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Art. 133 Codice Penale — Anno 2026

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2540 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Falso materiale patente di guida: guida senza titolo, condannato
Un automobilista è stato condannato per il reato di Falso materiale patente di guida per aver fatto applicare una falsa abilitazione professionale sul proprio documento di guida. Durante un controllo stradale, la polizia ha rilevato l'irregolarità tramite lampada a raggi ultravioletti e verifiche nella banca dati della Motorizzazione, da cui risultava che l'uomo non aveva mai conseguito il titolo. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del conducente, confermando la sua responsabilità penale. I giudici hanno chiarito che l'inserimento della foto e dei dati personali sul documento falso dimostra il concorso nell'illecito. Inoltre, la guida di mezzi pesanti senza titolo esclude la particolare tenuità del fatto per i gravi rischi causati alla sicurezza stradale. L'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali.
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Minacce al sindaco: negata la particolare tenuità del fatto
L'Imputato è stato condannato per il reato di minaccia aggravata commesso ai danni di un sindaco. Il cittadino ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che non è possibile applicare la particolare tenuità del fatto quando le minacce sono espresse con modalità e tempi idonei ad alimentare il malcontento della collettività e a spingere la vittima a sporgere denuncia. L'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Reato di ricettazione: senza impronte scatta la condanna
Le forze dell'ordine hanno intimato l'alt a un veicolo risultato rubato. Il conducente non si è fermato, ha tentato la fuga ed è scappato a piedi abbandonando l'auto. Gli agenti di polizia hanno riconosciuto con certezza il guidatore, pur senza la presenza di impronte digitali sul mezzo. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di ricettazione. L'imputato conosceva l'origine illecita del veicolo, dimostrata dalla fuga all'inseguimento. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile. Il ricorrente deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto: no allo spaccio abituale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per illecita detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti di lieve entità. L'imputato chiedeva il riconoscimento della particolare tenuità del fatto per evitare la condanna penale. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, i quali avevano negato l'esimente. Gli elementi emersi, tra cui il rinvenimento di un bilancino di precisione, denaro contante e numerose chat telefoniche attestanti vendite continuative, dimostrano la gravità della condotta e l'abitualità dello spaccio. Inoltre, la Cassazione ha ribadito il divieto di prevalenza delle attenuanti generiche sulla recidiva reiterata. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Evasione accise: incensurata condannata, niente sconti di pena
L'amministratrice di una società è stata condannata per una imponente evasione accise e IVA, realizzata presentando prospetti falsi all'Ufficio delle Dogane. Il danno erariale supera gli 800.000 euro per le accise e i 280.000 euro per l'IVA. L'imputata ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche e l'eccessività della sanzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la semplice incensuratezza o la scelta del rito abbreviato non bastano a concedere sconti di pena quando la condotta è sistematica, insidiosa e di rilevante gravità economica. L'imputata deve quindi pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Bancarotta fraudolenta e pena: la Cassazione blocca il ricorso
L'Amministratore di una società, condannato per reati fallimentari a tre anni e due mesi di reclusione con pena sostituita in detenzione domiciliare e pene accessorie commerciali, ha proposto ricorso in Cassazione. La difesa ha contestato il calcolo della pena base e il bilanciamento tra aggravanti e attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il giudizio sulla Bancarotta fraudolenta e pena rientra nel potere discrezionale del giudice di merito se supportato da idonea motivazione. La rilevante gravità economica delle distrazioni giustifica il trattamento sanzionatorio applicato. L'Amministratore è stato condannato alle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Rapina impropria: la fuga con merce caduta non evita la condanna
L'Imputato, dopo aver sottratto della merce all'interno di un supermercato, ha aggredito l'addetto alla sorveglianza per guadagnare la fuga. Nonostante abbia fatto cadere la refurtiva all'esterno del negozio, la condotta violenta e le lesioni arrecate alla vittima hanno portato alla condanna per rapina impropria consumata e lesioni personali aggravate. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contestando la qualificazione del reato e il mancato riconoscimento della lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'abbandono accidentale della merce non annulla il nesso tra la violenza e la volontà di assicurarsi l'impunità. Inoltre, le gravi lesioni causate escludono la lieve entità dell'atto. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello e ricorso: i limiti secondo la Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi proposti da due imputati contro la sentenza della Corte d'Appello. Il primo imputato aveva richiesto e ottenuto un concordato in appello, ma ha successivamente presentato ricorso lamentando un difetto di motivazione. La Suprema Corte ha chiarito che il concordato in appello impedisce di contestare la pena o i motivi oggetto di rinuncia, salvo casi di sanzione illegale. Il secondo imputato ha presentato doglianze generiche chiedendo una riqualificazione delle prove, non consentita in sede di legittimità. La Cassazione ha ribadito che la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Ciascun ricorrente deve pagare le spese processuali e versare tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio di lieve entità: annullato l’aumento di pena illogico
L'Imputato è stato condannato per resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e detenzione di stupefacenti. Il Giudice di primo grado ha qualificato l'episodio della droga come spaccio di lieve entità, rilevando la mancanza di un'organizzazione strutturata. La Corte d'Appello ha confermato la condanna applicando però un consistente aumento di pena per la continuazione, giustificandolo con l'inserimento dell'azione in un più ampio contesto criminale organizzato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato limitatamente al calcolo della sanzione. I giudici di legittimità hanno riscontrato una contraddizione logica: non si può giustificare un aumento di pena elevato evocando la criminalità organizzata quando il fatto è stato riconosciuto come spaccio di lieve entità. La sentenza è stata annullata con rinvio per la sola ridetermiṇazione della pena.
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Applicazione della recidiva: l’Imputato perde il ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello, contestando la corretta applicazione della recidiva. L'Imputato sosteneva che i giudici avessero valutato in modo errato le sue precedenti condanne penali. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile e manifestamente infondato. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'applicazione della recidiva richiede una valutazione concreta del rapporto tra il nuovo reato e le condanne passate. Il giudice di merito ha infatti verificato con precisione se la condotta criminosa precedente indicasse una perdurante inclinazione al delitto. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese del processo e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Insolvenza fraudolenta: condanna confermata in Cassazione
L'Imputato è stato condannato per il reato di concorso in insolvenza fraudolenta, a seguito della riqualificazione della condotta originaria contestata come truffa aggravata per un danno economico di duemila euro. Il difensore ha proposto ricorso alla Corte di Cassazione lamentando vizi di motivazione legati al riconoscimento fotografico, al mancato riconoscimento delle attenuanti e all'eccessività della sanzione irrogata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. I giudici hanno chiarito che il controllo di legittimità verifica unicamente la logica del discorso giustificativo della sentenza, senza poter riordinare o rivalutare le prove. La responsabilità dell'Imputato e l'aggravante del danno materiale risultano spiegate in modo coerente. L'Imputato perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Tentata estorsione: ricorso inammissibile e condanna confermata
L'Imputato è stato condannato per il reato di tentata estorsione ai danni di alcune persone offese. La Corte d'Appello ha confermato la penale responsabilità. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'attendibilità delle testimonianze, la mancata riqualificazione del fatto in minaccia o violenza privata e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che in sede di legittimità non si possono riesaminare le prove né rivalutare la credibilità dei testimoni. Inoltre, il diniego delle attenuanti generiche è legittimo se motivato dai precedenti penali dell'imputato. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Fatture per operazioni inesistenti: reclusione confermata
L'amministratore di una società indicava nella propria dichiarazione dei redditi costi fittizi derivanti da fatture per operazioni inesistenti emesse da un'impresa cartiera. L'indagine ha svelato una complessa frode fiscale e la restituzione di somme in contanti all'imputato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imprenditore e ha confermato la condanna a un anno e otto mesi di reclusione. I giudici hanno chiarito che l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti richiede la consapevolezza della falsità del fornitore e il fine di evadere le imposte. Inoltre, i verbali della Guardia di Finanza costituiscono valide prove documentali e il diniego delle attenuanti generiche è legittimo in assenza di condotte positive dell'imputato. La condanna definitiva comporta anche il pagamento delle spese processuali.
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Attenuante della collaborazione: nessun doppio sconto di pena
L'Imputato è stato condannato per il trasporto di oltre dieci chilogrammi di sostanza stupefacente. Il giudizio di merito gli aveva riconosciuto la specifica attenuante della collaborazione per aver fornito aiuto agli investigatori. L'Imputato ha comunque proposto ricorso in Cassazione. Il reo chiedeva la concessione delle attenuanti generiche e la prevalenza dello sconto di pena sulle aggravanti della recidiva e della ingente quantità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il comportamento collaborativo, già premiato con l'attenuante della collaborazione, non può essere valutato una seconda volta per ottenere ulteriori attenuanti generiche. Inoltre, la rilevanza della recidiva e il ruolo di organizzatore del traffico giustificano il bilanciamento di semplice equivalenza tra le circostanze.
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Sicurezza e particolare tenuità del fatto: l’inerzia si paga
Durante un controllo in cantiere, gli ispettori contestano al Datore di Lavoro la mancata formazione dei lavoratori, l'assenza di visite mediche e la mancata nomina del preposto. Il Datore di Lavoro non adempie alle prescrizioni ed evita il pagamento della sanzione ridotta. Il Giudice di merito dichiara il non luogo a procedere applicando la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, ritenendo le violazioni meramente formali e l'attività lavorativa cessata. Il Procuratore Generale propone ricorso. La Corte di Cassazione annulla la sentenza. La Suprema Corte stabilisce che la particolare tenuità del fatto richiede una valutazione reale del pericolo concreto e della condotta successiva. L'inerzia del datore e il mancato pagamento impediscono l'applicazione automatica del beneficio.
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Rapina con pistola giocattolo: l’arma finta comporta condanna
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di condanna per una prolungata serie di rapine ai danni di istituti bancari. I fatti contestati comprendevano tredici episodi consumati e ventuno tentati. La difesa ha sostenuto la mancanza di una vera minaccia e l'inapplicabilita dell'aggravante, poiche le azioni erano state compiute mediante l'uso di una pistola giocattolo. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che la rapina con pistola giocattolo priva del tappo rosso genera un forte effetto intimidatorio. L'oggetto appare vero agli occhi delle vittime e giustifica pienamente l'aggravante. La Corte ha confermato la recidiva specifica e la proporzionalita della pena. L'Imputato vince solo l'obbligo di pagare le spese di giudizio e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Pena ricalcolata e applicazione della recidiva: cosa cambia
L'Imputato veniva condannato in primo grado a un anno e sei mesi di reclusione per il reato di spaccio di lieve entità. In appello, i giudici riducevano la reclusione a un anno e quattro mesi, aggiungendo una multa di seimila euro. La Cassazione ha stabilito che questa modifica non viola il divieto di peggioramento della sanzione, poiché il ricalcolo complessivo risulta più favorevole. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sulla contestata applicazione della recidiva. I giudici di secondo grado hanno infatti ignorato la richiesta difensiva di escludere l'aumento di pena per i precedenti. L'applicazione della recidiva richiede un'attenta analisi concreta della pericolosità sociale del reo e non una semplice elencazione dei suoi precedenti. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza limitatamente a questo punto, rinviando gli atti per un nuovo giudizio sanzionatorio.
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Minaccia aggravata: la Cassazione nega la particolare tenuità
Un uomo è stato condannato per il reato di minaccia aggravata dopo aver impugnato uno sgabello di metallo all'interno di un locale, cercando di scagliarlo contro la vittima. L'azione aggressiva si è interrotta soltanto grazie all'intervento di un terzo che ha utilizzato uno spray al peperoncino. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto e la conversione della pena detentiva in una sanzione sostitutiva. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando integralmente la condanna. I giudici hanno chiarito che i precedenti penali specifici dell'imputato escludono l'occasionalità della condotta. Inoltre, la gravità dell'atto impedisce l'applicazione della tenuità. La Suprema Corte ha infine stabilito che spetta alla difesa dell'imputato richiedere espressamente le pene sostitutive al giudice di merito, non potendo dolersi della mancata concessione per la prima volta nei gradi successivi.
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Restituzione incentivi fotovoltaico: spetta al giudice civile
Un'impresa produttrice di energia fotovoltaica perde il diritto agli incentivi pubblici a causa di irregolarità amministrative. Il provvedimento di decadenza diventa definitivo dopo le decisioni dei giudici amministrativi. Successivamente, Il Gestore Energetico avvia una causa per ottenere la restituzione incentivi fotovoltaico incassati in precedenza. La Corte di Cassazione a Sezioni Unite stabilisce che la competenza spetta al giudice ordinario civile e non a quello amministrativo. Quando l'atto amministrativo di decadenza è definitivo, il potere pubblico si esaurisce. La richiesta di incasso delle somme indebite si trasforma in un normale diritto di credito del diritto privato.
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Continuazione nei reati: Cassazione annulla aumento di pena
Il Condannato ha richiesto il riconoscimento della continuazione nei reati relativi a diverse sentenze di condanna per associazione mafiosa, estorsione e violazione della sorveglianza speciale. Il Giudice dell'esecuzione ha accolto parzialmente l'istanza, applicando un aumento di pena consistente per l'estorsione ma escludendo altri reati senza idonea motivazione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Condannato, annullando l'ordinanza con rinvio. I giudici di legittimità hanno riscontrato aporie logiche nell'esclusione della continuazione nei reati e una carenza motivazionale sul calcolo dell'aumento sanzionatorio, ben distante dai minimi edittali.
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