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Art. 133 Codice Penale — Anno 2026

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Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Particolare tenuità del fatto: negata se c’è recidiva e violenza
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'imputata condannata per furto. La donna aveva nascosto della merce addosso, rifiutando il controllo e aggredendo l'addetto alla sicurezza. La difesa richiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno respinto la richiesta evidenziando la spiccata attitudine criminale del soggetto, aggravata da numerosi precedenti penali negli ultimi cinque anni. La Corte ha confermato anche l'applicazione della recidiva, poiché il nuovo reato dimostra una maggiore pericolosità sociale e colpevolezza dell'autrice. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende, mentre la richiesta di gratuito patrocinio è stata respinta perché presentata in ritardo.
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Commisurazione della pena: no a sconti se il ricorso è generico
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello. Il ricorrente contestava la commisurazione della pena, lamentando un vizio di motivazione. I giudici di legittimità hanno chiarito che il ricorso era generico e non si confrontava con le corrette motivazioni della sentenza d'appello, la quale aveva già ridotto la sanzione dopo aver riqualificato il fatto. La Cassazione ha ribadito che la valutazione sulla congruità della sanzione spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, a meno che non sia palesemente illogica o arbitraria. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa e particolare tenuità del fatto: la Cassazione nega lo sconto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per truffa. L'imputato contestava la valutazione delle prove e chiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato la condanna, escludendo il beneficio richiesto. La decisione si basa sul valore economico non modesto del danno e sulle modalità insidiose del raggiro. Inoltre, la condotta non è stata considerata occasionale a causa dei numerosi precedenti penali dell'uomo. La Cassazione ha quindi confermato la pena inflitta nei precedenti gradi di giudizio, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Diniego delle attenuanti generiche: la gravità supera la crisi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato contro la sentenza d'appello che confermava il diniego delle attenuanti generiche. L'uomo aveva compiuto sistematiche condotte fraudolente, causando gravi danni economici a vittime vulnerabili e ottenendo ingenti profitti. La difesa chiedeva le attenuanti valorizzando lo stato di disoccupazione, le condizioni di salute e le difficoltà economiche dell'imputato. La Suprema Corte ha stabilito che il giudice di merito ha correttamente ritenuto prevalenti la gravità oggettiva dei fatti e l'intensità del dolo rispetto alle problematiche personali. L'imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: i precedenti bloccano lo sconto
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per resistenza a pubblico ufficiale. La difesa ha contestato il mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto e il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il diniego delle circostanze attenuanti generiche spetta al giudice di merito ed è insindacabile se motivato in modo logico. Nel caso specifico, i precedenti penali e la gravità della condotta giustificano pienamente la decisione. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Oltraggio a pubblico ufficiale: condanna ferma per il detenuto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. L'uomo aveva insultato gli agenti di polizia penitenziaria e danneggiato la propria cella. La difesa contestava la sussistenza del reato per mancanza di testimoni, il diniego delle attenuanti generiche e la mancata concessione di pene sostitutive. I giudici di legittimità hanno confermato la condanna, evidenziando che la condotta violenta all'interno del carcere e i numerosi precedenti penali del soggetto dimostrano una spiccata pericolosità sociale. Tali elementi giustificano pienamente il rifiuto delle attenuanti e l'inapplicabilità di sanzioni alternative, ritenute inidonee a prevenire il rischio di recidiva. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Scuse inutili se c’è violenza: no alle attenuanti generiche
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate ai danni di alcuni agenti di polizia. La difesa lamentava il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l'eccessività della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il diniego delle attenuanti generiche è un giudizio di fatto insindacabile se motivato in modo logico. Nel caso specifico, la gravità dell'aggressione e i precedenti penali dell'aggressore prevalgono sulle scuse presentate. Inoltre, la determinazione della pena non richiede una motivazione dettagliata se questa è fissata al di sotto della media edittale. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Favoreggiamento personale: la sanzione amministrativa non scusa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per il reato di favoreggiamento personale. L'imputato aveva tentato di giustificare la propria condotta invocando la speciale causa di non punibilità, sostenendo di aver agito per evitare una sanzione amministrativa legata al possesso di stupefacenti. I giudici hanno chiarito che il timore di una sanzione amministrativa non costituisce un grave e inevitabile danno alla libertà personale idoneo a escludere la colpevolezza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna, negando anche le attenuanti generiche a causa dei precedenti penali e del comportamento processuale negativo del ricorrente, condannandolo al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di evasione: la finta urgenza medica non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di evasione. L'imputato aveva giustificato l'allontanamento invocando uno stato di necessità putativo per motivi di salute. I giudici hanno respinto la tesi poiché l'uomo avrebbe potuto richiedere l'intervento del personale sanitario tramite le forze dell'ordine preposte ai controlli, rendendo il pericolo altrimenti evitabile. Inoltre, la Suprema Corte ha confermato il diniego della particolare tenuità del fatto e delle attenuanti generiche a causa dei numerosi precedenti penali specifici dell'uomo, che dimostrano un'abitualità nel delinquere e la gravità della condotta. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: la finta ignoranza non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per i reati di lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale. L'imputato sosteneva di non aver riconosciuto gli agenti di polizia e che le lesioni fossero solo colpose. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso per cassazione non può richiedere una nuova valutazione dei fatti, già ampiamente accertati nei gradi precedenti. Inoltre, i giudici hanno confermato la sussistenza del dolo, quantomeno nella forma del dolo eventuale, e la congruità della pena inflitta, giustificata dai numerosi precedenti penali del soggetto e dalla pericolosità della sua condotta. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche negate a chi ha precedenti
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando il diniego delle circostanze attenuanti generiche, dopo essere stato condannato per reati in materia di stupefacenti e immigrazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per negare le circostanze attenuanti generiche, è sufficiente che il giudice di merito individui anche un solo elemento ostativo di rilevanza preponderante. Nel caso specifico, la gravità del fatto, caratterizzato dal possesso di diverse sostanze stupefacenti e ingenti somme di denaro, unita ai numerosi precedenti penali specifici dell'uomo, giustifica ampiamente il diniego del beneficio, senza necessità di analizzare ogni singola tesi difensiva.
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Lieve entità del fatto: niente sconti per lo spaccio organizzato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per detenzione di stupefacenti e munizioni. La difesa chiedeva la riqualificazione del reato nella lieve entità del fatto, ma i giudici hanno respinto la richiesta a causa dell'ingente quantitativo di droga, della diversità delle sostanze e della presenza di strumenti per il confezionamento. Negate anche le attenuanti generiche per mancanza di reale pentimento, avendo L'Imputato confessato solo davanti all'evidenza delle prove. Infine, è stata confermata la responsabilità per la detenzione di munizioni rinvenute in un locale chiuso a lui accessibile. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: quando il refuso non salva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Imputato, confermando la condanna per detenzione di sostanze stupefacenti. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto cocaina suddivisa in involucri identici sia nella fognatura dell'Imputato sia nei cortili confinanti della Vicina e di una pizzeria. L'Imputato aveva inoltre ritardato l'ingresso degli agenti in casa. La Suprema Corte ha chiarito che un refuso nella motivazione della sentenza d'appello non ne causa la nullità se il ragionamento complessivo è coerente. Inoltre, ha escluso la qualificazione del fatto come di lieve entità, data la presenza di due bilancini di precisione e la quantità di droga, confermando la legittimità della pena inflitta.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: la cura non evita la condanna
L'Imputato è stato condannato per il reato di detenzione di sostanze stupefacenti a fini di spaccio, dopo essere stato sorpreso in strada con diverse dosi di cocaina. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione lamentando l'omessa valutazione di un certificato medico di disintossicazione e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la suddivisione in dosi, il possesso di materiale da confezionamento identico a quello domestico e il tentativo di fuga dimostrano la finalità di spaccio, superando la tesi dell'uso personale. Inoltre, i numerosi precedenti penali giustificano il diniego delle attenuanti.
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Circostanze attenuanti generiche negate: la gravità batte l’età
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per gravi reati legati alla detenzione di armi clandestine e ingenti quantitativi di droga. La difesa contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'eccessiva severità della pena, lamentando la mancata valorizzazione dell'età avanzata e della condotta collaborativa. I giudici di legittimità hanno invece confermato la correttezza della decisione precedente: la gravità oggettiva dei fatti commessi prevale su ogni altro elemento. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che, in tema di reato continuato, il giudice non deve motivare analiticamente i singoli aumenti di pena se questi sono di modesta entità. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Connivenza non punibile: condannata la moglie in auto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due coniugi condannati per il trasporto di circa 18 chili di hashish. La moglie invocava la connivenza non punibile, sostenendo di essere stata solo presente in auto. I giudici hanno respinto la tesi: l'auto era sua, era consapevole del carico e ha ammesso che il trasporto serviva a risolvere problemi economici familiari. La Corte ha inoltre confermato il diniego delle attenuanti generiche per la gravità del fatto e la mancanza di una reale resipiscenza, non avendo i condannati fornito elementi utili alle indagini. Di conseguenza, la condanna penale è definitiva e i ricorrenti dovranno pagare le spese processuali e una sanzione alla Cassa delle ammende.
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Niente attenuanti generiche per chi ha gravi precedenti penali
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, porto abusivo di armi e duplice tentato omicidio. La difesa lamentava la mancata concessione delle attenuanti generiche e il rifiuto di disporre una nuova perizia psichiatrica in appello. I giudici di legittimità hanno chiarito che la rinnovazione dell'istruttoria in secondo grado ha carattere eccezionale. Inoltre, per negare le attenuanti generiche, il giudice può basarsi anche su un solo elemento negativo, come i numerosi precedenti penali e la gravità della condotta. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Precedenti e spaccio: niente sospensione condizionale della pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a 8 mesi di reclusione e 800 euro di multa per spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. La difesa contestava la quantificazione della pena e il diniego della sospensione condizionale della pena. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, evidenziando che la gravità del fatto, caratterizzato dal possesso di droghe di diversa natura, e i precedenti penali specifici dell'imputato giustificano sia la misura della sanzione sia la prognosi negativa sulla sua futura condotta. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: l’accordo non si tocca
Due imputati, condannati per rapina aggravata dopo un accordo di patteggiamento, hanno presentato ricorso per cassazione. Gli imputati lamentavano la mancata motivazione sulla gravità della pena e la violazione dei criteri di calcolo della sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro il patteggiamento è limitato per legge a casi tassativi, tra cui l'illegalità della pena. Quest'ultima si configura solo quando la sanzione non è prevista dall'ordinamento o supera i limiti legali. Le contestazioni sulla misura concreta della pena o sul bilanciamento delle circostanze non rientrano in questa categoria e non possono essere sollevate in Cassazione. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Violazione del DASPO: la dimenticanza non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione per un tifoso colpevole di violazione del DASPO. L'uomo, sottoposto all'obbligo di presentarsi due volte in questura durante una partita di calcio, non si era presentato, arrivando con venti minuti di ritardo rispetto alla fine dell'incontro. La difesa ha sostenuto che il ritardo fosse dovuto a una semplice dimenticanza, escludendo così l'intenzione di commettere il reato. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che la violazione del DASPO è un reato di pericolo che si consuma con la semplice condotta volontaria. Inoltre, la Cassazione ha negato la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto a causa della doppia violazione commessa nella stessa giornata e dei precedenti penali del soggetto. Il ricorso è stato rigettato con condanna alle spese.
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