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Art. 133 Codice Penale — Anno 2023

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3865 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Abuso edilizio: sì alla sospensione condizionale della pena
Un operatore economico, condannato dal Tribunale di Trieste alla pena dell'ammenda per violazioni edilizie su strutture portanti, ha proposto appello. Trattandosi di sola ammenda, l'impugnazione è stata convertita in ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha ritenuto infondate le lamentele sulla quantificazione della pena, ampiamente giustificata dalla gravità dei lavori che compromettevano la sicurezza degli edifici. Ha invece accolto il motivo riguardante il diniego della sospensione condizionale della pena. I giudici di merito avevano infatti negato il beneficio basandosi solo sulla qualifica professionale dell'imputato e su generiche esigenze preventive, omettendo il necessario giudizio prognostico sulla futura astensione dai reati. La sentenza è stata annullata con rinvio limitatamente a questo punto.
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Circostanze attenuanti generiche: no agli sconti automatici
I titolari di un'azienda, condannati per violazioni delle norme sulla sicurezza sul lavoro, hanno fatto ricorso in Cassazione. I ricorrenti lamentavano la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche e della particolare tenuità del fatto, oltre a eccepire la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il diniego delle circostanze attenuanti generiche non richiede una motivazione dettagliata se la richiesta della difesa è generica e priva di elementi giustificativi specifici. Inoltre, la gravità delle omissioni sulla salute dei lavoratori esclude benefici automatici. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Scommesse e particolare tenuità del fatto: sentenza annullata
Un cittadino viene condannato a quattro mesi di reclusione per esercizio abusivo di scommesse. L'imputato propone ricorso per Cassazione contestando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte accoglie il ricorso su questo specifico punto. I giudici di legittimità evidenziano che la Corte d'appello ha negato il beneficio basandosi solo sul tipo di reato, senza compiere una valutazione globale e concreta delle modalità della condotta e dell'entità del danno. La sentenza viene quindi annullata limitatamente alla valutazione sulla particolare tenuità del fatto, con rinvio alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Attenuanti generiche negate: la confessione tardiva non evita la condanna
L'Imputato, condannato per spaccio di stupefacenti, ha proposto ricorso in Cassazione contestando il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che i precedenti penali dell'imputato, pur non integrando la recidiva, ne delineano negativamente la personalità. Inoltre, la confessione resa solo dopo l'arresto in flagranza non giustifica la concessione del beneficio. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Occultamento di scritture contabili: la ricostruzione non salva
Un imprenditore e stato condannato per il reato di occultamento di scritture contabili. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che la Guardia di Finanza era comunque riuscita a ricostruire il suo reddito reale tramite indagini bancarie, escludendo cosi il dolo di evasione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per la configurabilita del reato, non occorre un'impossibilita assoluta di ricostruire il volume d'affari, essendo sufficiente una difficolta relativa. La possibilita di una ricostruzione alternativa tramite fonti esterne non esclude la responsabilita penale del contribuente.
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Violazione di domicilio aggravata: quando l’ospite diventa reo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna di un uomo per i reati di violazione di domicilio aggravata, resistenza a pubblico ufficiale e lesioni aggravate. L'imputato sosteneva di abitare stabilmente nell'appartamento della vittima, ma i giudici hanno accertato che vi era stato ospitato solo occasionalmente per cortesia e non possedeva le chiavi. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso poiché volto a ottenere una inammissibile rivalutazione dei fatti e del bilanciamento tra circostanze aggravanti e attenuanti, operazione riservata esclusivamente ai giudici di merito. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: arrendersi costa caro
Il Tribunale aveva condannato Il Proprietario alla pena di mille euro di ammenda per il reato di detenzione di animali in condizioni incompatibili con la loro natura. Il Proprietario ha inizialmente impugnato la sentenza, lamentando l'insufficienza delle prove e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. Successivamente, ha presentato una formale dichiarazione di rinuncia al ricorso, regolarmente firmata e autenticata dal proprio difensore. La Corte di Cassazione ha preso atto di questa scelta e ha dichiarato inammissibile il ricorso. Di conseguenza, ha condannato l'uomo al pagamento delle spese processuali e al versamento di cinquecento euro in favore della Cassa delle ammende, poiché la causa di inammissibilità deriva da una sua libera scelta. La rinuncia al ricorso per cassazione ha quindi reso definitiva la condanna originaria.
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Occultamento di scritture contabili: basta la copia del cliente
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e dieci mesi di reclusione per l'amministratore di un'impresa, ritenuto responsabile del reato di occultamento di scritture contabili. La difesa sosteneva che il semplice ritrovamento delle copie delle fatture presso i clienti non dimostrasse la distruzione o il nascondimento degli originali. I giudici hanno invece ribadito che, poiché la fattura deve essere emessa in duplice esemplare, la presenza della copia presso il destinatario e l'assenza dell'originale presso l'emittente fanno presumere logicamente l'occultamento o la distruzione da parte di quest'ultimo. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Prestanome contro realtà: condanna per dichiarazione infedele
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imprenditore condannato per il reato di dichiarazione infedele. L'imputato gestiva di fatto una cooperativa di lavoro utilizzandola come schermo societario per fornire personale alla propria azienda principale, intestando formalmente la cooperativa a un prestanome. I giudici hanno confermato la responsabilità penale dell'amministratore di fatto, basandosi sulle testimonianze dei lavoratori che ricevevano pagamenti direttamente da lui. La Corte ha chiarito che il superamento della soglia di punibilità era effettivo, anche escludendo le fatture in regime di inversione contabile. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Determinazione della pena: lesioni lievi ma condanna severa
Due soggetti, condannati per lesioni aggravate commesse in concorso, hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la misura della sanzione inflitta dalla Corte d'Appello. La difesa lamentava che la pena base di due anni di reclusione fosse eccessiva rispetto al minimo edittale, soprattutto a fronte di lesioni guaribili in soli dieci giorni. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando che la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito. I giudici di secondo grado hanno correttamente motivato la sanzione basandosi sulla gravità del fatto e sulla particolare violenza esercitata. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria in favore della cassa delle ammende.
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Reato continuato: quando la pena ridotta non va motivata
Il caso riguarda un uomo condannato per due episodi di cessione di sostanze stupefacenti. La Corte d'Appello aveva ridotto la sanzione applicando un'attenuante comune e stabilito un aumento per il reato continuato. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la scarsa motivazione sulla misura della riduzione e sull'entità dell'aumento di pena per la continuazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il giudice di merito gode di ampia discrezionalità nella determinazione della pena e non deve motivare in modo dettagliato gli aumenti di lieve entità per il reato continuato, essendo sufficiente una motivazione sintetica o l'uso di formule di congruità. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso ed è condannato alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Guida in stato di ebbrezza: condanna salva ma pena da ricalcolare
Un automobilista, fermato con un tasso alcolemico tra lo 0,89 e lo 0,94 g/l dopo sorpassi azzardati su una strada trafficata, viene condannato per guida in stato di ebbrezza. La Corte d'appello nega la particolare tenuità del fatto per la pericolosità della condotta, ma omette di motivare il diniego delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione dichiara irrevocabile la responsabilità penale per il reato di guida in stato di ebbrezza, confermando che la pericolosità concreta esclude la tenuità del fatto. Tuttavia, accoglie il ricorso per la totale mancanza di motivazione sulle attenuanti generiche, annullando la sentenza limitatamente a questo punto e rinviando la causa alla Corte d'appello per un nuovo esame sulla quantificazione della pena.
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Spaccio di lieve entità: la condanna resta anche senza motorino
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di spaccio di lieve entità. L'uomo era stato sorpreso dalle forze dell'ordine mentre cedeva dosi di marijuana, poi sequestrate insieme a una somma di denaro ritenuta il profitto dell'attività illecita. La difesa contestava la proprietà del ciclomotore vicino al quale era nascosta la droga e il diniego delle attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che l'osservazione diretta degli scambi rende irrilevante la proprietà del mezzo. Inoltre, la condotta non collaborativa e i precedenti penali giustificano il diniego dei benefici di legge e la confisca del denaro. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Omissione di soccorso stradale: la presenza di terzi non salva
Un automobilista, dopo aver urtato una donna causandole lesioni, si allontanava senza fornire le proprie generalità né prestare aiuto, nonostante la richiesta della vittima di chiamare un'ambulanza. Condannato nei gradi di merito, l'imputato proponeva ricorso sostenendo l'assenza di dolo per la presenza della madre della vittima sul posto e chiedendo la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la condanna per omissione di soccorso stradale. I giudici hanno chiarito che la presenza di terzi non esime il conducente dall'obbligo di assistenza e che il comportamento aggressivo e l'assenza di pentimento escludono la particolare tenuità del fatto. L'imputato perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Recidiva facoltativa: nessun aiuto a chi ingoia la droga
L'Imputato, sorpreso a deglutire tre ovuli di cocaina per evitare l'arresto, è stato condannato per spaccio di lieve entità. La Corte d'Appello ha applicato l'aumento per la recidiva facoltativa, ritenuta equivalente alle attenuanti generiche, considerando i numerosi precedenti penali recenti. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando una carenza di motivazione sulla gravità della pena e sostenendo che la sua condizione di irregolarità sul territorio dovesse favorirlo. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la recidiva facoltativa è stata correttamente applicata poiché i precedenti ravvicinati dimostrano una spiccata pericolosità sociale. Inoltre, ingoiare la droga esclude qualsiasi intento collaborativo. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Fatture per operazioni inesistenti: tra condanna e prescrizione
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di un'amministratrice di fatto accusata di aver utilizzato fatture per operazioni inesistenti emesse da una società cartiera e da un'azienda di articoli sportivi per servizi di marketing mai eseguiti. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità penale per gran parte dei reati tributari contestati, dichiarando inammissibile il ricorso del coimputato. Tuttavia, i giudici hanno accolto parzialmente il ricorso dell'amministratrice in relazione a un singolo capo d'imputazione. La condanna per questo specifico reato si basava esclusivamente sulla precedente sentenza irrevocabile emessa contro un coimputato, senza ulteriori elementi di riscontro. Poiché tale reato era ormai estinto per prescrizione, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente a questo capo, riducendo la pena finale dell'imputata a tre anni e sei mesi di reclusione.
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Dichiarazione fraudolenta: commercialista non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a un anno e quattro mesi di reclusione per un imprenditore accusato di dichiarazione fraudolenta tramite l'uso di fatture per operazioni inesistenti. I giudici hanno accertato l'inesistenza delle prestazioni poiché le ditte emittenti erano prive di dipendenti, attrezzature e contabilità, e l'imprenditore non ha dimostrato i pagamenti. La Suprema Corte ha chiarito che l'affidamento della contabilità a un commercialista non esonera il titolare dall'obbligo di vigilanza, né esclude il dolo, specie in presenza di anomalie macroscopiche come fatture con lo stesso numero. Negato anche il beneficio delle attenuanti generiche a causa della reiterazione della condotta illecita.
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Lieve entità dello spaccio: quando la continuità costa cara
L'Imputato era stato condannato per plurime cessioni di eroina e marijuana commesse tra il 2017 e il 2018. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione chiedendo il riconoscimento del Lieve entità dello spaccio e contestando il calcolo della pena pecuniaria. La Suprema Corte ha confermato l'esclusione della Lieve entità dello spaccio a causa della continuità dell'attività illecita e della capacità dell'Imputato di rifornire i clienti a chiamata. Tuttavia, la Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente al calcolo della multa: i giudici di merito avevano applicato in modo errato lo sconto per il rito abbreviato. La Corte ha quindi annullato senza rinvio la sentenza sul punto, rideterminando la sanzione pecuniaria in 50.000 euro invece dei 60.000 euro precedentemente stabiliti.
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Coltivazione di stupefacenti: il cellulare perso incastra il reo
Il caso riguarda la condanna di un uomo per coltivazione di stupefacenti (ingenti quantità di marijuana), resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. L'imputato era fuggito da un capannone adibito a serra dopo aver colpito un agente, lasciando sul posto il proprio cellulare. La difesa sosteneva uno scambio fortuito di telefono con un complice e un errore di identificazione iniziale. La Corte d'Appello ha escluso l'attenuante della minima partecipazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'imputato, confermando la sua responsabilità. Ha invece accolto parzialmente il ricorso del Procuratore Generale: i giudici d'appello avevano calcolato l'aumento per l'aggravante dell'ingente quantità sotto i limiti di legge. La Cassazione ha rideterminato direttamente la pena finale a tre anni e due mesi di reclusione e 9.600 euro di multa.
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Particolare tenuità del fatto negata a chi fa sparire il furgone
Il Tribunale di Firenze condannava l'Imputato per il reato di trasporto non autorizzato di rifiuti speciali. L'Imputato proponeva ricorso in Cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la condanna penale. I giudici hanno chiarito che il diniego della particolare tenuità del fatto può essere implicito nella motivazione complessiva della sentenza. Nel caso specifico, l'Imputato, nominato custode del furgone sequestrato contenente i rifiuti, ne aveva causato la sparizione, violando i doveri di custodia. Tale condotta successiva al reato esclude qualsiasi riconoscimento di particolare tenuità o di attenuanti, confermando la piena responsabilità penale del ricorrente.
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