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Art. 133 Codice Penale — Anno 2026

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2540 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Violenza privata sul terreno altrui: condanna definitiva
Tre persone hanno fatto irruzione su un fondo agricolo dove alcuni lavoratori stavano arando. Il gruppo ha aggredito verbalmente i presenti, colpito un lavoratore con un bastone e minacciato tutti estraendo un'arma da fuoco per costringerli a lasciare il terreno. I giudici di merito hanno condannato gli aggressori per il reato di violenza privata in concorso. Gli imputati hanno presentato ricorso sostenendo che due di loro fossero semplici spettatori privi di un ruolo attivo. La Corte di Cassazione ha respinto i ricorsi e confermato la piena colpevolezza del gruppo: la presenza congiunta e l'inseguimento delle vittime costituiscono una chiara azione intimidatoria e non una semplice presenza passiva.
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Appalto vinto e ritorsioni: la minaccia aggravata costa il carcere
La vicenda nasce dalla rivalità economica tra due ditte di trasporto. Dopo l'assegnazione di un appalto scolastico, l'imputato ha intimato al titolare della ditta vincitrice di ritirarsi dalle future gare pubbliche. Ha poi minacciato di dargli fuoco insieme al suo mezzo di trasporto, di aggredirlo fisicamente e di sparargli. I giudici di merito hanno qualificato la condotta come minaccia aggravata, condannando l'autore a otto mesi di reclusione. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, dichiarando inammissibile il ricorso dell'imputato. La Suprema Corte ha escluso lo sfogo d'ira momentaneo o la particolare tenuità del fatto, valorizzando la gravità delle espressioni usate, il contesto intimidatorio e la testimonianza oculare dei presenti.
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Omissione di soccorso stradale: la fuga costa la condanna
Un automobilista tampona violentemente un'altra vettura lungo una strada statale. Dopo l'impatto, il conducente si ferma pochi istanti ma riparte a forte velocità, ignorando l'altro guidatore che nel frattempo scende dal mezzo per avvicinarsi a piedi. I Carabinieri risalgono al responsabile grazie alla targa rimasta a terra. L'imputato sostiene di non aver commesso il reato perché la vittima camminava normalmente, eccependo inoltre una crisi di panico e chiedendo la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione respinge l'impugnazione e conferma la condanna: per integrare l'omissione di soccorso stradale e la fuga è sufficiente la mera probabilità che l'incidente abbia causato danni fisici, mentre la fuga pericolosa esclude qualsiasi lieve entità.
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Carcere e cellulari: scatta la particolare tenuità del fatto
Un detenuto riceveva una condanna a sei mesi di reclusione per aver introdotto un telefono cellulare nell'istituto penitenziario. La difesa impugnava la decisione denunciando il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e l'omessa valutazione delle pene sostitutive. L'imputato aveva consegnato spontaneamente l'apparecchio, utilizzato esclusivamente per contattare i familiari durante l'emergenza sanitaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che i giudici di merito non possono negare la causa di non punibilità basandosi solo sulla gravità astratta del reato. Il giudice deve sempre esaminare il contesto concreto, le modalità dell'azione e la condotta collaborativa del reo. La Suprema Corte ha pertanto annullato la sentenza impugnata, disponendo un nuovo giudizio davanti alla Corte d'Appello.
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Spaccio e particolare tenuità del fatto: il no della Cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a dieci mesi di reclusione e a una multa per spaccio di sostanze stupefacenti a carico di un individuo fermato con dosi già confezionate. Il ricorrente chiedeva l'assoluzione invocando la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, oltre al riconoscimento delle attenuanti generiche. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. La condotta presentava modalità organizzate e professionali, attuate all'interno di un contesto operativo ad alta densità criminale. Tale quadro esclude qualsiasi minima offensività, confermando la piena validità della pena inflitta.
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Truffa online: incassa 460 euro e la Cassazione lo condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa online a carico dell'intestatario di una carta di pagamento utilizzata per incassare i proventi del raggiro. La vittima aveva versato 460 euro credendo di stipulare una polizza assicurativa vantaggiosa. La difesa dell'imputato sosteneva l'estraneità ai fatti o un ruolo marginale, invocando un mero inadempimento contrattuale. I giudici hanno invece ribadito che l'incasso del denaro su una carta attivata poco prima con documento personale fa scattare una presunzione di colpevolezza diretta. Senza una denuncia di furto o una valida ricostruzione alternativa, chi riceve il profitto risponde del reato.
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Determinazione della pena: sanzione media senza obbligo di dettagli
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni e otto mesi di reclusione per spaccio di lieve entità a carico de L'Imputato. Il difensore ha contestato la determinazione della pena e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I Supremi Giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: quando la sanzione si colloca vicino al minimo di legge o nella media, il magistrato non deve fornire una motivazione analitica per ogni criterio di valutazione. La valutazione dei parametri di gravità spetta al giudice di merito ed è insindacabile in Cassazione se priva di contraddizioni logiche. L'Imputato è stato inoltre condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sanzioni sostitutive negate tra gravità del fatto e recidiva
Un uomo condannato ha presentato ricorso per contestare il mancato riconoscimento delle sanzioni sostitutive della pena detentiva. La Corte d'Appello, dopo un precedente rinvio, ha motivato il diniego evidenziando la gravità della condotta e i precedenti penali per reati della stessa indole. L'imputato ha impugnato la decisione lamentando un difetto di motivazione nella valutazione dei criteri di legge. I giudici supremi hanno respinto la richiesta, dichiarando il ricorso inammissibile. La Corte ha ritenuto la valutazione dei precedenti e delle modalità del fatto logica e non contestabile. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Associazione di tipo mafioso: confermata la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due imputati per il reato di associazione di tipo mafioso e per trasferimento fraudolento di valori. Il giudice di primo grado aveva assolto i soggetti per insufficienza di prove. La Corte di Appello ha ribaltato l'esito dopo aver risentito i collaboratori di giustizia e ricostruito la struttura del clan. Uno dei vertici gestiva il settore delle scommesse tramite una sala giochi intestata fittiziamente a un prestanome per eludere future misure di prevenzione patrimoniale. L'altro partecipe svolgeva compiti operativi di scorta e recupero crediti. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi dei due imputati, accertando la solidità del quadro probatorio e la piena responsabilità penale di entrambi.
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Ricovero in REMS: tra principio di residualità e pericolo sociale
Un condannato affetto da una grave patologia psichiatrica ha presentato ricorso contro l'ordinanza del Tribunale di sorveglianza che confermava a suo carico la misura di sicurezza del ricovero in REMS per la durata di un anno. La difesa sosteneva che il giudice avesse disposto la misura estrema per la sola indisponibilità di strutture residenziali alternative sul territorio. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dichiarandolo inammissibile. I giudici hanno accertato la persistente pericolosità sociale attuale del soggetto, privo di adesione alle terapie e autore di condotte aggressive pregresse. Tale quadro rende impossibile la tutela della collettività e la cura del paziente mediante misure esterne non detentive.
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Furto e carte rubate: il bilanciamento delle circostanze
Due imputati hanno subito una condanna per i reati di furto e utilizzo indebito di carte di pagamento. Entrambi hanno proposto ricorso per cassazione per contestare la pena inflitta. I ricorrenti hanno incentrato la propria difesa esclusivamente sul mancato favorevole bilanciamento delle circostanze attenuanti rispetto alle aggravanti. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi del tutto inammissibili. I giudici hanno chiarito che la valutazione comparativa tra circostanze e il calcolo della pena spettano solo al giudice di merito. La Cassazione non può riesaminare la congruità della pena se la sentenza precedente presenta una motivazione logica e coerente. I due condannati dovranno pagare le spese processuali e versare tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Spendita di monete falsificate: ricorso rigettato dalla Cassazione
La Corte d'Appello ha confermato la condanna di un imputato per il reato di spendita di monete falsificate. L'imputato ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando la motivazione, introducendo un nuovo tema difensivo e lamentando l'eccessiva severità della pena inflitta. I giudici supremi hanno dichiarato il ricorso totalmente inammissibile. Il primo motivo difensivo mancava di specificità rispetto alla sentenza impugnata. Il secondo motivo introduceva questioni inedite mai sollevate nei precedenti gradi di giudizio. Infine, la censura sulla determinazione della pena riguardava valutazioni di merito riservate al giudice territoriale, non censurabili in sede di legittimità se la sanzione si colloca al di sotto della media di legge. L'imputato ha perso la causa e deve pagare le spese processuali insieme a tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione abusiva di munizioni: 76 colpi escludono la tenuità
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna penale nei confronti di un cittadino per detenzione abusiva di munizioni, respingendo la richiesta di proscioglimento per particolare tenuità del fatto. L'imputato custodiva illegalmente settantasei cartucce senza alcuna autorizzazione di pubblica sicurezza. I giudici hanno chiarito che il possesso di un quantitativo così rilevante di proiettili, unito all'assenza di giustificazioni idonee a ridimensionare l'episodio, impedisce di considerare il fatto di minima offensività. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile perché ripetitivo e generico, condannando il ricorrente alle spese processuali e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Quantificazione della pena: quando il ricorso è inammissibile
L'Imputato ha presentato ricorso in Cassazione contestando il calcolo della sanzione e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche da parte della Corte d'Appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la quantificazione della pena rientra nella piena discrezionalità del giudice di merito. Per giustificare la misura della sanzione è sufficiente l'uso di espressioni sintetiche come 'pena congrua', a meno che la condanna non superi di molto la media prevista dalla legge. Inoltre, la concessione delle attenuanti generiche richiede elementi positivi concreti e non la semplice assenza di precedenti o condotte negative. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pene sostitutive e precedenti penali: quando scatta il diniego
Un condannato alla pena di sei mesi di reclusione ha richiesto la conversione della condanna in detenzione domiciliare. I giudici di merito hanno respinto l'istanza a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo e della sua condotta aggressiva verso le forze dell'ordine. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'imputato, confermando la legittimità del diniego. I magistrati hanno chiarito che i precedenti penali non precludono in automatico le pene sostitutive, ma costituiscono un elemento fondamentale per verificare se il reo rispetterà le prescrizioni imposte. Il giudice può legittimamente negare il beneficio qualora emerga una totale insensibilità alla legge e un concreto pericolo di reiterazione. Il ricorrente deve inoltre pagare le spese processuali e una sanzione di tremila euro.
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Sottrazione di cose sottoposte a sequestro e tenuità del fatto
Un uomo subisce la condanna per il reato di sottrazione di cose sottoposte a sequestro per aver fatto sparire un motocarro carico di rottami ferrosi, affidato alla sua custodia durante un procedimento penale. La Corte di Cassazione conferma la sussistenza degli elementi del reato, rigettando l'applicazione delle sanzioni del codice della strada poiché il vincolo scaturiva da un'indagine penale. I giudici di legittimità accolgono tuttavia il ricorso sulla particolare tenuità del fatto: la Corte di appello ha omesso di considerare il valore economico irrisorio del mezzo e il successivo proscioglimento dell'imputato nel processo principale. La Suprema Corte annulla la sentenza con rinvio per rivalutare la non punibilità.
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Aumento per la continuazione: ricorso respinto e sanzione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato che contestava la motivazione della sentenza d'appello in merito al calcolo della pena. La difesa sosteneva che il giudice avesse motivato in modo insufficiente l'aumento per la continuazione applicato tra i diversi reati contestati. La Suprema Corte ha chiarito che il percorso logico del giudice di secondo grado risulta del tutto chiaro e coerente dal testo complessivo della decisione. La misura ridotta dell'incremento sanzionatorio non richiede una giustificazione minuziosa o prolissa. Di conseguenza, i giudici hanno respinto definitivamente l'impugnazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Bancarotta documentale semplice: debiti alti e nessun perdono
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a carico di un imprenditore per il reato di bancarotta documentale semplice. L'imputato chiedeva l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, sostenendo l'incertezza sull'ammissione dei crediti al passivo fallimentare e invocando un'attenuante non richiesta nei gradi precedenti. I giudici supremi hanno dichiarato inammissibile il ricorso. La gravità della condotta, manifestata dall'omessa tenuta dei libri contabili per più esercizi e da debiti insinuati per oltre 68.000 euro, impedisce qualsiasi beneficio. L'imprenditore è stato condannato al pagamento delle spese legali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rideterminazione della pena tra reati estinti e aumenti validi
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso de L'Imputato contro la sentenza di appello che ha ricalcolato la sanzione finale a seguito della prescrizione di alcuni reati satellite. L'Imputato lamentava un difetto di motivazione circa l'entità degli aumenti applicati per i restanti reati continuati. I giudici di legittimità hanno respinto la tesi difensiva. La Corte territoriale ha correttamente mantenuto la pena base del reato più grave e ha semplicemente sottratto le quote relative ai reati estinti per prescrizione. Gli aumenti residui, compresi tra quindici giorni e cinque mesi, risultano proporzionati alla gravità di delitti quali rapina, incendio, ricettazione e detenzione di armi. La rideterminazione della pena risulta quindi pienamente logica e motivata. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, condannando il ricorrente alle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Continuazione tra reati e distanza temporale: la Cassazione
Un Condannato ha richiesto al Giudice dell'esecuzione il riconoscimento della continuazione tra reati oggetto di due distinte condanne definitive per ricettazione e detenzione di armi. Il Giudice ha accolto l'istanza rideterminando la pena complessiva. La Procura ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione, contestando sia il trascorrere di oltre quattro anni tra i fatti sia l'assenza di motivazione sul calcolo degli aumenti sanzionatori. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dei magistrati inquirenti e ha annullato l'ordinanza con rinvio. La Corte ha chiarito che un ampio intervallo temporale rende inverosimile un progetto criminale unitario iniziale. Inoltre, il giudice deve scorporare le singole violazioni e motivare espressamente la quota di pena inflitta per ciascun reato satellite.
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