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Art. 133 Codice Penale — Anno 2023

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3865 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Valutazione della confessione: niente sconti dopo l’arresto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato contro la condanna a un anno e sei mesi di reclusione e mille euro di multa. La difesa contestava la gravità della pena, invocando la confessione resa dall'uomo. I giudici hanno chiarito che la valutazione della confessione non porta a uno sconto di pena se l'ammissione dei fatti avviene tardivamente, dopo un arresto in flagranza di reato e in presenza di prove ormai schiaccianti. In questo contesto, la dichiarazione serve solo a alleggerire la posizione processuale e non dimostra un reale ravvedimento. L'Imputato è stato quindi condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata se c’è violenza ad agenti
L'Imputato è stato condannato alla pena di sette mesi di reclusione per i reati di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali aggravate. La difesa ha proposto ricorso per cassazione, lamentando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. I giudici hanno evidenziato che la legge esclude espressamente la particolare tenuità del fatto per il reato di resistenza a pubblico ufficiale commesso con violenza o minaccia. Inoltre, la presenza di un precedente penale specifico e le modalità violente della condotta dimostrano l'abitualità del comportamento, impedendo l'applicazione del beneficio. L'Imputato è stato quindi condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Legittimo impedimento del difensore: no al rinvio senza prove
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un detenuto condannato a sei mesi di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale, per aver minacciato un agente di polizia penitenziaria. La difesa lamentava il diniego del rinvio d'udienza per concomitante impegno del legale. La Suprema Corte ha chiarito che il legittimo impedimento del difensore non può essere concesso se la richiesta non è corredata da idonea documentazione. Senza prove documentali, il giudice non può effettuare la necessaria valutazione comparativa tra i diversi impegni professionali. Confermata anche la pena e il diniego delle attenuanti generiche.
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Revoca dei finanziamenti pubblici: scontro sul giudice competente
Un'agenzia di sviluppo ha disposto la revoca dei finanziamenti pubblici concessi a una società per l'autoimpiego, sostenendo che l'attività fosse iniziata prima dell'ammissione al beneficio. La società ha contestato il provvedimento davanti al giudice ordinario, ottenendo ragione nei primi due gradi di giudizio. L'agenzia ha proposto ricorso in Cassazione, eccependo il difetto di giurisdizione e sostenendo che la controversia spettasse al giudice amministrativo. La Suprema Corte, rilevando la mancanza di precedenti specifici delle Sezioni Unite sulla disciplina dei contributi per l'autoimpiego, ha rimesso gli atti al Primo Presidente per valutare l'assegnazione della questione di giurisdizione alle Sezioni Unite.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: condanna con basso THC
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a oltre tre anni di reclusione per un uomo accusato di detenzione di sostanze stupefacenti. L'imputato custodiva oltre tre chilogrammi di marijuana tra la propria abitazione e un'auto parcheggiata in giardino. La difesa sosteneva l'assenza di efficacia drogante a causa del basso livello di principio attivo, pari allo 0,3% di THC. I giudici hanno respinto il ricorso, chiarendo che l'ingente quantitativo della sostanza sequestrata garantisce comunque l'offensività della condotta, a prescindere dalla percentuale di principio attivo, poiché la cannabis può essere consumata con modalità diverse dal fumo. Confermata anche l'applicazione della recidiva e la correttezza del calcolo della pena.
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Espulsione dello straniero: reato lieve ma allontanamento valido
Lo Straniero, condannato per spaccio di lieve entità, ha impugnato il provvedimento di espulsione dello straniero dal territorio italiano. La difesa sosteneva che la scarsa gravità del fatto e lo stato di emarginazione escludessero la pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della misura. I giudici hanno chiarito che anche un reato di lieve entità può giustificare l'allontanamento se emerge una concreta pericolosità sociale. Nel caso specifico, Lo Straniero traeva il proprio sostentamento esclusivamente dall'attività illecita e aveva continuato a delinquere nonostante precedenti condanne e misure cautelari in corso.
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Confisca di telefoni cellulari: condanna sì, sequestro no
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un cittadino straniero condannato per detenzione illecita di stupefacenti. L'imputato contestava la quantificazione della pena, il diniego delle attenuanti e della sospensione condizionale, l'ordine di espulsione e la confisca dei propri telefoni. La Suprema Corte ha rigettato i motivi relativi alla pena e all'espulsione, confermando la valutazione di pericolosità sociale del soggetto dovuta ai suoi numerosi precedenti. Ha invece accolto il ricorso limitatamente alla confisca di telefoni cellulari. I giudici hanno chiarito che, trattandosi di mera detenzione e non di spaccio, manca la prova del nesso strumentale tra i telefoni e il reato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la confisca di telefoni cellulari, ordinandone l'immediata restituzione all'avente diritto, confermando nel resto la condanna.
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Partecipazione all’udienza camerale: il ritardo costa caro
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un detenuto condannato per detenzione di stupefacenti. La difesa lamentava la mancata traduzione in aula dell'imputato, sostenendo che ciò avesse causato una nullità del processo. La Suprema Corte ha chiarito che la richiesta di partecipazione all'udienza camerale deve essere presentata dal difensore entro il termine perentorio di quindici giorni liberi prima dell'udienza. Essendo stata presentata solo tre giorni prima, la richiesta era tardiva e non ha generato alcuna nullità. I giudici hanno inoltre confermato il diniego delle attenuanti generiche prevalenti, poiché il reato è stato commesso mentre il soggetto beneficiava già di una misura alternativa al carcere. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali.
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Trattamento sanzionatorio: precedenti penali contro attenuanti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello. L'imputato contestava il trattamento sanzionatorio applicato, ritenendolo eccessivo. La Suprema Corte ha rilevato che il ricorso era formulato in modo generico e mirava esclusivamente a ottenere una nuova valutazione dei fatti, preclusa in sede di legittimità. I giudici di secondo grado avevano correttamente bilanciato le circostanze attenuanti generiche con la recidiva, giustificando il lieve scostamento dai minimi edittali con i numerosi precedenti penali del soggetto. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione degli arresti domiciliari: no a scuse senza prove
Un uomo sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari non è stato trovato in casa durante un controllo delle forze dell'ordine. La difesa ha tentato di giustificare l'assenza senza fornire riscontri oggettivi. La Corte d'Appello ha confermato la condanna per evasione. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione contestando la decisione e il diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che l'assenza ingiustificata integra pienamente la violazione degli arresti domiciliari. I giudici hanno ritenuto legittimo il diniego delle attenuanti basato sulla personalità negativa del reo. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche: quando il ricorso costa caro
Il caso riguarda il ricorso presentato da un cittadino condannato in appello a un anno e dieci mesi di reclusione. La Corte d'Appello aveva ridotto la pena originaria riconoscendo la prevalenza delle circostanze attenuanti generiche. Il ricorrente ha impugnato la decisione contestando il calcolo della pena base e il bilanciamento delle circostanze. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione e il bilanciamento tra aggravanti e attenuanti rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito. Tale scelta non richiede una motivazione analitica ed è contestabile solo in caso di evidente illogicità o arbitrio. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Coltello in stazione: no alla particolare tenuità del fatto
Il Ricorrente è stato condannato per aver portato senza giustificato motivo un coltello a scatto con lama di nove centimetri nel sottopasso di una stazione ferroviaria. La difesa ha richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che la gravità della condotta, inserita in un contesto di spaccio di stupefacenti e in un luogo molto frequentato, impedisce il riconoscimento del beneficio. La fedina penale pulita non è sufficiente a superare la gravità oggettiva del comportamento.
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Circostanze attenuanti generiche: no allo sconto se c’è recidiva
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello che aveva rideterminato la sua pena detentiva. L'imputato lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche con prevalenza sulla recidiva qualificata. I giudici di legittimità hanno chiarito che la valutazione e il bilanciamento delle circostanze rientrano nel potere discrecionale del giudice di merito. Tale decisione non richiede una motivazione analitica per ogni singolo criterio, ma è sufficiente che dimostri un esame complessivo degli elementi. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha imposto al ricorrente il pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Fedina penale sporca contro circostanze attenuanti generiche
Il ricorrente ha impugnato la sentenza della Corte d'Appello che confermava la sua condanna, lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il diniego delle circostanze attenuanti generiche è legittimo se motivato anche solo sulla base dei precedenti penali del soggetto e sull'assenza di elementi positivi. La Cassazione non può riesaminare i fatti di merito se la motivazione dei giudici precedenti è logica e coerente. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Attenuanti generiche negate ai sicari: la Cassazione dice no
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per tentato omicidio e altri reati connessi a carico di quattro soggetti, respingendo tutti i ricorsi. La vicenda riguarda un agguato armato pianificato da un mandante ed eseguito da due complici, poi diventati collaboratori di giustizia. I giudici hanno chiarito che la concessione delle attenuanti generiche per i collaboratori di giustizia non " automatica, ma richiede elementi positivi ulteriori rispetto alla sola collaborazione. " stata inoltre respinta la tesi della desistenza volontaria avanzata dalla difesa, poich" l'azione omicida era stata effettivamente avviata e un colpo di pistola aveva attinto la vittima dopo l'inceppamento iniziale dell'arma. La Suprema Corte ha ritenuto logica e corretta la ricostruzione dei giudici di merito basata sulle dichiarazioni convergenti dei coimputati.
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Danneggiamento seguito da incendio: la vendetta dello sfrattato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a due anni di reclusione per un uomo accusato di danneggiamento seguito da incendio. L'imputato, dopo aver ricevuto uno sfratto per morosità, ha appiccato il fuoco alla pizzeria che gestiva, situata all'interno di un condominio, mettendo in pericolo i residenti. I giudici hanno respinto il ricorso della difesa, ritenendo provata la colpevolezza grazie a testimoni che lo hanno visto fuggire e al ritrovamento delle sue chiavi nella serratura. La Suprema Corte ha confermato anche l'aggravante del danno patrimoniale di rilevante gravità, quantificato in circa 30.000 euro per i danni strutturali subiti dal proprietario dell'immobile, e ha dichiarato inammissibile la contestazione sulla provvisionale economica. L'imputato perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali.
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Patteggiamento e pena illegale: la Cassazione fissa i limiti
L'Imputato, condannato a quattro anni di reclusione per tentata rapina aggravata e porto illegale di armi a seguito di accordo di patteggiamento, ha proposto ricorso per cassazione. Il ricorrente ha lamentato un vizio di motivazione sulla congruità della pena e sull'applicazione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in tema di patteggiamento e pena illegale, il ricorso è limitato a casi tassativi. Il vizio di motivazione sulla determinazione della pena concordata non rientra nella nozione di pena illegale, la quale si configura solo quando la sanzione è determinata fuori dai limiti di legge (contra legem). Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Divieto di reformatio in peius: confermata la pena per estorsione
L'Imputato, condannato per il reato di estorsione, propone ricorso per Cassazione lamentando la mancata applicazione della riduzione massima della pena per le attenuanti concesse. Inoltre, denuncia la violazione del divieto di reformatio in peius, sostenendo che la Corte d'appello abbia mantenuto la stessa pena nonostante l'esclusione delle aggravanti. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile per genericità. I giudici rilevano che il ricorrente non ha specificato i motivi di fatto e di diritto a supporto delle censure. Inoltre, chiariscono che non vi è stata alcuna riforma in peggio della pena: il giudice di primo grado aveva già escluso le aggravanti nel calcolo concreto della sanzione, e la Corte d'appello si è limitata a correggere un mero errore verbale nella motivazione. L'Imputato viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Trattamento sanzionatorio e recidiva: ricorso inammissibile
Il Ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena e l'applicazione della recidiva da parte della Corte d'Appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la Corte d'Appello ha motivato correttamente la maggiore pericolosità del soggetto e la sua personalità negativa, applicando un trattamento sanzionatorio e recidiva adeguato e di poco superiore al minimo edittale. La richiesta di attenuanti generiche è stata ritenuta inammissibile perché non proposta nel precedente grado di giudizio. Il Ricorrente perde il ricorso e viene condannato alle spese e al pagamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata per il recupero crediti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza di condanna della Corte d'Appello. Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e contestava la severità della pena. I giudici hanno stabilito che la condotta dell'uomo, rintracciato in un altro comune insieme a un complice per riscuotere crediti di lavoro, non potesse considerarsi di scarso rilievo. Inoltre, la gravità del comportamento e i precedenti penali per maltrattamenti giustificano una pena superiore al minimo di legge. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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