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Art. 133 Codice Penale — Anno 2023

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3865 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Omesso versamento IVA: pagare gli stipendi non evita la condanna
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di reclusione per il Legale Rappresentante di una società, responsabile del reato di omesso versamento IVA per l'anno d'imposta 2015. La difesa sosteneva che il mancato pagamento fosse dovuto a una grave crisi di liquidità e alla scelta di pagare prioritariamente gli stipendi dei dipendenti per salvare l'azienda. I giudici hanno respinto la tesi, stabilendo che la crisi finanziaria non esclude il dolo né costituisce forza maggiore, a meno che non si provi l'assoluta impossibilità incolpevole di reperire fondi. Il pagamento dei lavoratori non giustifica l'evasione fiscale al di fuori delle procedure fallimentari. La Cassazione ha rigettato il ricorso, condannando l'imputato al pagamento delle spese processuali.
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Cattivo stato di conservazione: acqua al sole, multa salata
Una commerciante è stata condannata a un'ammenda di 1.500 euro per aver tenuto all'aperto, esposte al sole e alle intemperie, oltre 1.500 bottiglie di acqua minerale destinate alla vendita. I giudici hanno ritenuto che tale condotta configuri il reato di cattivo stato di conservazione delle sostanze alimentari, poiché il calore e la luce solare diretta possono deteriorare la plastica e alterare l'acqua, creando un pericolo per la salute dei consumatori. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, confermando la condanna e infliggendo un'ulteriore sanzione pecuniaria di 3.000 euro a favore della Cassa delle Ammende. La decisione ribadisce che l'esposizione agli agenti atmosferici di prodotti alimentari integra il reato anche senza una prova di effettivo danno alla salute.
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Videosorveglianza abusiva: sì alla particolare tenuità del fatto
Un'amministratrice aziendale viene accusata di aver installato telecamere nell'officina senza l'accordo dei sindacati o l'autorizzazione dell'Ispettorato del lavoro. Successivamente, l'imputata ottiene l'autorizzazione e paga la sanzione amministrativa. Il Tribunale la assolve applicando la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Il Pubblico Ministero ricorre in Cassazione, sostenendo che il giudice non potesse valutare il comportamento successivo al reato. La Suprema Corte rigetta il ricorso: a seguito della Riforma Cartabia, la condotta susseguente al reato rientra pienamente tra i criteri di valutazione del giudice per stabilire la particolare tenuità del fatto. L'assoluzione dell'amministratrice viene quindi confermata definitivamente.
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Messa alla prova: debito enorme e risarcimento minimo
Il Contribuente è stato condannato a sei mesi di reclusione per l'omesso versamento dell'IVA per un ammontare di oltre 447.000 euro. Lo stesso ha richiesto l'accesso alla messa alla prova, proponendo un risarcimento rateale di soli 1.000 euro al mese. I giudici di merito hanno rigettato l'istanza ritenendo l'offerta del tutto incongrua e non rappresentativa del massimo sforzo risarcitorio possibile, soprattutto considerando che l'imputato percepiva un regolare stipendio. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. La Suprema Corte ha chiarito che il beneficio non è un diritto assoluto e richiede una seria volontà di riparare il danno erariale. L'imputato perde definitivamente la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Furto con destrezza: la finta spesa che costa la condanna
Il caso riguarda un uomo condannato per furto aggravato ai danni di un negozio. Insieme a un complice, l'uomo ha distratto la titolare chiedendole di mostrare della merce all'esterno, mentre il complice svuotava la cassa. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna, stabilendo che tale condotta integra l'aggravante del furto con destrezza. Infatti, i malviventi non si sono limitati ad approfittare di una distrazione casuale, ma l'hanno provocata intenzionalmente con astuzia. La Suprema Corte ha inoltre escluso la particolare tenuità del fatto a causa dei numerosi precedenti penali dell'imputato. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, confermando la pena detentiva e pecuniaria.
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Determinazione della pena: fermati i ladri degli hotel
Tre persone sono state condannate per furto aggravato commesso all'interno di strutture alberghiere ai danni di turisti stranieri. I condannati hanno presentato ricorso in Cassazione contestando la gravità della sanzione inflitta, ritenuta eccessiva rispetto al valore economico dei beni sottratti e alla loro condizione di marginalità sociale. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando che la determinazione della pena spetta al potere discrezionale del giudice di merito. Nel caso specifico, i giudici hanno correttamente valutato la collaudata professionalità dei colpevoli e il grave danno arrecato alle vittime, rimaste improvvisamente prive di mezzi di comunicazione e sostentamento. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche: nessun aiuto al furto astuto
L'Imputata è stata condannata per furto aggravato e indebito utilizzo di carte di credito, avendo effettuato pagamenti frazionati sotto i venticinque euro per evitare i controlli di sicurezza. La Corte di Appello ha negato la concessione delle circostanze attenuanti generiche. L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione contestando tale diniego. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il diniego delle circostanze attenuanti generiche è un giudizio di fatto insindacabile se logicamente motivato. Nel caso specifico, i giudici hanno correttamente valorizzato la spiccata professionalità della condotta, la natura non di prima necessità dei beni sottratti e la presenza di un precedente penale specifico. Di conseguenza, l'Imputata perde il ricorso e viene condannata anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Attenuante del risarcimento del danno: no allo sconto se parziale
Tre imputati sono stati condannati per furto aggravato e altri reati. Due di essi hanno richiesto l'applicazione dell'attenuante del risarcimento del danno per aver versato duemila euro alle vittime. La Corte di Cassazione ha confermato il diniego di tale beneficio, poiché la somma era insufficiente rispetto al danno reale. Inoltre, la difesa ha invocato la recente riforma Cartabia, sostenendo che il furto aggravato fosse diventato procedibile a querela e richiedendo tempo per verificare la volontà delle vittime. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che l'inammissibilità del ricorso principale impedisce l'applicazione del nuovo regime di procedibilità e la necessità di avvisare le persone offese. Di conseguenza, i ricorrenti hanno perso la causa e sono stati condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Tentativo di furto in abitazione: la fedina penale nega sconti
Un uomo è stato condannato per il reato di tentativo di furto in abitazione pluriaggravato. Il difensore ha proposto ricorso in Cassazione contestando il trattamento sanzionatorio. La difesa sosteneva che la fuga dell'imputato e dei complici fosse stata una scelta autonoma e non causata dalla reazione dei vicini, elemento che avrebbe dovuto ridurre la pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato la proporzionalità della pena, quasi vicina al minimo edittale, evidenziando i numerosi precedenti penali specifici dell'imputato, sintomatici di una spiccata propensione a delinquere. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Desistenza volontaria: no al ricorso se non proposta in appello
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per tentato furto aggravato. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento della desistenza volontaria e l'eccessività della pena. I giudici hanno chiarito che la desistenza volontaria non può essere invocata per la prima volta in Cassazione se non è stata proposta in appello. Inoltre, la determinazione della pena spetta al giudice di merito, il quale ha ampi poteri discrezionali. Nel caso specifico, la sanzione, fissata vicino al minimo edittale, è stata ritenuta congrua e motivata dal disvalore del fatto, rendendo irrilevante la confessione tardiva resa solo dopo l'arrivo delle forze dell'ordine. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Furto in banca: negate le circostanze attenuanti generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per tentato furto aggravato ai danni di una banca. L'uomo contestava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'entità della pena. I giudici hanno chiarito che il diniego delle circostanze attenuanti generiche è legittimo se motivato anche solo da un elemento rilevante, come la pianificazione del reato e la reiterazione della condotta. Inoltre, la determinazione della pena spetta alla discrezionalità del giudice di merito. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche negate per condotta ostile
L'Imputato è stato condannato per guida in stato di ebbrezza. Il suo ricorso contesta il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'eccessività della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per negare le circostanze attenuanti generiche, basta valorizzare anche un solo elemento negativo, come i precedenti penali o la condotta non collaborativa durante il controllo di polizia. Inoltre, la determinazione della pena rientra nella discrezionalità del giudice di merito e, se vicina al minimo edittale, non richiede motivazioni dettagliate. L'Imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Furto di scarso valore ma l’applicazione della recidiva resta
L'Imputato è stato condannato per furto aggravato commesso in concorso, con violenza sulle cose e su beni esposti al pubblico. La difesa ha proposto ricorso contestando l'applicazione della recidiva, sostenendo che i precedenti penali fossero datati e la refurtiva di scarso valore. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva richiede una valutazione concreta della pericolosità sociale del soggetto. Nel caso specifico, i numerosi precedenti per reati di droga e contro il patrimonio, uniti alla gravità del furto commesso con violenza, giustificano pienamente l'aumento di pena. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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No a circostanze attenuanti generiche se il ladro è recidivo
Due imputati, condannati in appello per furto in abitazione e furto aggravato, hanno proposto ricorso in Cassazione contestando il diniego delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la legittimità della decisione dei giudici di merito. La Cassazione ha chiarito che, per negare le circostanze attenuanti generiche, il giudice non deve analizzare tutti i dettagli, ma può basarsi anche su un solo elemento ritenuto decisivo. Nel caso specifico, i giudici hanno correttamente valorizzato i precedenti penali dei ricorrenti, la gravità della condotta, il ruolo primario nel reato e la totale assenza di condotte riparatorie o di reale collaborazione. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Danno di speciale tenuità: rubare ai ricchi resta un reato grave
L'Autore del reato è stato condannato per furto in abitazione aggravato dopo aver sottratto gioielli di rilevante valore. Ha proposto ricorso in Cassazione contestando il mancato riconoscimento della circostanza attenuante del danno di speciale tenuità. La difesa sosteneva che la vittima godesse di ottime condizioni economiche e avesse ricevuto un risarcimento di 1.500 euro. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per applicare l'attenuante del danno di speciale tenuità il pregiudizio economico deve essere oggettivamente lievissimo o irrisorio. Non rileva la ricchezza della vittima o la sua capacità di sopportare la perdita finanziaria. Di conseguenza, l'imputato perde la causa, la condanna a sei mesi e venti giorni di reclusione viene confermata e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Applicazione della recidiva: reati ripetuti contro sconti di pena
Gli Imputati sono stati condannati per furto e utilizzo indebito di carte di credito. La Corte d'Appello ha confermato la pena, applicando un aumento per la recidiva. Gli Imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva, ritenendola ingiustificata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che l'applicazione della recidiva richiede una verifica concreta della pericolosità sociale del soggetto. Nel caso specifico, la presenza di numerosi precedenti per reati contro il patrimonio dal 1996, la revoca di precedenti benefici e l'abilità dimostrata nei furti giustificano pienamente l'aumento di pena. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e sono condannati a pagare le spese processuali e tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Omicidio stradale: la precedenza mancata cancella la colpa altrui
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un automobilista condannato per omicidio stradale. Il conducente, omettendo di dare la precedenza a un incrocio in condizioni di perfetta visibilità, si era scontrato con un'altra vettura, provocando la morte del passeggero a bordo del proprio veicolo. Nonostante il lieve superamento del limite di velocità da parte dell'altro automobilista, la Cassazione ha confermato la gravità della colpa del ricorrente. Di conseguenza, è stata ritenuta corretta la pena inflitta, compresa la sanzione accessoria della sospensione della patente per due anni, poiché la condotta omissiva ha rappresentato la causa principale dell'incidente. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Rifiuto alcoltest: condanna definitiva senza lavori utili
Il Conducente impugna la condanna per il reato di rifiuto alcoltest, sostenendo di non aver ricevuto l'avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore prima dell'accertamento e chiedendo la sostituzione della pena con i lavori di pubblica utilità. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'obbligo di avvisare il conducente sulla facoltà di farsi assistere da un difensore non sussiste in caso di rifiuto di sottoporsi all'accertamento. Inoltre, la sostituzione della pena con il lavoro di pubblica utilità non è automatica, ma costituisce una valutazione discrezionale del giudice, che nel caso specifico ha legittimamente negato il beneficio a causa dei precedenti penali del soggetto e della gravità della condotta. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Non menzione della condanna: sì al ricorso se manca il motivo
L'Imputato è stato condannato per lesioni personali e violenza privata ai danni della Persona Offesa. Ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il travisamento delle dichiarazioni di un poliziotto e la totale mancanza di motivazione sulla sua richiesta di concessione del beneficio della non menzione della condanna. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il primo motivo, ritenendo le prove complessive ampiamente sufficienti a confermare la colpevolezza. Ha invece accolto il secondo motivo: i giudici d'appello, pur avendo preso atto della richiesta, hanno omesso di motivare il diniego del beneficio. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente alla mancata concessione della non menzione della condanna, con rinvio alla Corte d'appello per una nuova valutazione.
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Furto aggravato: la finta vendita di frutta costa carissima
Due complici hanno finto di voler vendere una cassetta di meloni a un automobilista per distrarlo. Mentre uno lo teneva impegnato nella trattativa, l'altro gli ha sottratto rapidamente il portafogli dall'auto, prelevando poi 850 euro con la carta trovata all'interno. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per furto aggravato da mezzo fraudolento e destrezza. I giudici hanno chiarito che le due aggravanti possono coesistere: la finta vendita costituisce il mezzo fraudolento (messa in scena), mentre la sottrazione fulminea del portafogli integra la destrezza, poiché i complici hanno creato artificialmente la distrazione della vittima per neutralizzarne la vigilanza. I ricorsi dei condannati sono stati dichiarati inammissibili.
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