9.000 capi
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per ricettazione di merce contraffatta a carico di un individuo trovato in possesso di oltre novemila capi di abbigliamento falsificati, custoditi tra la propria casa e il proprio furgone. L'imputato sosteneva di non essere a conoscenza dell'origine illecita dei beni e invocava la particolare tenuità del fatto. I giudici supremi hanno respinto ogni tesi: l'omessa giustificazione sulla provenienza dei prodotti e l'enorme quantitativo sequestrato provano la piena consapevolezza del reato ed escludono qualsiasi ipotesi di offesa lieve.
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Pena pecuniaria sostitutiva negata al venditore senza redditi
Un venditore abusivo subisce una condanna per ricettazione e commercio di 160 accessori contraffatti a quattro mesi di reclusione. La difesa richiede la conversione della reclusione in pena pecuniaria sostitutiva. La Corte di appello calcola il valore giornaliero in duecentocinquanta euro, per un totale di sessantamila euro, ma nega il beneficio a causa della totale impossibilità economica del condannato, privo di redditi leciti e ammesso al gratuito patrocinio. La Corte di Cassazione conferma la decisione: i giudici hanno motivato correttamente il rigetto considerando la gravità del fatto, i precedenti penali e l'incompatibilità patrimoniale, rispettando i vincoli del giudizio di rinvio. Il ricorso dell'imputato viene respinto integralmente.
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Aumento per continuazione: la motivazione implicita
L'Imputato ha presentato ricorso per cassazione lamentando una carenza di motivazione in merito alla quantificazione della pena aggiuntiva inflitta dai giudici di merito. La difesa sosteneva che la sentenza di secondo grado non avesse spiegato adeguatamente i criteri utilizzati per determinare il trattamento sanzionatorio complessivo. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. La Corte Suprema ha chiarito che la motivazione relativa alla congruità della sanzione può risultare implicita nel contesto generale della decisione. La presenza di precedenti penali, il diniego delle attenuanti e il confronto con la posizione dei complici giustificano pienamente l'aumento per continuazione, confermando la condanna e imponendo il pagamento delle spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rapina pluriaggravata: niente attenuanti per chi confessa tardi
L'Imputato, condannato per il reato di rapina pluriaggravata commesso con armi e complici a volto coperto, ha presentato ricorso per cassazione lamentando l'errato calcolo della pena pecuniaria e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, giustificato a suo avviso dallo stato di incensuratezza formale e dalla confessione resa. I Giudici di legittimità hanno respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile: la Corte territoriale aveva già correttamente applicato il regime sanzionatorio previgente più favorevole e legittimamente negato le attenuanti a causa della spiccata gravità dell'azione, dei plurimi precedenti specifici e dell'ammissione tardiva dei fatti priva di collaborazione. L'Imputato è stato condannato alle spese e a versare tremila euro alla cassa delle ammende.
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Minaccia grave e recidiva: stop al ricorso in Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imputato per i reati di minaccia grave e detenzione abusiva di armi. Il ricorrente contestava la ricostruzione probatoria della responsabilità e l'aumento di pena legato alla recidiva qualificata. I giudici supremi hanno ribadito che la valutazione delle prove spetta solo ai giudici di merito e che l'aggravamento sanzionatorio per i precedenti penali era pienamente giustificato. La corte territoriale ha infatti accertato una concreta e perdurante inclinazione al delitto, collegando i vecchi precedenti alla nuova condotta illecita. La pronuncia ribadisce i rigorosi limiti del ricorso in tema di minaccia grave e recidiva, dichiarando il ricorso inammissibile e condannando l'imputato alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione su motivi generici
La Corte di Cassazione ha esaminato l'impugnazione proposta da un'imputata contro una sentenza emessa dalla Corte di Appello. L'atto contestava la quantificazione della pena decisa dai giudici territoriali. I Supremi Giudici hanno rilevato che i motivi esposti risultavano vaghi e privi di specificità. Le censure avanzate non spiegavano in quale modo la motivazione sul calcolo della pena fosse contraddittoria o priva di logica. I giudici hanno statuito l'inammissibilità del ricorso per cassazione. Di conseguenza, l'imputata ha perso il giudizio ed è stata condannata al pagamento delle spese dell'intero procedimento penale, oltre al versamento di una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Graduazione della pena: sconti negati per lesioni permanenti
L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello lamentando un vizio di motivazione per il mancato contenimento della sanzione inflitta. I giudici di merito avevano negato ulteriori sconti di pena a causa dei gravi postumi lesivi permanenti sofferti dalla Persona Offesa. La Corte Suprema ha chiarito che la graduazione della pena spetta in via esclusiva al giudice di merito quando la scelta applica correttamente gli indici legali di gravità del reato. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato e lo ha condannato alle spese processuali oltre al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Quantificazione della pena: discrezionalità del giudice e ricorso
L'Imputato ha impugnato davanti alla Corte di Cassazione la sentenza emessa dalla Corte di Appello, contestando la quantificazione della pena decisa dai giudici territoriali. La difesa ha sostenuto che il collegio di merito non ha valorizzato adeguatamente la confessione resa durante il procedimento per ridurre la sanzione. I Supremi Giudici hanno confermato che il calcolo della pena rientra nella piena discrezionalità del giudice di merito. La decisione può essere censurata solo in caso di motivazione assente o palesemente illogica. Riconoscendo che la motivazione di secondo grado era lineare e coerente, la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso e ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato e recidiva: pena confermata in Cassazione
L'Imputato ha subito una condanna per il reato di furto aggravato con applicazione dell'aumento per recidiva. La difesa ha impugnato la decisione in Cassazione contestando la valutazione della pericolosità sociale e l'eccessiva entità della pena inflitta. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. Il giudice di merito ha motivato correttamente la recidiva, evidenziando come la nuova condotta rivelasse una spiccata pericolosità sociale alla luce dei precedenti penali. Inoltre, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del magistrato di merito. Se la sanzione si attesta al di sotto della media edittale, non occorre una motivazione analitica e la Cassazione non può procedere a un nuovo conteggio. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese legali oltre a 3.000 euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di minaccia grave: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di minaccia grave. L'uomo chiedeva una rivalutazione dei fatti, la concessione della particolare tenuità del fatto e il riconoscimento delle attenuanti generiche con riduzione della sanzione. I giudici hanno chiarito che il ricorso per Cassazione non può trasformarsi in un nuovo grado di merito per riesaminare le prove. La sentenza impugnata ha motivato adeguatamente la gravità della condotta, l'assenza dei presupposti per la non punibilità e la quantificazione della pena. La Suprema Corte ha confermato la condanna, imponendo al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Sospensione condizionale della pena negata per troppi precedenti
Una persona condannata per diversi episodi di furto ha richiesto al tribunale il riconoscimento del vincolo della continuazione e la concessione della sospensione condizionale della pena. Il giudice dell'esecuzione ha unificato i reati rideterminando la sanzione complessiva. Tuttavia, il magistrato ha negato il beneficio della sospensione condizionale della pena a causa dei molteplici precedenti penali risultanti dal certificato del casellario giudiziale. La difesa ha presentato ricorso per cassazione, sostenendo che i fatti risalissero a molti anni prima e che i beni rubati fossero di modesto valore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che i precedenti penali giustificano ampiamente il diniego del beneficio e condannando la ricorrente alle spese.
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Determinazione della pena: i limiti del ricorso
Tre persone condannate per furto aggravato hanno presentato ricorso per contestare il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e il calcolo della sanzione. I ricorrenti lamentavano una quantificazione eccessiva della sanzione e una riduzione insufficiente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutte le impugnazioni. I giudici hanno stabilito che la determinazione della pena e la valutazione delle attenuanti appartengono al potere discrezionale del giudice di merito. La Suprema Corte non può rivalutare la congruità del trattamento sanzionatorio se la motivazione dei gradi precedenti risulta logica, coerente e priva di arbitrio. I condannati devono pagare le spese processuali e un versamento alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato: ricorso generico e condanna confermata
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto aggravato. La Corte d'Appello ha ridotto la sanzione originaria, confermando comunque la responsabilità penale. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la valutazione delle prove, la motivazione della sentenza e la misura della pena inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso totalmente inammissibile: i motivi presentati risultavano generici, assertivi e miravano a ottenere una nuova valutazione dei fatti preclusa ai giudici di legittimità. L'Imputato perde definitivamente il ricorso ed è condannato a pagare le spese di lite e una sanzione di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Graduazione della pena: niente sconti senza vizi logici
L'Imputato è stato condannato per vari episodi di ricettazione, tentato furto, furto consumato, resistenza a pubblico ufficiale e possesso di grimaldelli. In secondo grado, i giudici hanno unificato tali reati con una precedente condanna per rapina sotto il vincolo della continuazione, determinando gli aumenti sanzionatori per le singole violazioni. L'Imputato ha contestato l'entità della sanzione davanti alla Corte di Cassazione, chiedendo una riduzione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. La graduazione della pena spetta esclusivamente al giudice di merito, purché la motivazione sia logica e coerente. I giudici hanno respinto le doglianze dell'Imputato e lo hanno condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Introduzione di cellulari in carcere: colpevolezza e pena
Una donna ha tentato di portare quattro telefoni completi di schede telefoniche e caricatori al marito detenuto, nascondendoli sotto gli indumenti. L'allarme del metal detector ha bloccato l'ingresso all'area colloqui. I giudici di merito hanno condannato la donna per tentata introduzione di cellulari in carcere. La Corte di Cassazione ha confermato in modo definitivo la responsabilità penale della donna. La presenza dei dispositivi di controllo non rende l'azione inidonea né il fatto di particolare tenuità. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sul calcolo della pena. I giudici precedenti hanno omesso di motivare la riduzione specifica prevista per il tentativo. La Corte ha quindi annullato la sentenza limitatamente alla quantificazione della sanzione, disponendo un nuovo giudizio sul punto.
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Uso di atto falso: la Cassazione nega la particolare tenuità
L'Imputato è stato condannato per il delitto di uso di atto falso su documenti e autorizzazioni amministrative. Contro la pronuncia di secondo grado, la difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione della non punibilità per particolare tenuità del fatto, la contestazione della recidiva e la severità della sanzione inflitta. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. La Corte ha ritenuto le doglianze generiche e meramente ripetitive di argomenti già esaminati. Inoltre, i giudici hanno confermato la pericolosità sociale del reo in considerazione dei suoi precedenti penali, respingendo ogni sconto di pena e condannando il ricorrente al pagamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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