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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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2828 provvedimenti

Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Appropriazione indebita: mobili spariti e condanna confermata
Due inquilini sono stati condannati per il reato di appropriazione indebita per aver sottratto i mobili presenti all'interno dell'appartamento preso in locazione. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione, contestando la regolarit della costituzione di parte civile del proprietario, l'effettiva prova della sottrazione dei beni (visto l'esito negativo di una perquisizione tardiva) e il mancato riconoscimento della particolare tenuit del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che gli errori materiali non invalidano la costituzione della parte civile e che il ritardo nella perquisizione spiega il mancato rinvenimento dei mobili. Infine, la richiesta di particolare tenuit stata respinta perch priva di adeguate motivazioni. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Insolvenza fraudolenta: la pace tra le parti cancella la condanna
Il caso riguarda un uomo condannato nei precedenti gradi di giudizio alla pena di tre mesi di reclusione per il reato di insolvenza fraudolenta. L'imputato aveva proposto ricorso per Cassazione contestando la sussistenza del dolo e l'emissione di un assegno privo di copertura. Tuttavia, prima dell'udienza di legittimità, la persona offesa ha formalmente rimesso la querela e l'imputato ha accettato tale revoca. La Corte di Cassazione, non riscontrando elementi per un proscioglimento nel merito, ha preso atto dell'accordo tra le parti. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'estinzione del reato per intervenuta remissione della querela e condannando il ricorrente al solo pagamento delle spese processuali.
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Occupazione abusiva di immobili: reato anche senza scasso
Il Giudice per le indagini preliminari aveva prosciolto un'indagata dall'accusa di occupazione abusiva di immobili (art. 633 c.p.), ritenendo che l'assenza di scasso o violenza e l'autodenuncia della donna dimostrassero la sua buona fede. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, chiarendo che il reato non richiede l'effrazione o il danneggiamento dell'immobile. Per la configurazione del reato è sufficiente l'introduzione arbitraria, ossia priva di titolo. Inoltre, l'autodenuncia non dimostra la buona fede, bensì la piena consapevolezza dell'altruità del bene e la volontà di occuparlo. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di proscioglimento, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo giudizio.
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Prescrizione del reato: condanna annullata dopo la scadenza
L'Imputato era stato condannato per false dichiarazioni volte a ottenere il patrocinio a spese dello Stato, fatto commesso nel 2013. Poiché in primo grado era stata esclusa la recidiva, il termine di prescrizione non ha subito aumenti. Calcolando i sette anni e sei mesi previsti dalla legge, più quarantanove giorni di sospensione processuale, la prescrizione del reato è maturata definitivamente il 22 settembre 2020. Nonostante ciò, la Corte d'Appello ha confermato la condanna nel 2022. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso del difensore, ha rilevato l'errore e ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l'estinzione del reato.
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Lesioni personali stradali: lo stop ignorato cancella ogni scusa
Un automobilista è stato condannato per il reato di lesioni personali stradali dopo aver travolto un motociclista a un incrocio, omettendo di rispettare il segnale di stop. L'automobilista ha fatto ricorso in Cassazione sostenendo che la colpa fosse della vittima e invocando la mancanza di querela dopo la riforma Cartabia. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la mancata precedenza allo stop costituisce una colpa grave e assorbente. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso principale impedisce di far valere la sopravvenuta improcedibilità per mancanza di querela, poiché il processo non si considera validamente pendente. L'automobilista perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Rifiuto di sottoporsi ad accertamento alcolemico: reato estinto
L'Automobilista era stata condannata per il reato di rifiuto di sottoporsi ad accertamento alcolemico a seguito di un controllo stradale avvenuto nel 2016. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, eccependo, tra i vari motivi, l'avvenuta prescrizione del reato prima della sentenza d'appello. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando che il termine massimo di cinque anni per la prescrizione della contravvenzione era ampiamente decorso. Poiché il ricorso non presentava profili di inammissibilità, i giudici hanno applicato l'obbligo di immediata declaratoria delle cause di non punibilità. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando il reato estinto per prescrizione e liberando l'imputata da ogni conseguenza penale.
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No a favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per se stessi
Una cittadina straniera era stata condannata per il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver organizzato e contratto un matrimonio fittizio con un cittadino italiano, al fine di ottenere il permesso di soggiorno. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della donna, stabilendo che il reato di favoreggiamento non può essere commesso a vantaggio di se stessi, ma richiede necessariamente l'aiuto verso terzi. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna perché il fatto non sussiste, escludendo la responsabilità penale della ricorrente per questa specifica accusa.
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Estinzione del reato per morte dell’imputato: stop alla condanna
L'Imputato, condannato in appello per minacce aggravate e porto abusivo d'armi, ha proposto ricorso in Cassazione. Nelle more del giudizio di legittimità, l'Imputato è deceduto. La Suprema Corte ha dichiarato l'estinzione del reato per morte dell'imputato, disponendo l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata. Tale evento impedisce qualsiasi valutazione sul merito delle accuse.
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Reato di molestia: condannata la vicina che spiava i lavoratori
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di una donna condannata per il reato di molestia (art. 660 c.p.). L'imputata disturbava quotidianamente i vicini con continue telefonate e scattando foto ai dipendenti sul posto di lavoro per oltre un anno. La ricorrente si giustificava sostenendo di reagire ai rumori molesti dei vicini. I giudici hanno chiarito che il motivo dell'agire è irrilevante se vi è la consapevolezza di arrecare disturbo. Inoltre, la Cassazione ha escluso l'applicazione della particolare tenuità del fatto, poiché la condotta molesta è stata reiterata e abituale nel tempo. Di conseguenza, la condanna all'ammenda e al risarcimento dei danni è stata confermata, con l'aggiunta del pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Processo in assenza: condanna annullata per mancata conoscenza.
L'Imputato, fermato per un controllo stradale, veniva accusato di porto abusivo di armi. In quella sede nominava un difensore di fiducia ed eleggeva domicilio, ma successivamente risultava irreperibile. Il difensore rinunciava al mandato e gli atti venivano notificati a un difensore d'ufficio. I giudici di merito celebravano il processo ritenendo valida la conoscenza del procedimento. La Corte di Cassazione, rilevando che per celebrare un processo in assenza occorre la certezza che l'imputato conosca la data e il luogo dell'udienza e non solo le indagini, accoglie il ricorso. Tuttavia, essendo decorso il tempo massimo, la Corte annulla la condanna senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato.
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Cause di proscioglimento: il ricorso generico costa caro
Il Condannato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che confermava la sua condanna per violazione delle misure di prevenzione. Il ricorso si basava sull'omessa valutazione delle cause di proscioglimento previste dall'articolo 129 del codice di procedura penale. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, sebbene il giudice d'appello debba rilevare d'ufficio eventuali cause di proscioglimento, la difesa non può limitarsi a una denuncia generica di omissione. È necessario indicare elementi concreti e specifici che giustifichino l'assoluzione. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Divieto di reingresso in Italia: l’atto tradotto condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di uno straniero condannato per aver violato il divieto di reingresso in Italia. L'imputato era stato precedentemente espulso con un provvedimento del Prefetto, regolarmente tradotto in una lingua a lui comprensibile. La difesa sosteneva la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento. Tuttavia, i giudici hanno confermato la piena consapevolezza del soggetto nel violare la legge, escludendo qualsiasi vizio di motivazione. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: no al ricorso dopo lo sconto di pena
L'Imputato, condannato in primo grado per il reato di riciclaggio di un veicolo con telaio abraso, proponeva concordato in appello concordando la pena a due anni e otto mesi di reclusione. Successivamente, proponeva ricorso per Cassazione lamentando la mancata applicazione del proscioglimento immediato, sostenendo che la contraffazione potesse essere opera di terzi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, l'imputato rinuncia ai motivi sull'accertamento della responsabilità. Di conseguenza, non è più possibile contestare la colpevolezza o richiedere il proscioglimento immediato in sede di legittimità, salvo che per vizi legati alla formazione della volontà o alla difformità della sentenza rispetto all'accordo.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti rigidi della Cassazione
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Giudice per le indagini preliminari. Il ricorrente lamentava la mancata applicazione dell'articolo 129 del codice di procedura penale, che impone l'immediato proscioglimento in presenza di determinate cause di non punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è strettamente limitato dalla legge a soli tre casi: vizio del consenso, difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, ed erronea qualificazione giuridica del fatto. Non rientrando il motivo proposto in queste ipotesi tassative, l'impugnazione è stata respinta con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sentenza di patteggiamento: l’accordo che blocca i ricorsi
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Giudice per le indagini preliminari, lamentando la mancata applicazione del proscioglimento immediato e un vizio di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge limita rigorosamente i motivi di impugnazione contro una sentenza di patteggiamento. Tale ricorso è consentito esclusivamente per vizi del consenso, difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, o erronea qualificazione giuridica del fatto. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: quando l’accordo blocca i reclami
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale di Napoli, lamentando la mancata valutazione dell'offensività della condotta relativa all'idoneità di una sostanza a produrre effetti stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato per legge a motivi tassativi, come il vizio del consenso, il difetto di correlazione tra richiesta e sentenza o l'erronea qualificazione giuridica. La contestazione sulla mancanza di offensività non rientra tra questi casi ed è risultata generica e teorica. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti della Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due imputati contro una sentenza di patteggiamento. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato per legge a casi tassativi, come il vizio del consenso o l'erronea qualificazione del fatto. Di conseguenza, non è possibile contestare la quantificazione della pena o la mancata assoluzione immediata. Gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: addio alla prescrizione
Il Ricorrente ha presentato ricorso per cassazione chiedendo la correzione di un presunto errore materiale. Sosteneva che i giudici avrebbero dovuto dichiarare la prescrizione del reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'inammissibilità del ricorso per cassazione impedisce al giudice di rilevare d'ufficio la prescrizione del reato maturata prima della sentenza d'appello, se questa non è stata sollevata in precedenza o nei motivi di ricorso. Di conseguenza, il Ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo vincola e costa caro
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Giudice dell'Udienza Preliminare, lamentando la mancata applicazione del proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che, secondo il codice di procedura penale, l'impugnazione di una sentenza concordata è limitata a casi tassativi: vizi del consenso, difformità tra richiesta e decisione, o errata qualificazione giuridica del fatto. Di conseguenza, l'omessa motivazione sulla mancata assoluzione immediata non rientra tra i motivi ammissibili. L'Imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
Un imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello emessa a seguito di concordato in appello. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il principio di diritto stabilisce che la sentenza basata sull'accordo delle parti non richiede una motivazione approfondita sull'assenza di cause di assoluzione o sulla congruità della pena concordata. Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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