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Art. 133 Codice Penale — Anno 2023

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3865 provvedimenti

Altri anni per Art. 133 Codice Penale

Circostanze attenuanti generiche: perché l’incensuratezza non basta
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per spaccio di cocaina. L'imputato lamentava la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche. I giudici hanno chiarito che la concessione di tali attenuanti non costituisce un diritto automatico derivante dalla semplice assenza di elementi negativi o dall'incensuratezza. Al contrario, richiede la presenza di elementi positivi che giustifichino un trattamento di favore. Nel caso specifico, la gravità dell'attività di spaccio, protratta per sei mesi con la vendita di almeno 130 dosi di cocaina, esclude qualsiasi riduzione di pena. Di conseguenza, il ricorrente perde il ricorso e viene condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti della Cassazione
L'Imputato ha concordato con il Pubblico Ministero una pena di tre anni e sei mesi di reclusione per detenzione illecita di sostanze stupefacenti. Successivamente, ha proposto ricorso contro patteggiamento in Cassazione, lamentando una carenza di motivazione del giudice in merito alla mancanza di cause di proscioglimento e ai criteri di calcolo della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, i motivi di impugnazione contro la sentenza di patteggiamento sono estremamente limitati e non comprendono i vizi di motivazione sulla colpevolezza. Inoltre, una motivazione dettagliata sulla quantificazione della pena non è necessaria quando la sanzione concordata si colloca al di sotto della media edittale. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Spaccio organizzato: no alle circostanze attenuanti generiche
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso de L'Imputato, condannato per spaccio continuato di sostanze stupefacenti. L'Imputato lamentava il mancato riconoscimento della lieve entità del fatto e delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha confermato la decisione dei giudici di merito, evidenziando che l'attività di spaccio era stabile, organizzata e non occasionale, con il reclutamento di collaboratori all'estero e la disponibilità di ingenti quantitativi di droga. Il diniego delle circostanze attenuanti generiche è stato ritenuto legittimo poiché l'imputato non ha mostrato elementi positivi di condotta, limitandosi a una confessione parziale volta a proteggere i complici. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Alimenti in cattivo stato di conservazione: vendita o smaltimento?
Il Titolare della Pescheria è stato condannato a un'ammenda di cinquemila euro per il reato di detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione. Il commerciante ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la merce sequestrata non fosse destinata alla vendita ma allo smaltimento, e lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'eccessività della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non è possibile richiedere una nuova valutazione dei fatti in sede di legittimità. Inoltre, la pena inflitta era inferiore alla media edittale, escludendo l'obbligo di una motivazione dettagliata, e la concessione delle attenuanti richiede elementi positivi non dimostrati dal ricorrente. Il commerciante perde la causa e deve pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Determinazione della pena: sconti negati ai condannati
Tre condannati per estorsione e spaccio di stupefacenti hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la determinazione della pena. Gli imputati lamentavano la mancata concessione delle attenuanti generiche prevalenti e l'eccessivo aumento per il reato continuato. La Suprema Corte ha dichiarato i ricorsi inammissibili. I giudici hanno chiarito che l'obbligo di motivazione sulla determinazione della pena si attenua notevolmente quando la sanzione inflitta è vicina al minimo edittale o inferiore alla media. Una motivazione dettagliata è necessaria solo se il giudice si discosta significativamente dal minimo. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche: fedina penale sporca e diniego
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per spaccio di sostanze stupefacenti. I ricorrenti lamentavano il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha ribadito che la concessione delle circostanze attenuanti generiche non è un diritto automatico derivante dalla semplice assenza di elementi negativi, ma richiede la presenza di elementi positivi di valutazione. Nel caso di specie, i giudici di merito hanno legittimamente negato il beneficio basandosi sui plurimi precedenti penali specifici dei condannati e sul loro stabile coinvolgimento nel traffico di droga. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna alle spese e al versamento di una somma alla Cassa delle ammende.
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Detenzione di sostanze stupefacenti: console e condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a un anno di reclusione e duemila euro di multa per detenzione di sostanze stupefacenti di lieve entità. Le forze dell'ordine avevano rinvenuto la droga nascosta all'interno di una console di gioco, insieme a materiale per il taglio e il confezionamento. L'imputato contestava la motivazione della sentenza d'appello e il calcolo della pena. La Suprema Corte ha stabilito che i giudici di merito hanno motivato adeguatamente la decisione, evidenziando la gravità della condotta e la personalità del soggetto, già gravato da precedenti specifici. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Sospensione condizionale della pena: negata per troppi reati
Il caso riguarda un cittadino, denominato Il Ricorrente, che ha impugnato la sentenza di condanna lamentando la mancata concessione della sospensione condizionale della pena. La Corte d'Appello aveva negato il beneficio a causa dei numerosi reati commessi, formulando una prognosi negativa sulla sua futura condotta. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il giudice di merito non deve analizzare tutti i criteri dell'articolo 133 del codice penale, ma può basarsi solo su quelli ritenuti decisivi, come la reiterazione dei reati. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concorso di persone nel reato: basta l’accerchiamento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di quattro imputati condannati per un'aggressione di gruppo. Uno dei ricorrenti contestava la sussistenza del concorso di persone nel reato, sostenendo di non aver compiuto atti violenti. I giudici hanno invece confermato la sua responsabilita, poiche la sua partecipazione attiva all'accerchiamento della vittima ha impedito la fuga di quest'ultima e ha rafforzato l'intento criminoso del gruppo. La Suprema Corte ha ritenuto corretta anche la pena applicata, leggermente superiore al minimo edittale nonostante la concessione delle attenuanti generiche per il risarcimento del danno. La gravita della condotta, protrattasi nel tempo fino a richiedere l'intervento della Polizia Locale, giustifica la sanzione. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle ammende.
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Determinazione della pena: la discrezionalità del giudice vince
Il Ricorrente ha proposto ricorso per Cassazione contestando il giudizio di equivalenza tra le circostanze attenuanti generiche e la recidiva applicato nei gradi precedenti. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile perché generico. I giudici hanno chiarito che la determinazione della pena e il bilanciamento delle circostanze rientrano nella discrezionalità del giudice di merito. Per adempiere all'obbligo di motivazione, è sufficiente che il giudice richiami sinteticamente i criteri di gravità del reato e capacità a delinquere, senza necessità di una spiegazione dettagliata, a meno che la sanzione non superi di molto la media edittale. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Delitto di evasione: la finta pazzia non salva dalla condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un uomo condannato per il delitto di evasione. La difesa sosteneva l'incapacità di intendere e di volere del ricorrente, richiedendo una nuova perizia psichiatrica. I giudici hanno respinto la richiesta poiché la perizia proposta era stata redatta cinque anni dopo i fatti e non vi erano prove di disturbi mentali all'epoca del reato. La Corte ha inoltre confermato la pericolosità sociale del soggetto, desunta da uno stile di vita incline alla recidiva e da precedenti condanne per reati simili. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Particolare tenuità del fatto: negata se lo spaccio è in piazza
L'Imputato è stato condannato per aver venduto 3,5 grammi di hashish in una nota zona di spaccio a tarda sera. La difesa ha richiesto l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, evidenziando la modesta quantità e la bassa qualità della sostanza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la decisione dei giudici di merito. La Suprema Corte ha chiarito che la particolare tenuità del fatto non può essere concessa se l'attività avviene in contesti abituali di spaccio e se l'imputato tiene una condotta processuale scorretta, accusando falsamente l'acquirente di calunnia anziché limitarsi a esercitare il proprio diritto di difesa. Di conseguenza, la condanna a quattro mesi di reclusione e ottocento euro di multa è stata confermata.
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Determinazione della pena: la Cassazione punisce la mancanza di pentimento
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando una eccessiva severità nella determinazione della pena e la violazione del principio di rieducazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la correttezza della decisione dei giudici di merito. La determinazione della pena, fissata poco sopra il minimo edittale, è stata ritenuta congrua e ben motivata in relazione ai numerosi precedenti penali dell'uomo e alla totale assenza di segni di resipiscenza (pentimento). L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Circostanze attenuanti generiche negate: la Cassazione conferma la pena
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e l'eccessività della pena inflitta, ritenuta contraria alla funzione rieducativa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che le contestazioni riguardavano valutazioni di fatto, non proponibili in sede di legittimità. Inoltre, la sentenza impugnata era solidamente motivata sulla base della gravità del fatto e dei numerosi precedenti penali dell'uomo, indice di una spiccata proclività criminale. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Violazione della sorveglianza speciale: confermata la condanna
Il caso riguarda un uomo sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, sorpreso alla guida di un motoveicolo in orario notturno. Tale condotta ha violato sia il divieto di guida sia l'obbligo di rimanere in casa di notte. Il Tribunale e la Corte d'Appello lo hanno condannato a un anno e quattro mesi di arresto. L'uomo ha proposto ricorso in Cassazione, contestando la sussistenza del reato e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la condotta integra una specifica violazione della sorveglianza speciale, poiché l'obbligo di non uscire di notte è una prescrizione precisa e non un generico dovere di rispettare le leggi. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Reingresso illegale dello straniero: amore o condanna penale?
Un cittadino straniero, precedentemente espulso dall'Italia, è stato condannato a otto mesi di reclusione per il reato di reingresso illegale dello straniero senza autorizzazione. L'uomo ha presentato ricorso in Cassazione, sostenendo che i molteplici reingressi fossero legati dal vincolo della continuazione, motivati dal desiderio di ricongiungersi alla compagna, e contestando l'applicazione della recidiva. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il lungo tempo trascorso tra i reingressi e le diverse residenze della compagna escludono un unico disegno criminoso. Inoltre, i precedenti penali specifici giustificano l'aumento di pena per recidiva. Di conseguenza, la condanna è definitiva e il ricorrente deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Circostanze attenuanti generiche: il peso di un ricorso respinto
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un soggetto condannato a un anno e quattro mesi di reclusione per violazione delle prescrizioni della sorveglianza speciale. Il ricorrente lamentava il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e una quantificazione eccessiva della pena. I giudici di legittimità hanno stabilito che le contestazioni erano generiche e non si confrontavano con la motivazione della Corte d'Appello. La Cassazione ha ribadito che la determinazione della pena e la concessione delle attenuanti rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito, insindacabile se logicamente motivato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Particolare tenuità del fatto: negata con 19 dosi di droga
L'Imputato è stato condannato per detenzione illecita di sostanze stupefacenti, avendo addosso e a casa circa 25 grammi di hashish suddivisi in 19 dosi. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche e l'esclusione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il quantitativo di droga sequestrato e la sua suddivisione in numerose dosi escludono la particolare tenuità del fatto, evidenziando una condotta non inoffensiva. Inoltre, la presenza di un precedente penale giustifica il diniego delle attenuanti generiche. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Foglio di via obbligatorio: il ricorso non ferma la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato a due mesi di arresto per aver violato il foglio di via obbligatorio emesso dal Questore. L'imputato sosteneva che il suo diritto di presentare ricorso contro il provvedimento amministrativo lo esentasse dall'obbligo di rispettarlo immediatamente, invocando la scriminante dell'esercizio di un diritto. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione non sospende l'efficacia del provvedimento del Questore, il quale rimane immediatamente esecutivo. Di conseguenza, il cittadino deve comunque allontanarsi dal Comune vietato, potendo esercitare il proprio diritto di difesa a distanza. La Cassazione ha confermato la condanna e inflitto una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Custodia negligente di veicolo sequestrato: il custode condannato
Il custode di un veicolo sottoposto a sequestro amministrativo è stato condannato per il reato di agevolazione colposa della sottrazione o distruzione del bene. L'imputato ha custodito il mezzo in un luogo inadeguato e diverso da quello dichiarato all'autorità, causandone la perdita definitiva dopo l'emissione del provvedimento di confisca. La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale del custode, dichiarando inammissibile il ricorso. La Suprema Corte ha evidenziato come la condotta costituisca una grave custodia negligente di veicolo sequestrato, aggravata dai precedenti penali del soggetto e dall'effettiva perdita del bene pubblico. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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