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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Concordato in appello: l’accordo vieta il ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di Appello, emessa a seguito di un accordo di concordato in appello ai sensi dell'articolo 599-bis del codice di procedura penale. Con tale accordo, la difesa aveva rinunciato ai motivi sull'accertamento della responsabilità penale. Successivamente, il difensore ha impugnato la decisione lamentando la mancata pronuncia sulle cause di non punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che non si può impugnare una sentenza nata da un concordato in appello, istituto reintrodotto dalla Legge 103/2017, se si è rinunciato preventivamente ai motivi di merito. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Cellulare rubato: salvo per particolare tenuità del fatto
L'Imputato era stato condannato per la ricettazione di un telefono cellulare di modesto valore. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata valutazione della causa di non punibilità. I giudici di legittimità hanno stabilito che, a seguito della riforma Cartabia, la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto è applicabile anche al reato di ricettazione. Nel caso specifico, considerando il valore irrilevante del telefono, la giovane età del soggetto al momento del fatto e la sua incensuratezza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna. Di conseguenza, l'Imputato è stato prosciolto e non dovrà scontare alcuna pena.
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Frode assicurativa: il finto sinistro che costa la condanna
Tre soggetti sono stati condannati per il reato di frode assicurativa dopo aver simulato un incidente stradale per ottenere il risarcimento da una compagnia assicuratrice. Gli imputati hanno presentato ricorso in Cassazione contestando la tardività della querela sporta dall'assicurazione, un presunto conflitto di interessi del loro difensore d'ufficio e la mancata dichiarazione di prescrizione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che il termine per sporgere querela decorre solo dalla piena conoscenza del fatto, ottenuta grazie alla relazione di un investigatore privato. Inoltre, la Corte ha escluso il conflitto di interessi poiché le tesi difensive degli imputati erano tra loro compatibili. Di conseguenza, l'inammissibilità dei ricorsi ha precluso la possibilità di applicare la prescrizione, confermando le condanne e disponendo il pagamento delle spese processuali e delle sanzioni pecuniarie.
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Ricettazione: stop condanna per particolare tenuità del fatto
L'Imputato, condannato in appello per il reato di ricettazione, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata valutazione, da parte dei giudici di secondo grado, della richiesta di applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice d'appello ha l'obbligo di pronunciarsi su tale richiesta, anche d'ufficio, qualora sussistano i presupposti come l'incensuratezza e la lieve entità della condotta. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza limitatamente a questo aspetto, rinviando la causa alla Corte d'appello per un nuovo esame, mentre ha rigettato la richiesta di prescrizione poiché l'ipotesi attenuata della ricettazione non costituisce un reato autonomo ma una circostanza attenuante.
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Truffa e remissione di querela: la Cassazione annulla la condanna
Un cittadino, precedentemente condannato per truffa nei primi due gradi di giudizio, ha proposto ricorso in Cassazione. Durante la pendenza del giudizio di legittimità, la vittima del reato si è presentata presso i Carabinieri per formalizzare la remissione di querela, accettata contestualmente dall'imputato. La Suprema Corte, applicando le novità della Riforma Cartabia che ha esteso la procedibilità a querela per il reato di truffa semplice, ha preso atto del ritiro della denuncia. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando il reato estinto. L'imputato è stato condannato unicamente al pagamento delle spese del processo, non essendoci un accordo diverso tra le parti.
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Ricorso per cassazione personale: il fai-da-te che costa caro
Un cittadino straniero, dopo aver concordato un patteggiamento a un anno, sei mesi e venti giorni di reclusione davanti al Tribunale di Verona, ha deciso di presentare autonomamente un ricorso per cassazione personale. L'uomo lamentava la mancata valutazione delle condizioni per il suo proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, a seguito della riforma del 2017, il ricorso per cassazione personale non è più consentito. L'atto deve essere obbligatoriamente firmato da un difensore iscritto all'albo speciale dei cassazionisti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: no a ripensamenti
Gli Imputati, accusati di rapina aggravata e sequestro di persona, concordano una pena di due anni e sei mesi di reclusione tramite patteggiamento. Successivamente, propongono un Ricorso per cassazione contro patteggiamento, lamentando la mancata motivazione sul proscioglimento e l'errata qualificazione giuridica dei fatti. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che non si può contestare la mancata applicazione del proscioglimento immediato in sede di legittimità dopo un patteggiamento. Inoltre, la contestazione sulla qualificazione giuridica dei fatti è ammessa solo in caso di errore manifesto, qui del tutto assente poiché il giudice di merito aveva già verificato la sussistenza dei reati. Gli Imputati perdono la causa e vengono condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sentenza di patteggiamento: inutile contestare la motivazione
Tre imputati propongono ricorso per Cassazione lamentando un vizio di motivazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Giudice per le indagini preliminari. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici chiariscono che la sentenza di patteggiamento richiede una motivazione sintetica ed essenziale, poiché si fonda sull'accordo delle parti. La delibazione del giudice deve verificare la correttezza della qualificazione giuridica e la congruità della pena, mentre l'esclusione di cause di proscioglimento può essere anche implicita. Non sussiste un interesse degli imputati a richiedere una motivazione più analitica quando la decisione coincide esattamente con la loro volontà pattizia. Di conseguenza, i ricorrenti vengono condannati al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: lo sconto esclude il proscioglimento
L'Imputato, dopo aver concordato la pena in appello rinunciando ai motivi di gravame, proponeva ricorso per cassazione lamentando la mancata pronuncia di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in tema di concordato in appello, l'accordo sulla pena e la contestuale rinuncia ai motivi di appello limitano la cognizione del giudice. Di conseguenza, non sono più proponibili in sede di legittimità le questioni relative all'insussistenza dei reati o alla mancata applicazione del proscioglimento immediato. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo esclude il proscioglimento
L'Imputata, condannata per truffa, estorsione e sostituzione di persona, ha concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione del suo proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che chi sceglie il concordato in appello rinuncia a discutere la responsabilità penale. Di conseguenza, non può contestare in Cassazione il mancato proscioglimento, salvo che l'accordo stesso sia viziato nella sua formazione. L'Imputata perde il ricorso ed è condannata a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Reato di peculato: niente condanna se l’ente è privato
Una dipendente di una casa di riposo, addetta alla contabilità, viene accusata del reato di peculato per essersi appropriata di somme di denaro falsificando mandati di pagamento e trattenendo le rette degli ospiti. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della difesa, stabilendo che la natura dell'ente (ex IPAB poi fondazione privata) e le mansioni concrete della lavoratrice escludono la qualifica di incaricato di pubblico servizio. Di conseguenza, i giudici riqualificano il fatto come appropriazione indebita aggravata. Poiché per questo reato i termini di tempo sono più brevi, la Suprema Corte dichiara il reato estinto per intervenuta prescrizione, annullando la condanna penale senza rinvio, pur confermando il risarcimento dei danni in sede civile.
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Impugnazione del patteggiamento: accordo valido e ricorso negato
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento del Tribunale di Lecco. Il ricorrente lamentava la mancata verifica, da parte del giudice, dell'insussistenza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è strettamente limitata dalla legge a casi tassativi. Non è possibile contestare la mancata verifica delle cause di proscioglimento in questa sede. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Patto tradito e ricorso respinto: i limiti ricorso patteggiamento
Un uomo, condannato a sei mesi di reclusione per evasione a seguito di patteggiamento, ha proposto ricorso per cassazione. L'imputato lamentava la mancata verifica da parte del giudice circa l'eventuale presenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i limiti ricorso patteggiamento sono estremamente rigidi: l'articolo 448 del codice di procedura penale consente l'impugnazione solo per motivi tassativi, escludendo la possibilità di contestare la mancata applicazione del proscioglimento immediato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che costa caro
L'Imputato ha proposto un ricorso contro patteggiamento, impugnando la sentenza del Tribunale che aveva applicato la pena di otto mesi di reclusione per il reato di simulazione di reato. Il ricorrente lamentava la mancata verifica, da parte del giudice, dell'insussistenza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge limita rigorosamente i motivi per cui si può impugnare una sentenza di patteggiamento. La mancata verifica delle cause di proscioglimento non rientra tra i casi tassativi previsti dalla legge. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato: la Cassazione cancella la condanna
Cinque imputati hanno proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte di Appello di Bologna, lamentando vizi di notifica, difetti di motivazione sull'identificazione e sull'elemento soggettivo dei reati contestati. La Suprema Corte, rilevando la regolarità dei ricorsi, ha constatato il decorso del termine massimo di prescrizione del reato, maturato successivamente alla sentenza di secondo grado. I giudici hanno chiarito che la presenza di una causa estintiva impedisce l'esame di vizi di motivazione o nullità procedurali, prevalendo l'esigenza di immediata declaratoria di non punibilità. Non emergendo elementi evidenti per un'assoluzione nel merito, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata.
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Prescrizione del reato: condanna annullata per ritardo dei giudici
L'Imputata era stata condannata per furto in abitazione. Nel giudizio d'appello, i giudici avevano escluso le circostanze aggravanti, riducendo la pena, ma confermando la colpevolezza. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, eccependo l'avvenuta prescrizione del reato prima della sentenza di secondo grado. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando che, a seguito dell'esclusione delle aggravanti, il termine massimo di prescrizione era decorso prima della decisione d'appello. Non emergendo elementi evidenti per un'assoluzione nel merito, la Cassazione ha dichiarato l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata. La prescrizione del reato ha così estinto l'illecito, determinando la vittoria processuale dell'Imputata.
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Contraddittorio in appello: no alla prescrizione senza difesa
La Corte d'Appello aveva dichiarato estinti i reati contestati a due imputate per intervenuta prescrizione durante la fase predibattimentale, senza però instaurare il necessario contraddittorio tra le parti. Le imputate hanno fatto ricorso in Cassazione lamentando la violazione del loro diritto di difesa. La Suprema Corte, richiamando una fondamentale decisione della Corte Costituzionale, ha accolto il ricorso. I giudici hanno stabilito che la fretta di chiudere il processo non può sacrificare il diritto di difesa e il principio del contraddittorio in appello. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato la sentenza impugnata e ha rinviato il caso alla Corte d'Appello per un nuovo giudizio che garantisca la partecipazione attiva della difesa.
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Ricettazione di supporti contraffatti: condanna sì, pena tagliata
Il caso riguarda un commerciante condannato per la vendita di oltre 50 CD e DVD pirata. La Corte d'Appello aveva dichiarato prescritto il reato di violazione del diritto d'autore, ma aveva erroneamente confermato la stessa pena complessiva del primo grado. La Cassazione ha chiarito che la detenzione di materiale pirata senza giustificazione integra il reato di ricettazione di supporti contraffatti. Tuttavia, i giudici di legittimità hanno accolto il ricorso sul calcolo della pena: poiché uno dei reati era prescritto, la sanzione andava ridotta. La Suprema Corte ha così rideterminato direttamente la pena per la sola ricettazione di supporti contraffatti a 2 anni, 2 mesi e 20 giorni di reclusione e 3.333 euro di multa, applicando lo sconto per il rito abbreviato.
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Concordato in appello: l’accordo blocca il ricorso sulla recidiva
Il caso riguarda un imputato condannato per contrabbando di tabacchi che, in secondo grado, ha concordato la pena rinunciando ai motivi di impugnazione. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione contestando l'applicazione della recidiva e sostenendo l'illegalità della pena e la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello limita la cognizione del giudice ai soli motivi non rinunciati. Inoltre, l'errata valutazione della recidiva non rende la sanzione una pena illegale, la quale ricorre solo se la sanzione è estranea al quadro edittale per genere, specie o limiti edittali. Di conseguenza, l'accordo preclude la possibilità di sollevare tali contestazioni in sede di legittimità.
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Minaccia aggravata: la prescrizione sfuma se il ricorso è nullo
Due uomini sono stati condannati per aver partecipato a una spedizione punitiva armata contro l'abitazione di una coppia, compiendo una minaccia aggravata mediante l'esplosione di colpi di fucile. Gli imputati hanno fatto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di prove e chiedendo che venisse dichiarata la prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi perché generici e ripetitivi rispetto all'appello. Di conseguenza, i giudici hanno stabilito che l'inammissibilità del ricorso impedisce di dichiarare la prescrizione del reato maturata successivamente. I ricorrenti sono stati condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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