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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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Detenzione di sostanze stupefacenti: condanna anche senza perizia
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per detenzione di sostanze stupefacenti finalizzata allo spaccio. L'imputato sosteneva di essere un semplice consumatore e contestava l'efficacia del solo narcotest per dimostrare la capacità drogante della sostanza. La Suprema Corte ha chiarito che, nei casi di spaccio di lieve entità, il narcotest è sufficiente per accertare la natura della droga, senza bisogno di analisi quantitative sul principio attivo. Inoltre, il possesso di diverse droghe e di ingenti somme di denaro smentisce la tesi del consumo personale. L'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti invalicabili della difesa
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Giudice per le indagini preliminari. La difesa lamentava la mancata pronuncia di una sentenza di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è strettamente limitato dalla legge a motivi specifici, come i vizi della volontà o l'illegalità della pena. Non è invece ammesso contestare la mancata applicazione del proscioglimento o la valutazione delle prove. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di quattromila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento e ricorso per cassazione: i limiti del ripensamento
L'Imputato ha concordato una pena per un reato in materia di stupefacenti tramite patteggiamento. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando la mancata pronuncia di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il patteggiamento e ricorso per cassazione sono soggetti a limiti rigorosi: l'impugnazione è ammessa solo per vizi della volontà, difformità tra richiesta e sentenza, errore di qualificazione giuridica o illegalità della pena. La mancata applicazione del proscioglimento immediato non rientra tra questi motivi tassativi. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: firma l’accordo ma poi ricorre
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte di Appello che aveva applicato la pena concordata tra le parti tramite concordato in appello. L'Imputato lamentava la mancanza di motivazione sull'accertamento dei fatti e sulla quantificazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia ai motivi di appello originari. Di conseguenza, il giudice di secondo grado non deve motivare su aspetti esclusi dall'accordo, come l'assenza di cause di proscioglimento. Il ricorso in Cassazione è ammesso solo per vizi legati alla formazione della volontà delle parti o alla difformità della decisione rispetto all'accordo. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: annullata la condanna arrivata in ritardo
L'Imputato era stato condannato per il delitto di maltrattamento di animali commesso nell'aprile 2013. Nonostante la difesa avesse eccepito l'avvenuta prescrizione del reato nel giudizio di secondo grado, la Corte d'Appello aveva pronunciato sentenza di condanna nel febbraio 2022. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, rilevando che, calcolando i periodi di sospensione dovuti all'astensione dei difensori e all'emergenza Covid-19, il termine massimo di sette anni e mezzo era spirato il 7 gennaio 2022, prima della decisione d'appello. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per intervenuta prescrizione del reato.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo preclude l’assoluzione
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza del Giudice per le indagini preliminari che aveva applicato la pena concordata tramite patteggiamento. Il ricorrente lamentava la mancata pronuncia di una sentenza di proscioglimento immediato e un vizio di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato per legge a motivi tassativi, come i vizi della volontà, la difformità tra richiesta e sentenza, l'erronea qualificazione giuridica o l'illegalità della pena. Non è invece ammesso contestare la mancata pronuncia di proscioglimento o la valutazione delle prove. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Patteggiamento in appello: l’accordo esclude i ricorsi successivi
L'Imputato, condannato per ricettazione, ha concordato la pena in secondo grado tramite il patteggiamento in appello. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando che il giudice d'appello non avesse verificato l'eventuale presenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, con il patteggiamento in appello, l'imputato rinuncia ai motivi di impugnazione sulla responsabilità. Di conseguenza, il giudice non deve motivare sulla mancanza di cause di non punibilità, poiché la sua cognizione è limitata dall'accordo delle parti. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: pena tagliata
Il Condannato propone un ricorso straordinario per errore di fatto contro una precedente decisione della Cassazione che aveva confermato la sua condanna per tre reati di falsa attestazione a pubblico ufficiale. Il ricorrente evidenzia che i giudici non si sono accorti che due dei tre reati, commessi nel settembre 2013, si erano estinti per prescrizione prima della decisione di legittimità. La Suprema Corte accoglie il ricorso, riconoscendo l'errore percettivo sul calcolo dei termini. Di conseguenza, revoca la precedente sentenza, annulla senza rinvio la condanna per i due reati prescritti ed elimina la relativa quota di pena, rideterminando la sanzione finale per il terzo reato in otto mesi di reclusione.
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Diritto di critica in ambito lavorativo: scontro e assoluzione
Una funzionaria universitaria rispondeva a una mail di richiamo del Direttore Generale criticando i suoi comportamenti precedenti. Il Direttore presentava querela via PEC senza firma autenticata. La Corte di Cassazione ha chiarito che la PEC è solo un mezzo di spedizione e non sostituisce l'autenticazione della firma. Tuttavia, scendendo nel merito, la Corte ha assolto la lavoratrice perché il fatto non sussiste. Le espressioni utilizzate rientrano pienamente nel legittimo diritto di critica in ambito lavorativo, rispettando il principio di continenza verbale e non avendo alcuna portata diffamatoria. La sentenza di condanna è stata annullata senza rinvio.
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Riparazione per ingiusta detenzione: negata se c’è prescrizione
Il Ricorrente ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo aver subito circa un anno di custodia cautelare per reati di droga. Il processo principale si era concluso con l'assoluzione per alcuni capi d'accusa e con la prescrizione per altri. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda e la Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la prescrizione del reato non fa nascere il diritto all'indennizzo, a meno che la custodia subita superi la pena massima applicabile. Inoltre, la presenza di intercettazioni telefoniche provava una condotta ostativa dolosa del Ricorrente, che aveva trattato la vendita di sostanze stupefacenti, escludendo così qualsiasi diritto al risarcimento dello Stato.
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Imprescrittibilità del reato punibile con ergastolo: stop ai calcoli
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza d'appello che aveva recepito un accordo sulla pena. La difesa sosteneva che il reato fosse estinto per prescrizione, poiché la concessione delle attenuanti generiche prevalenti sulle aggravanti avrebbe dovuto ridurre il termine di prescrizione a venti anni. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che nel concordato in appello non occorre motivare sul mancato proscioglimento dell'imputato. Inoltre, la Corte ha ribadito il principio dell'imprescrittibilità del reato punibile con ergastolo commesso prima della riforma del 2005, specificando che la concessione di attenuanti che riducono la pena concreta non influisce sul calcolo del tempo necessario a prescrivere il reato in astratto.
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Concordato in appello: se accetti la pena non puoi fare ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata motivazione sugli aumenti di pena per continuazione stabiliti dalla Corte d'Appello. La sentenza di secondo grado era stata pronunciata a seguito di concordato in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, una volta accolto l'accordo sulla pena tra le parti, il giudice d'appello non deve motivare sul mancato proscioglimento o su aspetti estranei all'accordo stesso. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: la condanna per evasione
Un uomo, precedentemente condannato per il reato di evasione, ha proposto ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione lamentando la violazione di legge e un vizio di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione poiché l'imputato ha sollevato per la prima volta in sede di legittimità questioni relative all'applicazione di cause di non punibilità. Nel precedente giudizio di appello, infatti, la difesa si era limitata a contestare esclusivamente la misura della pena (il trattamento sanzionatorio). Di conseguenza, i giudici hanno confermato la condanna e hanno sanzionato il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Resistenza a pubblico ufficiale: quando il ricorso costa caro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due soggetti condannati per il reato di resistenza a pubblico ufficiale. I giudici di legittimità hanno rilevato che i motivi di impugnazione proposti erano del tutto generici, privi di specifiche contestazioni logiche o giuridiche contro la decisione della Corte d'appello. La sentenza di secondo grado aveva infatti motivato in modo coerente sulla responsabilità penale e sulla congruità della pena. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e di una somma pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato: addio alla pena ma il danno va risarcito
L'Imputata era stata condannata per frode informatica e danneggiamento di dati commessi nel 2008. La Corte di Cassazione ha accertato che la prescrizione del reato era già maturata prima della sentenza d'appello del 2022, calcolando il termine massimo di sette anni e sei mesi più i giorni di sospensione. Di conseguenza, i giudici hanno annullato la condanna penale senza rinvio. Tuttavia, la Cassazione ha confermato la condanna al risarcimento dei danni in favore della Società danneggiata, poiché i fatti accertati integrano comunque un illecito civile. Infine, la Corte ha negato la liquidazione delle spese legali alla parte civile, poiché il suo difensore si era limitato a presentare conclusioni scritte senza offrire un reale contributo alla discussione in udienza.
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Remissione della querela: cade il furto ma resta la rapina
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso di un imputato condannato tramite patteggiamento per rapina, lesioni e furto aggravato. Durante il giudizio di legittimità, per effetto della riforma Cartabia, il furto aggravato è diventato procedibile a querela. La vittima ha presentato la remissione della querela, accettata dall'imputato. La Cassazione ha stabilito che la remissione della querela estingue il reato di furto, annullando senza rinvio la sentenza sul punto ed eliminando il relativo aumento di pena di un mese e dieci giorni di reclusione e 67 euro di multa. Il resto del ricorso è stato dichiarato inammissibile poiché i motivi di impugnazione contro il patteggiamento sono strettamente limitati dalla legge.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena esclude il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per rapina aggravata. Gli imputati avevano concordato la pena in secondo grado con il Procuratore generale. Successivamente, la difesa ha presentato ricorso lamentando la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di non punibilità. La Suprema Corte ha chiarito che il concordato in appello comporta la rinuncia ai motivi di impugnazione. Di conseguenza, si attiva una preclusione processuale che limita la cognizione del giudice ai soli punti non rinunciati. Il giudice non deve quindi motivare sul mancato proscioglimento d'ufficio. Gli imputati perdono il ricorso e sono condannati alle spese e alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: limiti e divieti
Un imputato, dopo aver concordato la pena per i reati di rapina e lesioni personali tramite patteggiamento, ha proposto ricorso per cassazione. Il ricorrente lamentava la mancata valutazione da parte del giudice delle cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione contro patteggiamento è limitato per legge a motivi tassativi, tra cui non rientra la verifica delle cause di proscioglimento. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo esclude i ricorsi successivi
L'Imputato ha concordato in appello una riduzione della pena a tre anni di reclusione e ottocento euro di multa. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello limita fortemente i motivi di impugnazione. Poiché l'accordo originario tra le parti non prevedeva la concessione delle attenuanti generiche, l'imputato non può contestarne la mancata applicazione in sede di legittimità. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo esclude il perdono
L'Imputato ha concordato una pena per il reato di evasione. Successivamente, ha proposto un ricorso contro patteggiamento, lamentando che il giudice non lo avesse prosciolto per la particolare tenuità del fatto. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la particolare tenuità del fatto non rientra tra le cause di immediato proscioglimento. Inoltre, la legge limita rigidamente i motivi per cui si può presentare un ricorso contro patteggiamento, escludendo contestazioni di questo tipo. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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