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Art. 133 Codice Penale — Anno 2023

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3865 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Sospensione condizionale della pena: stop per precedenti penali
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza d'appello lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il diniego delle attenuanti è legittimo se motivato da elementi decisivi, come i precedenti penali e la condotta processuale. Inoltre, la sospensione condizionale della pena può essere negata sulla base di una prognosi sfavorevole desunta dai precedenti di polizia e giudiziari dell'imputato, senza che il giudice debba analizzare ogni singolo elemento favorevole. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Coltivazione di sostanze stupefacenti: no alla lieve entità
L'Imputato è stato condannato per la coltivazione di sostanze stupefacenti dopo il ritrovamento di una piantagione in un luogo impervio, attrezzata con fertilizzanti e strumenti da taglio. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione richiedendo l'applicazione dell'attenuante della lieve entità e contestando l'entità della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la coltivazione di sostanze stupefacenti non può essere considerata di lieve entità quando dalle piante è possibile ricavare un numero elevato di dosi singole (nella specie, circa 1123). Inoltre, la determinazione della pena rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito e non è censurabile se supportata da una motivazione logica e coerente.
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Sospensione condizionale della pena: incensurato ma senza sconti
L'Imputato ha impugnato la sentenza di condanna lamentando il diniego della sospensione condizionale della pena. La difesa sosteneva che l'utilizzo dei precedenti di polizia per negare il beneficio violasse il principio della presunzione di innocenza, recentemente rafforzato dal decreto legislativo 188/2021. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che, anche dopo le riforme sulla presunzione di innocenza, i precedenti di polizia e giudiziari non definitivi possono essere legittimamente valutati per formulare il giudizio prognostico sulla futura condotta del reo. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa, vede confermata la condanna senza benefici e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sospensione condizionale della pena negata a chi viola le misure
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava la severità della sanzione e il diniego della sospensione condizionale della pena. I giudici hanno chiarito che la determinazione della sanzione rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito e non richiede motivazioni dettagliate se vicina al minimo edittale. Inoltre, la sospensione condizionale della pena è stata legittimamente negata: l'uomo deteneva diverse tipologie di droga e aveva spacciato mentre era già sottoposto a una misura cautelare per lo stesso reato. Questo comportamento rende impossibile una previsione favorevole sul suo comportamento futuro. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Minaccia aggravata: la Cassazione blinda la condanna
Un uomo, condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di minaccia aggravata, ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione. L'imputato lamentava una errata valutazione delle prove e l'eccessiva severità della pena inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso del tutto inammissibile. I giudici hanno chiarito che la Cassazione non può riesaminare i fatti già accertati nei precedenti gradi, né può sostituirsi alla discrezionalità del giudice di merito nella determinazione della pena, purché quest'ultima sia adeguatamente motivata. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Reato di peculato: l’Ufficiale Giudiziario che trattiene il denaro
Un Ufficiale Giudiziario ha ricevuto da due privati una somma di denaro come offerta reale per una cooperativa. A seguito del rifiuto dell'offerta, l'impiegato pubblico non ha restituito la somma ai depositanti, nonostante ripetute richieste formali. La difesa ha sostenuto l'assenza di dolo a causa di un sopravvenuto arresto e ha chiesto la riqualificazione in peculato d'uso. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per il reato di peculato. I giudici hanno chiarito che l'appropriazione si realizza con l'interversione del possesso, evidente nel rifiuto di restituzione. Inoltre, il peculato d'uso non si applica al denaro, bene fungibile per il quale non è possibile la restituzione fisica della stessa identica cosa ma solo del suo equivalente (tantundem).
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Furto pluriaggravato: ricorso respinto e multa da tremila euro
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto pluriaggravato di energia elettrica. Egli ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento dell'attenuante del danno di speciale tenuità e l'eccessività della pena inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i motivi sull'attenuante erano una mera ripetizione di quanto già respinto in appello, senza critiche specifiche. Riguardo alla pena, la Corte ha stabilito che l'obbligo di motivazione rafforzata scatta solo se la sanzione si discosta molto dal minimo edittale. Essendo la pena inferiore alla media, basta il riferimento alla sua adeguatezza. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Determinazione della pena: sanzione lieve e motivazione minima
L'Imputata è stata condannata a nove mesi di reclusione per il furto di 130 euro. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti e i criteri per la determinazione della pena applicati dai giudici d'appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando la sanzione inflitta si colloca al di sotto della media edittale, non è necessaria una motivazione rafforzata per giustificare la determinazione della pena, essendo sufficiente un richiamo generale ai criteri di adeguatezza. L'Imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Determinazione della pena: la Cassazione frena i ricorsi facili
Una cittadina, condannata per furto aggravato, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'eccessività della sanzione inflitta. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena, compreso il bilanciamento tra aggravanti e attenuanti, rientra nel potere discrezionale del giudice di merito. La Cassazione non può ridiscutere questa scelta se il giudice di primo o secondo grado ha motivato la decisione in modo logico e coerente, rispettando i criteri di legge. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Condanna per furto aggravato: quando il ricorso è inammissibile
L'Imputata è stata condannata dalla Corte d'Appello a sei mesi di reclusione e 400 euro di multa per il reato di furto aggravato. La donna ha proposto ricorso in Cassazione contestando la ricostruzione dei fatti, l'applicazione della circostanza aggravante e l'eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che le contestazioni sui fatti non sono ammissibili in sede di legittimità, che l'aggravante non era stata contestata in appello e che la quantificazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto pluriaggravato: la Cassazione nega sconti sulla pena
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per il reato di furto pluriaggravato. Il ricorrente contestava l'applicazione della recidiva, il bilanciamento delle circostanze e l'eccessività della pena. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione sulla recidiva e sul bilanciamento delle circostanze spetta esclusivamente al giudice di merito e non può essere ridiscussa in Cassazione se logicamente motivata. Inoltre, per pene inferiori alla media edittale, non occorre una motivazione rafforzata ma basta il riferimento ai criteri di adeguatezza della sanzione. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto aggravato: rompere l’antitaccheggio costa caro in Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per furto aggravato. I ricorrenti contestavano la sussistenza dell'aggravante della violenza sulle cose, consistita nella rimozione forzata della placca antitaccheggio, e l'eccessività della pena inflitta. La Suprema Corte ha stabilito che la contestazione sull'aggravante era generica e ripetitiva, mentre la determinazione della pena rientra nei poteri discrezionali del giudice di merito, purché adeguatamente motivata. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Reato di ricettazione: il silenzio sulla provenienza condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di ricettazione nei confronti di un soggetto trovato in possesso di un bene di provenienza illecita. L'imputato sosteneva la mancanza di prove sulla sua malafede, giustificandosi con il tempo trascorso dall'acquisto. I giudici hanno chiarito che, nel reato di ricettazione, la mancata o non attendibile indicazione della provenienza del bene dimostra la volontà di occultamento e la malafede dell'acquirente, escludendo il meno grave incauto acquisto. Inoltre, la Cassazione ha ritenuto congrua la pena inflitta, ricordando che quando la sanzione è vicina al minimo di legge la motivazione del giudice può essere sintetica. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando definitivamente la condanna.
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Circostanze attenuanti generiche negate: il ricorso è inutile
L'Imputato, condannato per ricettazione e uso di atto falso, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile per genericità dei motivi. I giudici hanno chiarito che il ricorrente non ha contestato in modo specifico la decisione della Corte d'Appello, la quale aveva già ampiamente e logicamente motivato il diniego basandosi sulla gravità dei fatti e sui precedenti penali dell'uomo. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Specificità dei motivi di ricorso: ricorso vago e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per il reato di riciclaggio. La difesa aveva contestato la decisione della Corte di Appello in modo del tutto generico, senza collegare le violazioni di legge denunciate alle effettive motivazioni della sentenza impugnata. I giudici di legittimità hanno ribadito che la specificità dei motivi di ricorso costituisce un requisito essenziale a pena di inammissibilità. Il ricorrente ha l'onere di indicare con precisione i punti della decisione contestati e gli elementi di fatto e di diritto a supporto delle proprie lagnanze. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Rapina e recidiva: no alle circostanze attenuanti generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per concorso in rapina aggravata. La difesa contestava il trattamento sanzionatorio e la mancata prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alle aggravanti. I giudici di legittimità hanno confermato la decisione della Corte d'Appello, ritenendo corretta e ben motivata la determinazione della pena superiore al minimo edittale. La gravità del fatto, i numerosi precedenti penali per reati contro il patrimonio e la condotta successiva del reo, che ha riportato ulteriori condanne per rapina e tentato furto, giustificano il diniego di un trattamento di favore. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Porto abusivo di arma clandestina: condanna confermata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per ricettazione e porto abusivo di arma clandestina. L'Imputato, precedentemente assolto dall'accusa di tentato omicidio perché il fatto non sussiste, sosteneva che tale assoluzione escludesse anche la sua responsabilità per i reati legati all'arma. La Suprema Corte ha chiarito che l'assoluzione dal tentato omicidio derivava solo dalla mancanza di prova sull'intenzione di uccidere, non dall'assenza fisica del soggetto sul luogo. Inoltre, la difesa non aveva impugnato specificamente i reati minori in appello, facendo scattare la preclusione processuale. I giudici hanno confermato la condanna e negato le attenuanti generiche per la gravità della condotta.
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Rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale: prove e sconti
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di diversi soggetti condannati per estorsione. Il nucleo della decisione riguarda il diritto alla rinnovazione dell'istruttoria dibattimentale in appello. Uno dei ricorrenti aveva chiesto l'acquisizione di nuove prove sopravvenute, ma la Corte d'Appello aveva respinto la richiesta applicando criteri troppo rigidi. La Cassazione ha chiarito che per le prove nuove sopravvenute il giudice deve valutare solo l'utilità e non l'assoluta necessità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha accolto il ricorso di questo imputato, annullando la sentenza con rinvio. Ha inoltre corretto un errore di calcolo della pena per un altro coimputato e dichiarato inammissibili i ricorsi degli altri soggetti.
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Bancarotta fraudolenta: pene confermate contro ricorsi inutili
Due amministratori, condannati per il reato di bancarotta fraudolenta a seguito del fallimento della loro società, hanno impugnato la decisione della Corte d'Appello che, in sede di rinvio, ha rideterminato in tre anni la durata delle pene accessorie di inabilitazione commerciale e incapacità di esercitare uffici direttivi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici di legittimità hanno chiarito che le questioni relative alla responsabilità penale e alla prescrizione erano ormai precluse dal giudicato interno, essendosi il precedente annullamento limitato esclusivamente alla quantificazione delle pene accessorie. La determinazione di queste ultime a tre anni è stata ritenuta congrua e adeguatamente motivata. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Isolamento diurno: la gravità dei reati batte la buona condotta
Il Condannato, condannato all'ergastolo e a ulteriori pene detentive, ha richiesto la riduzione della sanzione accessoria dell'isolamento diurno da 18 a 12 mesi, valorizzando la propria condotta positiva in carcere. Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta, ritenendo prevalente la gravità dei reati commessi. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Condannato. I giudici di legittimità hanno chiarito che non è possibile utilizzare un nuovo incidente di esecuzione per contestare decisioni già definitive, aggirando i termini di impugnazione. Inoltre, la determinazione della durata dell'isolamento diurno rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che ha motivato in modo logico e insindacabile dando priorità alla gravità dei reati e all'entità delle pene inflitte rispetto al percorso detentivo.
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