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Art. 133 Codice Penale — Anno 2023

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3865 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Spaccio di lieve entità: la fioriera non salva il recidivo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per spaccio di lieve entità a carico di un soggetto sorpreso a detenere e cedere marijuana e hashish. La polizia giudiziaria aveva accertato lo spaccio osservando i movimenti dell'imputato, che nascondeva la droga in una fioriera. La difesa ha richiesto l'applicazione della particolare tenuità del fatto e la concessione delle attenuanti generiche. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, escludendo la particolare tenuità a causa dei precedenti penali specifici del soggetto e della gravità della condotta. Inoltre, la Cassazione ha ribadito che per negare le attenuanti generiche basta la valutazione negativa di un solo elemento, come la personalità del colpevole. L'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Pena concordata ma interdizione dai pubblici uffici: la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di quattro imputati condannati per reati di stupefacenti a seguito di patteggiamento. Due ricorrenti contestavano l'applicazione della sanzione dell'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, sostenendo che i singoli reati in continuazione non superassero la soglia di legge. La Suprema Corte ha chiarito che, in caso di reato continuato, per l'applicazione di tale pena accessoria si deve considerare la pena base del reato più grave e non l'aumento complessivo. Gli altri due ricorsi sono stati ritenuti inammissibili poiché i motivi dedotti non rientrano nei limitati casi di impugnazione del patteggiamento previsti dal codice di procedura penale. Tutti i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Fuochi in auto: cade l’omessa denuncia di materie esplodenti
Il Ricorrente veniva condannato per detenzione e trasporto abusivo di oltre settanta chili di fuochi d'artificio, nonché per omessa denuncia di materie esplodenti. La Corte di Cassazione ha parzialmente accolto il ricorso, annullando senza rinvio la condanna per omessa denuncia di materie esplodenti. I giudici hanno stabilito che spetta all'accusa provare il superamento del termine di settantadue ore dall'acquisto necessario per far scattare l'obbligo di denuncia. Di conseguenza, la Suprema Corte ha rideterminato la pena per il solo reato residuo di trasporto abusivo a quattro mesi di arresto e centocinquanta euro di ammenda.
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Finti finanzieri e condanne reali: l’associazione per delinquere
Tre imputati sono stati condannati per associazione per delinquere finalizzata alla commissione di rapine in abitazione. I soggetti si introducevano nelle case delle vittime fingendosi appartenenti alla Guardia di Finanza. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli imputati. I giudici hanno chiarito che la scelta del giudizio abbreviato sana l'utilizzabilità delle individuazioni fotografiche effettuate durante le indagini. Inoltre, l'esistenza dell'associazione per delinquere può essere legittimamente dedotta dalla serialità e dalle modalità esecutive dei singoli reati-fine. Infine, il diniego delle attenuanti generiche può fondarsi anche su un solo elemento negativo, come la gravità del fatto o l'intensità del dolo. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Recidiva facoltativa: i precedenti non bastano ad aumentare la pena
L'Imputato, condannato per furto in abitazione, ricorre in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva qualificata. La Corte d'Appello aveva confermato l'aumento di pena basandosi solo sulla presenza di precedenti penali, senza motivare l'effettiva pericolosità sociale del soggetto. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che l'applicazione della recidiva facoltativa richiede una motivazione specifica e concreta. Non basta elencare i precedenti penali del reo, ma occorre dimostrare che la ricaduta nel reato sia sintomo di una maggiore pericolosità, valutando la natura dei fatti, la distanza temporale e l'omogeneità dei comportamenti. La sentenza viene annullata limitatamente alla recidiva, con rinvio per un nuovo giudizio.
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Guida senza patente: ricorre per la pena ma era già scontata
Il caso riguarda un automobilista sorpreso alla guida con patente revocata, configurando il reato di guida senza patente con recidiva nel biennio. Il Tribunale lo aveva condannato alla sola ammenda. Il conducente ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessiva gravità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile: la pena applicata in primo grado era in realtà illegale "in bonam partem" (cioè favorevole all'imputato), poiché il giudice non aveva applicato la pena dell'arresto prevista obbligatoriamente dalla legge in caso di recidiva, ma solo la sanzione pecuniaria. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Uso personale di stupefacenti: quando il peso non basta
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la condanna per detenzione illecita di sostanze stupefacenti, sostenendo che la droga fosse destinata all'uso personale di stupefacenti e chiedendo l'applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'esclusione dell'uso personale deve basarsi su una valutazione globale del fatto e non solo sul peso della sostanza. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto corretta la decisione di non applicare la causa di non punibilità e ha confermato la pena, già fissata al minimo edittale di sei mesi di reclusione. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato condannato per spaccio di lieve entità. Il ricorrente sosteneva che la droga fosse destinata all'uso personale e contestava la gravità della pena. I giudici hanno rilevato che i motivi di ricorso erano del tutto generici e ripetitivi, privi di un reale confronto critico con la sentenza d'appello che aveva già motivato dettagliatamente l'esclusione dell'uso personale. La Corte ha confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: se accetti la pena non puoi più ricorrere
Il caso riguarda un imputato condannato per reati di droga ed evasione che, dopo aver stipulato un concordato in appello, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il principio cardine stabilito è che il concordato in appello limita fortemente la possibilità di ricorrere in Cassazione: sono ammissibili solo le contestazioni sulla formazione della volontà delle parti, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della decisione del giudice rispetto all'accordo. Le censure generiche sulla misura della pena, se questa non è illegale, non possono essere esaminate poiché l'imputato vi ha rinunciato accettando l'accordo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Lieve entità nel reato di spaccio: no al ricorso ripetitivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava il mancato riconoscimento della circostanza della lieve entità nel reato di spaccio e la quantificazione della pena. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di ricorso erano una mera riproduzione delle censure già esaminate e correttamente respinte dalla Corte d'Appello. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna originaria e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Introduzione di droga in carcere: tacco imbottito e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per introduzione di droga in carcere. L'imputato aveva tentato di introdurre due diversi tipi di sostanze stupefacenti all'interno della struttura penitenziaria, nascondendole nei tacchi delle proprie scarpe. La difesa ha contestato il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e delle attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione dei gradi precedenti, sottolineando la gravità della condotta e l'adeguatezza della pena inflitta, condannando il ricorrente anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Dosimetria della pena: i precedenti bloccano lo sconto
Un cittadino, condannato per detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la dosimetria della pena applicata dalla Corte d'Appello. L'imputato riteneva che la pena fosse eccessiva e non adeguatamente motivata. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Corte d'Appello ha ampiamente giustificato il calcolo della sanzione, discostandosi leggermente dal minimo edittale a causa dei numerosi e gravi precedenti penali del soggetto. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Contesta il minimo edittale della pena: ricorso respinto e multa
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando l'eccessiva severità della sanzione penale inflitta nei suoi confronti dalla Corte di Appello. La Corte di Cassazione ha rilevato che la sanzione era stata originariamente determinata nel minimo edittale della pena, ossia la misura minima consentita dalla legge per quel reato. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso manifestamente infondato e inammissibile. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Trattazione orale nel processo penale: rigore batte ritardo
Il Ricorrente ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di Appello che lo aveva condannato. Tra i motivi di ricorso, ha lamentato l'omessa trattazione orale nel processo penale e l'eccessività della pena applicata, contestando anche l'aumento per la continuazione dei reati. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la richiesta di trattazione orale deve essere presentata entro i termini perentori stabiliti dalla legge, senza che la sostituzione del difensore possa riaprire tali termini. Inoltre, le contestazioni sulla pena e sulla continuazione sono state ritenute generiche e già correttamente motivate nei gradi precedenti. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentata rapina aggravata: quando l’appostamento costa la condanna
Tre soggetti sono stati condannati per il reato di tentata rapina aggravata ai danni di un ufficio postale e per il furto aggravato di un'autovettura. Gli imputati sono stati sorpresi dalle forze dell'ordine nei pressi dell'ufficio postale con un'auto rubata con motore acceso, travisati, armati di coltello e privi di documenti e cellulari. La difesa sosteneva si trattasse di semplici atti preparatori non punibili. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. I giudici hanno stabilito che la condotta aveva superato la soglia della semplice preparazione, configurando un tentativo punibile, poiché gli atti erano idonei e univocamente diretti a compiere la rapina, e che tutti i complici rispondono anche del furto dell'auto concordato per la fuga.
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Sostituzione della pena detentiva: negata senza lavoro stabile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato per ricettazione e introduzione nello Stato di prodotti falsi. L'imputato lamentava il diniego della sostituzione della pena detentiva con una sanzione alternativa, sostenendo di possedere un regolare permesso di soggiorno e una dimora stabile. I giudici di merito avevano negato il beneficio a causa della mancanza di un'attività lavorativa e di stabili legami con il territorio, elementi che facevano presumere l'impossibilità di controllare l'esecuzione della pena e il rischio di inosservanza. La Cassazione ha confermato la correttezza di questa decisione, ribadendo che il giudice può legittimamente negare la sostituzione della pena detentiva basandosi su una prognosi negativa circa la capacità del condannato di adempiere alle prescrizioni. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Furto aggravato ed esposizione alla pubblica fede: condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di due soggetti per i reati di danneggiamento di animali e furto. I ricorrenti contestavano la determinazione della pena e la sussistenza del reato di furto aggravato ed esposizione alla pubblica fede. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili, ritenendo che i giudici di merito abbiano motivato in modo logico e coerente sia la rimodulazione della sanzione sia la sussistenza dell'aggravante per i beni lasciati incustoditi. I condannati devono pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Legittima difesa e rissa: la Cassazione nega l’esimente
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per lesioni aggravate. L'imputato invocava la legittima difesa, sostenendo di aver agito per proteggersi durante una violenta lite reciproca. I giudici hanno chiarito che non si può invocare la legittima difesa in caso di scontro reciproco e volontario. Inoltre, la richiesta di applicare la legittima difesa putativa è stata ritenuta generica e tardiva. La Cassazione ha confermato anche il diniego delle attenuanti generiche, ritenendo corretta e motivata la decisione dei giudici di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato furto aggravato: la Cassazione nega lo sconto di pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino, precedentemente condannato per tentato furto aggravato. L'imputato contestava la quantificazione della pena e la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche da parte della Corte di Appello. I giudici di legittimità hanno rilevato che la sentenza di secondo grado era già pienamente e correttamente motivata su tutti i punti sollevati. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna originaria, respingendo le censure del ricorrente e condannandolo al pagamento delle spese processuali, oltre a una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Ferri vecchi o furto di cose abbandonate: la condanna è reale
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, confermando la condanna per furto pluriaggravato. L'uomo si era impossessato di vecchi oggetti metallici sostenendo si trattasse di un lecito recupero, configurando l'ipotesi di furto di cose abbandonate. Tuttavia, i giudici hanno accertato che i beni erano ancora sotto il controllo del proprietario e custoditi da un lucchetto forzato. La Corte ha inoltre stabilito che la nuova procedibilità a querela, introdotta dalla Riforma Cartabia, non può sanare la condanna se il ricorso in Cassazione è già di per sé inammissibile, poiché tale vizio blocca l'esame di questioni successive. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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