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Art. 133 Codice Penale — Anno 2023

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3865 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Spaccio di lieve entità: la condanna scatta anche senza precedenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per lo spaccio di lieve entità di cocaina. L'imputato era stato sorpreso dalla polizia mentre riceveva denaro in cambio di droga, e addosso gli erano state trovate altre dosi. La Suprema Corte ha confermato il diniego della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, evidenziando l'abitualità della condotta desunta dalle dichiarazioni dell'acquirente. I giudici hanno chiarito che la commissione di altri reati della stessa specie può essere accertata anche in via incidentale dal giudice del processo. Infine, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito, che ha motivato correttamente la sanzione in base alla gravità del fatto e alla reiterazione dello spaccio. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio in detenzione domiciliare: niente attenuanti generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato per spaccio di lieve entità. L'imputato contestava la severità della pena e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che commettere un reato mentre si sconta una pena in detenzione domiciliare dimostra una spiccata capacità a delinquere. Di conseguenza, il diniego delle attenuanti generiche è pienamente giustificato. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condanna anche senza perizia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti finalizzata allo spaccio. L'imputato sosteneva di essere un semplice consumatore e contestava l'efficacia del solo narcotest per dimostrare la capacità drogante della sostanza. La Suprema Corte ha chiarito che, nei casi di spaccio di lieve entità, il narcotest è sufficiente per accertare la natura della droga, senza bisogno di analisi quantitative sul principio attivo. Inoltre, il possesso di diverse droghe e di ingenti somme di denaro smentisce la tesi del consumo personale. L'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: negato lo sconto ai recidivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per reati sugli stupefacenti. L'imputato contestava il diniego delle circostanze attenuanti generiche, il calcolo della pena e l'applicazione della recidiva. I giudici hanno chiarito che, per negare le circostanze attenuanti generiche, basta rilevare l'assenza di elementi positivi nella condotta del reo, senza dover confutare ogni singola tesi difensiva. Inoltre, la presenza di numerosi precedenti penali per rapina ed evasione giustifica ampiamente sia l'aumento di pena per la recidiva, sia la quantificazione della sanzione operata nei gradi di merito. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Spaccio a 19 anni: no alle circostanze attenuanti generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un giovane diciannovenne condannato per spaccio di sostanze stupefacenti. L'imputato contestava il trattamento sanzionatorio e il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno ribadito che la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito. Nel caso specifico, il diniego delle circostanze attenuanti generiche è stato correttamente motivato dalla gravità della condotta e dai precedenti penali del giovane, nonostante la sua giovane età. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Omesso versamento IVA: il pagamento parziale non sconta la pena
Il Contribuente è stato condannato alla pena di sei mesi di reclusione per il reato di omesso versamento IVA. Il debito complessivo verso l'Erario superava i 540 mila euro. Nonostante il pagamento parziale di oltre 320 mila euro, il Contribuente non ha saldato l'intero debito e ha interrotto il piano di rateizzazione concordato. Il Contribuente ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una mancata riduzione della pena al minimo edittale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena spetta al giudice di merito e non è sindacabile se adeguatamente motivata. Il pagamento parziale non cancella la gravità del debito residuo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha inflitto una sanzione pecuniaria al ricorrente.
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Danneggiamento seguito da incendio: bomba in condominio e follia
L'Imputato è stato condannato per il reato di danneggiamento seguito da incendio (art. 424 c.p.) per aver posizionato una bombola di gas e una lampada accesa come innesco davanti al garage di un condominio, rischiando di far crollare l'intero stabile. La Corte d'Appello ha ridotto la pena a 9 anni e 4 mesi di reclusione applicando la diminuente del vizio parziale di mente. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'idoneità della condotta e la mancata riduzione della pena base. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna. I giudici hanno chiarito che la pericolosità della condotta è stata provata tramite perizie tecniche e che lo stato mentale, già valutato come attenuante, non può essere riutilizzato per ridurre ulteriormente la pena base, evitando così una doppia e illegittima riduzione.
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Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina: pilota condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino straniero condannato a otto anni di reclusione e a una multa multimilionaria per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'uomo era stato identificato come uno dei conducenti di un'imbarcazione con 186 migranti partita dalle coste libiche. La difesa invocava lo stato di necessità, sostenendo che l'imputato avesse guidato solo per evitare il naufragio. I giudici hanno respinto la tesi, evidenziando che il possesso di denaro e di un cellulare funzionante dimostrava la sua estraneità al gruppo dei passeggeri, privati dei telefoni nei campi di prigionia. La Suprema Corte ha confermato la condanna, ribadendo che la condotta di guida alternata non costituisce un contributo marginale e che il comportamento non collaborativo esclude le attenuanti generiche.
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Rideterminazione della pena: sconti negati e condanna più dura
Il Condannato, accumulando diverse condanne definitive per rapine aggravate e porto d'armi, ha richiesto l'unificazione delle pene sotto il vincolo del reato continuato. La Corte d'Appello ha rideterminato la sanzione complessiva a oltre ventidue anni di reclusione. Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando un aumento di pena illegittimo e la violazione del divieto di peggioramento della condanna. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la rideterminazione della pena in senso più sfavorevole è pienamente legittima se l'annullamento precedente era derivato da un ricorso del Pubblico Ministero. Di conseguenza, il Condannato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Reato di rissa: da paciere a colpevole nei video rallentati
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un giovane per il reato di rissa aggravata dalla morte di una vittima, avvenuta all'esterno di una discoteca. Inizialmente assolto in primo grado, l'imputato è stato condannato in appello grazie all'analisi a velocità ridotta dei video di sorveglianza e alla testimonianza decisiva di un testimone oculare. I filmati hanno dimostrato che, sebbene l'imputato fosse inizialmente intervenuto per separare i contendenti, ha poi partecipato attivamente alla violenza colpendo ripetutamente la vittima. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso della difesa, confermando la validità della motivazione d'appello e negando le attenuanti generiche, poiché l'imputato, dopo i fatti, aveva aiutato i responsabili dell'omicidio a nascondersi.
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Trattamento sanzionatorio: la Cassazione fissa i limiti del ricorso
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello contestando il trattamento sanzionatorio applicato per la violazione delle misure di prevenzione previste dal Codice Antimafia. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena entro i limiti di legge rientra nel potere discrezionale del giudice di merito. Tale scelta, se adeguatamente motivata e prossima al minimo edittale, non può essere sindacata in sede di legittimità. Il Ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Trattamento sanzionatorio e recidiva: la Cassazione respinge i ricorsi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di tre imputati contro la sentenza d'appello. Per i primi due, i giudici hanno confermato la correttezza del trattamento sanzionatorio e recidiva, ritenendo congrua la pena superiore al minimo edittale basata sui gravi precedenti penali e sui criteri dell'articolo 133 del codice penale. Per il terzo, la Corte ha ritenuto insindacabile il giudizio di equivalenza tra le attenuanti generiche, concesse per la collaborazione, e le aggravanti legate alla sua pericolosità. I ricorsi proponevano solo una rivalutazione dei fatti, esclusa in sede di legittimità. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Dosimetria della pena: quando il ricorso è inammissibile
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contestando la dosimetria della pena stabilita dalla Corte d'Appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, in quanto i motivi presentati riproducevano semplicemente le stesse contestazioni già esaminate e respinte nei precedenti gradi di giudizio, senza sollevare reali vizi di legittimità. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Dosimetria della pena: ricorso inammissibile se generico
Il Ricorrente ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Giudice di Pace di Milano, contestando la dosimetria della pena applicata nei suoi confronti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile poiché i motivi presentati si risolvevano in generiche contestazioni di fatto, non consentite nel giudizio di legittimità. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Attenuanti generiche negate: quando il ricorso costa caro
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza del Giudice di Pace contestando il diniego delle attenuanti generiche e i criteri di calcolo della sanzione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno rilevato che le contestazioni si risolvevano in generiche critiche di fatto, non proponibili in sede di legittimità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche negate a chi ha troppi precedenti
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello, contestando l'applicazione della recidiva, il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e la determinazione di una pena superiore al minimo edittale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici di legittimità hanno rilevato che la decisione di secondo grado era ampiamente e logicamente motivata. La recidiva è stata giustificata dai numerosi e omogenei precedenti penali dell'uomo, mentre il diniego delle circostanze attenuanti generiche e la misura della pena sono stati correttamente collegati alla gravità del reato e all'intensità del dolo. Di conseguenza, l'appello si è risolto in una mera richiesta di rivalutazione dei fatti, non consentita in sede di legittimità, con conseguente condanna del ricorrente alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Reato di estorsione: quando il finto diritto diventa reato
Il caso riguarda un uomo condannato per il reato di estorsione. Insieme al fratello, l'uomo aveva preteso somme di denaro dall'acquirente di una sala bingo per liberare il bar interno, minacciandolo con riferimenti alla criminalità organizzata. La difesa sosteneva si trattasse di una disputa civile o di un esercizio arbitrario delle proprie ragioni, basandosi su un presunto diritto di gestione del bar. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non vi era alcun diritto legittimo da far valere nei confronti del nuovo proprietario, escludendo così la tesi difensiva. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Riciclaggio di auto rubate: la Cassazione conferma la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di riciclaggio di auto rubate e truffa a carico di un soggetto che aveva messo in vendita un veicolo di provenienza furtiva. L'imputato aveva alterato i documenti di circolazione e incassato un acconto di oltre ottomila euro da un acquirente ignaro. I giudici hanno ritenuto inammissibile il ricorso della difesa, confermando che il possesso di documentazione falsa e l'uso di generalità fittizie per l'acquisto dimostrano la piena consapevolezza dell'origine illecita del mezzo. La riqualificazione del reato operata in appello è stata ritenuta legittima poiché rispettosa del divieto di peggioramento della pena.
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Metodo mafioso: dire ‘amici di Napoli’ al citofono non basta
Tre soggetti sono stati condannati per tentata estorsione aggravata. Il Mandante aveva incaricato due Esecutori di recuperare un credito inesigibile da un Imprenditore. Gli Esecutori si erano presentati a casa della vittima dicendo al citofono di essere "amici di Napoli". I giudici di merito avevano applicato l'aggravante del metodo mafioso. La Corte di Cassazione ha escluso tale aggravante, stabilendo che la semplice menzione di una provenienza geografica o l'uso dell'espressione "amici di Napoli" non bastano a configurare il metodo mafioso, mancando un reale potere intimidatorio legato a un clan. La Corte ha quindi ridotto le pene per tutti gli imputati.
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Tentata truffa all’anziano: la Cassazione punisce il finto urto
L'Imputato ha simulato un finto incidente stradale per convincere una vittima di quasi ottant'anni a consegnargli immediatamente cinquanta euro come risarcimento. La vittima non è caduta nel tranello, configurando così l'ipotesi di tentata truffa. Condannato in primo grado e in appello a sei mesi di reclusione, l'uomo ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'assenza di raggiri e la mancata concessione di attenuanti per la lievità del danno. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la messinscena del sinistro costituisce un raggiro idoneo e hanno ritenuto corretta la pena inflitta, considerando la gravità del fatto commesso ai danni di un anziano e i numerosi precedenti penali del ricorrente.
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