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Art. 133 Codice Penale — Anno 2023

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3865 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Ricorso per cassazione contro patteggiamento: no a sconti postumi
L'Imputato ha concordato con il pubblico ministero una pena di due anni e otto mesi di reclusione per ricettazione e reati in materia di armi. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando l'eccessiva severità della sanzione applicata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione contro patteggiamento è ammesso solo se si denuncia l'illegalità della pena, ovvero una sanzione fuori dai limiti di legge. Non è invece possibile contestare la misura concreta della pena o il bilanciamento delle circostanze attenuanti e aggravanti operato nel patteggiamento stesso. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Diniego delle attenuanti generiche: truffatore perde il ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa a carico di un soggetto, dichiarando inammissibile il suo ricorso. L'imputato contestava il trattamento sanzionatorio e il diniego delle attenuanti generiche, oltre alla mancata concessione della sospensione condizionale della pena. I giudici di legittimità hanno stabilito che il diniego delle attenuanti generiche è pienamente giustificato in presenza di numerosi precedenti penali, della continuazione della condotta fraudolenta nel tempo e della totale assenza di pentimento. Inoltre, la sospensione condizionale non poteva essere concessa poiché l'uomo aveva già usufruito di questo beneficio in passato, subendone poi la revoca. Il ricorrente è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Delinquenza abituale: la Cassazione conferma la colonia agricola
Il caso riguarda un uomo condannato per numerosi furti in abitazione commessi in Trentino. I giudici di merito lo avevano dichiarato colpevole, applicando la misura di sicurezza della colonia agricola per due anni dopo aver accertato la sua delinquenza abituale. Il condannato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la legittimità costituzionale della misura automatica e la valutazione della sua pericolosità sociale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno confermato che la dichiarazione di delinquenza abituale e la conseguente misura detentiva sono legittime e giustificate dall'elevato numero di condanne precedenti per reati contro il patrimonio, dall'intensità del dolo e dall'assenza di un reale reinserimento sociale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Furto aggravato di energia elettrica: condannato il residente
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di furto aggravato di energia elettrica a carico di un cittadino. L'imputato sosteneva la propria estraneità ai fatti poiché l'utenza era intestata a un'altra persona e non vi erano prove dirette della sua manomissione del contatore. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile: l'uomo risiedeva stabilmente nell'immobile dal 2010 ed era quindi l'effettivo utilizzatore dell'energia abusivamente sottratta. La mancata voltura del contratto non esclude la responsabilità penale del residente, accertata tramite i rilievi fotografici dei tecnici dell'ente erogatore che hanno documentato la manomissione del misuratore.
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Traffico di stupefacenti: da accordo occasionale a banda stabile
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per due soggetti, padre e figlio, accusati di aver promosso e organizzato un'associazione finalizzata al traffico di stupefacenti tra la Spagna e l'Italia. I ricorrenti contestavano l'esistenza del sodalizio criminale, sostenendo si trattasse solo di singoli episodi isolati di importazione di droga. La Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, chiarendo che l'esistenza del vincolo associativo permanente può essere dimostrata attraverso comportamenti concreti (facta concludentia), come l'uso di telefoni criptati, la disponibilità di ingenti capitali e la divisione dei compiti. Anche la breve durata delle indagini non esclude il reato se emerge un sistema collaudato. Di conseguenza, le condanne sono definitive e i ricorrenti dovranno pagare le spese processuali.
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Detenzione ai fini di spaccio: la casa condanna la convivente
Tre imputati sono stati condannati per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. La polizia ha rinvenuto nell'abitazione di due di essi circa 150 dosi di cocaina, strumenti di confezionamento, appunti contabili e un sistema di videosorveglianza. La difesa sosteneva l'uso personale e l'estraneità della convivente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando le condanne a quattro anni di reclusione e 18.000 euro di multa ciascuno. I giudici hanno chiarito che la stabilità dell'attività illecita, unita alla presenza di strumenti di spaccio nella casa comune, dimostra la consapevole partecipazione della convivente. Inoltre, la Cassazione non può rivalutare le prove se la motivazione dei giudici di merito è logica e coerente.
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Da furto a rapina impropria: la violenza per fuggire costa cara
Il Ricorrente veniva condannato per tentata rapina e lesioni aggravate dopo aver sottratto merce da un negozio e aver strattonato una guardia giurata per fuggire. La difesa contestava la regolarità del giudizio direttissimo e l'integrazione del reato di rapina impropria, sostenendo la mancanza di dolo specifico. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'uso della violenza subito dopo il furto, finalizzato a evitare l'arresto o la denuncia, configura pienamente il reato di rapina impropria. Inoltre, eventuali vizi del rito direttissimo sono sanati dalla richiesta di rito abbreviato. Il Ricorrente perde la causa e viene condannato alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Traduzione dell’imputato detenuto: senza avviso la pena resta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per ricettazione. La difesa lamentava la mancata notifica del decreto di citazione e l'omessa traduzione dell'imputato detenuto agli arresti domiciliari per altra causa. I giudici hanno chiarito che la notifica era avvenuta regolarmente a mani proprie. Riguardo alla mancata traduzione dell'imputato detenuto, la Corte ha ribadito che il processo può svolgersi regolarmente se lo stato di detenzione per altra causa non risulta dagli atti e se la difesa non ha informato tempestivamente il giudice. Infine, per la determinazione della pena vicina al minimo edittale, la motivazione del giudice può essere sintetica. L'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Coltello e droga: niente particolare tenuità del fatto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo fermato con un coltello a serramanico mentre cercava di acquistare droga. L'imputato chiedeva l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. I giudici hanno confermato il diniego del beneficio, evidenziando che il porto dell'arma in un contesto di spaccio, unito alla propensione a delinquere del soggetto, esclude qualsiasi ipotesi di lieve entità. La Suprema Corte ha ribadito che la valutazione del giudice deve essere globale e che il diniego può essere anche implicito nella descrizione della gravità della condotta.
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Restare in comune non basta: negata la particolare tenuità del fatto
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza di condanna lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. L'uomo si era allontanato dalla propria abitazione, pur rimanendo all'interno del territorio comunale. I giudici di merito avevano negato il beneficio evidenziando l'abitualità della condotta e la presenza di una duplice violazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il diniego della particolare tenuità del fatto è legittimo se motivato anche implicitamente attraverso la ricostruzione della gravità della condotta. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata a chi viola le regole
Un cittadino, sottoposto a misura di prevenzione, viene sorpreso di notte alla guida di un ciclomotore senza targa e con sostanza stupefacente. Condannato nei gradi precedenti, propone ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e valorizzando un vizio parziale di mente. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che la particolare tenuità del fatto richiede una valutazione globale della condotta, della colpevolezza e del pericolo. Nel caso specifico, l'abitualità del comportamento e la violazione delle prescrizioni di sicurezza escludono l'applicazione del beneficio, rendendo legittimo il diniego espresso dai giudici di merito. Il ricorrente viene condannato anche al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Tubo in ferro in auto: no alla particolare tenuità del fatto
Il Conducente è stato fermato mentre trasportava nel bagagliaio della propria auto un tubo di ferro senza alcuna giustificazione. Il Tribunale lo ha condannato per il porto in luogo pubblico di oggetti atti ad offendere, escludendo l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto può essere negata anche in modo implicito se la condotta complessiva del soggetto, valutata secondo la gravità del pericolo e il comportamento sospetto al momento del controllo, dimostra una pericolosità non trascurabile. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Bancarotta fraudolenta documentale: dolo generico non basta
Un socio accomandante, ritenuto amministratore di fatto di una società fallita, viene condannato per bancarotta patrimoniale e bancarotta fraudolenta documentale. L'imputato ricorre in Cassazione contestando la qualifica di gestore e l'elemento soggettivo del reato documentale. La Suprema Corte rigetta i motivi sulla gestione di fatto e sulla distrazione dei beni, ma accoglie il ricorso sulla bancarotta fraudolenta documentale. I giudici di legittimità chiariscono che l'occultamento o l'omessa consegna delle scritture contabili richiede il dolo specifico di recare pregiudizio ai creditori, e non il semplice dolo generico erroneamente applicato dalla Corte d'appello. La sentenza viene quindi annullata limitatamente a questo reato, con rinvio alla Corte d'appello per un nuovo esame.
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Ricezione della querela: l’inerzia difensiva salva la condanna
L'Imputato, condannato per tentato furto in un supermercato, ha proposto ricorso per Cassazione contestando la validità della querela. La difesa ha lamentato l'assenza nel fascicolo del verbale di ricezione della querela, sostenendo che la firma non fosse autenticata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'onere di provare un vizio processuale spetta alla parte che lo deduce. Se il verbale di ricezione della querela non è presente nel fascicolo del dibattimento, la difesa avrebbe dovuto sollevare la questione in primo grado per consentire al Pubblico Ministero di produrlo, anziché rimanere inerte. Di conseguenza, la contestazione tardiva in appello rende il motivo infondato, confermando la condanna dell'Imputato.
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Reato di furto con finta divisa: la Cassazione condanna
Un uomo si è introdotto nel cortile di un'abitazione privata per sottrarre della legna da ardere. Per conquistare la fiducia dei proprietari anziani, ha utilizzato una divisa da vigile del fuoco. La Corte d'appello ha qualificato il fatto come reato di furto. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione, contestando l'attendibilità di un testimone e l'uso dell'astuzia come elemento per determinare la pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la valutazione delle prove spetta solo ai giudici di merito e che l'uso della divisa, anche nella fase preparatoria, giustifica una pena più severa. Il ricorrente è stato condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Pene accessorie fallimentari: no all’applicazione senza motivi
Un imprenditore, accusato di bancarotta fraudolenta, ha concordato una pena principale tramite patteggiamento. Il giudice ha applicato anche le pene accessorie fallimentari per cinque anni, senza fornire alcuna motivazione sulla durata. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che le pene accessorie fallimentari, non incluse nell'accordo di patteggiamento, richiedono una specifica e congrua motivazione basata sulla gravità del fatto e sulla personalità del reo. La sentenza è stata annullata limitatamente alla durata delle sanzioni accessorie, con rinvio al giudice di merito per una nuova valutazione.
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Ripetizione di indebito dei canoni balneari: decide la Cassazione
Un concessionario balneare ha chiesto la ripetizione di indebito per recuperare oltre 470.000 euro versati alla Regione a titolo di sovracanone, dopo che il TAR aveva annullato gli atti istitutivi della tassa. La Corte d'Appello ha dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario a favore del giudice amministrativo. La Corte di Cassazione, rilevando la complessità della questione sul riparto di giurisdizione in materia di concessioni demaniali e rimborsi di somme pagate senza titolo, ha rimesso la causa al Primo Presidente per l'eventuale assegnazione alle Sezioni Unite.
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Bancarotta fraudolenta: condannati i gestori del club sportivo
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i vertici di una holding sportiva e immobiliare accusati di gravi reati fallimentari. Gli imputati, l'Amministratore e il Consigliere, avevano distratto oltre quattro milioni di euro a favore di società controllate tramite finanziamenti senza garanzie e compiuto pagamenti preferenziali a danno di altri creditori. Inoltre, l'Amministratore aveva occultato le perdite nei bilanci. La difesa ha invocato l'esistenza di vantaggi compensativi di gruppo e il fine di salvare la squadra sportiva. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi, stabilendo che la bancarotta fraudolenta non è esclusa da generici benefici di gruppo se manca la prova di un saldo finale positivo per la società depauperata, né dall'intenzione di evitare il fallimento quando questo è ormai inevitabile.
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Amministratore di fatto: la firma manca ma la condanna resta
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta nei confronti di un soggetto individuato come amministratore di fatto di una società fallita. Nonostante la mancanza di una nomina formale, l'imputato gestiva concretamente l'azienda, utilizzandone la carta di credito per spese personali e decidendo di non pagare sistematicamente tasse e contributi previdenziali. La Suprema Corte ha chiarito che l'esercizio continuativo e significativo di poteri gestori qualifica il soggetto come amministratore di fatto, rendendolo pienamente responsabile dei reati fallimentari. Il ricorso dell'imputato è stato rigettato, confermando la sua responsabilità penale e la condanna al pagamento delle spese processuali.
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Concordato in appello: l’accordo vincola e vieta i ripensamenti
Il caso riguarda un imputato condannato per ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. La Corte d'appello, accogliendo il concordato in appello, aveva ridotto la pena a due anni di reclusione e tremila euro di multa. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione della sua giovane età e incensuratezza nella determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in presenza di un concordato in appello, non è possibile contestare la misura della pena concordata tra le parti, a meno che non si tratti di una sanzione illegale. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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