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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Patteggiamento in appello: vietati i ripensamenti sui motivi
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che aveva recepito l'accordo sulla pena. L'Imputato lamentava la mancanza di motivazione sul mancato proscioglimento e sulle circostanze aggravanti. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento in appello (concordato ex art. 599-bis c.p.p.), il giudice di secondo grado non deve motivare sull'assenza di cause di proscioglimento o sull'insussistenza di aggravanti. La rinuncia ai motivi di appello limita infatti la cognizione del giudice ai soli punti concordati. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Furto aggravato in auto: se il PC è leggero cade l’accusa
Un uomo è stato condannato per furto aggravato per aver sottratto un computer portatile lasciato all'interno di un'automobile. La difesa ha impugnato la decisione, sostenendo che il computer non fosse stato lasciato nel veicolo per necessità o consuetudine, ma per semplice trascuratezza del proprietario, escludendo così l'aggravante dell'esposizione alla pubblica fede. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che un computer portatile è un oggetto facilmente trasportabile e che non vi erano esigenze urgenti per lasciarlo incustodito. Di conseguenza, esclusa questa aggravante, il reato di furto aggravato è risultato estinto per intervenuta prescrizione. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza senza rinvio.
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Furto aggravato: cellulare sul tavolo del bar senza condanna
L'Imputata era stata condannata per il reato di furto aggravato dall'esposizione alla pubblica fede, per essersi appropriata di un telefono cellulare lasciato incustodito sul tavolo di un bar dalla Persona Offesa. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputata, stabilendo che lasciare un telefono sul tavolo di un locale pubblico non costituisce un'esposizione necessaria del bene, escludendo così la circostanza aggravante. Di conseguenza, venuta meno l'aggravante, il reato è diventato procedibile solo dietro querela di parte. Poiché la Persona Offesa aveva presentato una semplice denuncia e non una querela formale, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per mancanza di una valida condizione di procedibilità.
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Concordato in appello: l’accordo preclude il ricorso successivo
L'Imputato, condannato per tentato furto aggravato, ha concordato in appello una riduzione della pena a otto mesi di reclusione e 300 euro di multa. Successivamente, il suo difensore ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla responsabilità penale e il diniego delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, il ricorso è limitato a vizi sulla formazione della volontà delle parti, sul consenso del pubblico ministero o sull'illegalità della pena. Non si possono contestare la responsabilità o la mancata concessione di attenuanti già oggetto dell'accordo. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di 4.000 euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: l’accordo che non si cancella
Due soggetti, accusati di furto e resistenza a pubblico ufficiale, concordano un patteggiamento a tre anni di reclusione. Successivamente, propongono ricorso per cassazione contestando la mancata concessione di attenuanti e la correzione di un errore materiale sulla pena accessoria. La Corte di Cassazione dichiara inammissibili i ricorsi. I giudici chiariscono che il ricorso contro il patteggiamento è ammesso solo in casi tassativi, come l'illegalità della pena o il vizio di volontà. Poiché le contestazioni dei ricorrenti non rientravano in queste ipotesi, e una di esse era smentita dai fatti, la Corte rigetta le impugnazioni e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo vincola e blocca i ricorsi
L'Imputato, condannato per rissa aggravata, ha rideterminato la sanzione tramite concordato in appello, rinunciando ai motivi sulla responsabilità. Successivamente ha proposto ricorso per cassazione, lamentando l'omessa motivazione sul mancato proscioglimento e sulla quantificazione della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che il concordato in appello limita la cognizione del giudice ai soli punti concordati, escludendo l'obbligo di motivare sull'assenza di cause di proscioglimento immediato. La pena concordata non è modificabile unilateralmente.
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Concordato in appello: no al ricorso dopo lo sconto di pena
Il Ricorrente ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza della Corte d'Appello che aveva rideterminato la pena a seguito di concordato in appello. La difesa lamentava un vizio di motivazione sul calcolo della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Ha chiarito che, in caso di concordato in appello, l'impugnazione è ammessa solo per vizi sulla formazione della volontà delle parti, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della decisione del giudice rispetto all'accordo. Le contestazioni sulla misura della pena sono escluse, a meno che la sanzione non sia palesemente illegale. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Sentenza predibattimentale: scontro tra prescrizione e difesa
La Corte d'appello aveva dichiarato non doversi procedere nei confronti de L'Imputato per intervenuta prescrizione dei reati attraverso una sentenza predibattimentale, emessa cioè senza instaurare il contraddittorio tra le parti. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione lamentando la violazione del diritto di difesa. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'adozione di una sentenza predibattimentale in appello senza contraddittorio è affetta da nullità assoluta. Superando il precedente orientamento, e in linea con la Corte Costituzionale, la Cassazione ha riconosciuto il pieno interesse dell'imputato a impugnare tale decisione. Di conseguenza, la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, disponendo la trasmissione degli atti alla Corte d'appello per lo svolgimento del regolare giudizio.
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Dichiarazione fraudolenta: prove tardive e reato prescritto
Un amministratore di fatto viene condannato per associazione a delinquere e dichiarazione fraudolenta. La difesa impugna la sentenza evidenziando che i giudici d'appello hanno utilizzato intercettazioni di un brevissimo periodo del 2014 per dimostrare reati commessi anni prima, tra il 2010 e il 2012, omettendo di motivare tale estensione temporale. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso per vizio di motivazione. Rileva inoltre che il reato di dichiarazione fraudolenta per l'anno d'imposta 2011 è ormai estinto per prescrizione decennale. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio la condanna per la dichiarazione fraudolenta del 2011 e dispone l'annullamento con rinvio ad altra sezione della Corte d'Appello per il riesame delle restanti accuse e la rideterminazione della confisca.
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Prescrizione del reato: pena ridotta ma la ricettazione rimane
Il caso riguarda un'imputata condannata per ricettazione e duplicazione abusiva di supporti musicali. L'imputata ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione delle prove, l'uso personale dei supporti e richiedendo l'applicazione di pene sostitutive introdotte dalla riforma Cartabia. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i motivi relativi alla ricostruzione dei fatti e alle pene sostitutive, ritenendo che queste ultime vadano richieste al giudice dell'esecuzione. Tuttavia, i giudici hanno accolto il motivo riguardante la prescrizione del reato di violazione del diritto d'autore, maturata prima della sentenza d'appello. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna per la duplicazione dei supporti, rideterminando la pena finale per il solo reato di ricettazione a otto mesi di reclusione e duecento euro di multa.
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Lottizzazione abusiva: la prescrizione non cancella la confisca
Il Giudice dell'esecuzione ha respinto la richiesta del Proprietario di revocare la confisca di terreni e immobili disposta per il reato di lottizzazione abusiva, dichiarato prescritto. Il Proprietario ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che la confisca fosse illegittima a seguito di nuovi orientamenti giurisprudenziali nazionali ed europei. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che la revoca della sentenza ex art. 673 c.p.p. opera solo in caso di abrogazione della norma incriminatrice o dichiarazione di incostituzionalità, e non per semplici mutamenti interpretativi dei giudici. Inoltre, la confisca è legittima anche in presenza di prescrizione se il fatto è stato accertato nel pieno rispetto del contraddittorio, come avvenuto nel caso specifico. Il Proprietario perde la causa e viene condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Diritto al contraddittorio: stop alla prescrizione senza difesa
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso de L'Imputato contro la sentenza della Corte di appello che aveva dichiarato la prescrizione del reato in fase predibattimentale, senza convocare le parti. La Suprema Corte ha evidenziato che decidere senza un confronto lede gravemente il diritto al contraddittorio. Questa violazione impedisce all'imputato di rinunciare alla prescrizione per dimostrare la propria innocenza nel merito. Richiamando la storica pronuncia della Corte Costituzionale, i giudici hanno annullato senza rinvio la decisione impugnata. Gli atti tornano alla Corte di appello per un corretto svolgimento del processo nel pieno rispetto delle garanzie difensive.
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Impugnazione sentenza patteggiamento: i limiti del ricorso
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal G.U.P., contestando il mancato proscioglimento e l'entità della pena applicata per reati in materia di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione sentenza patteggiamento è strettamente limitata dalla legge a casi tassativi, come l'errore sulla qualificazione del fatto o l'illegalità della pena. Poiché le contestazioni dell'Imputato riguardavano il merito della sanzione e il mancato proscioglimento, estranei ai motivi consentiti, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Impugnazione del patteggiamento: l’accordo che blinda la pena
L'Imputata ha proposto ricorso in Cassazione lamentando il mancato proscioglimento immediato in presenza di una sentenza di patteggiamento per reati sugli stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, poiché l'impugnazione del patteggiamento è limitata dalla legge a tassativi motivi formali e sostanziali, tra cui non rientra la generica contestazione del mancato proscioglimento. L'Imputata è stata condannata al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Impugnazione sentenza patteggiamento: i limiti del ripensamento
L'Imputato ha concordato una pena di 4 anni di reclusione e 18.000 euro di multa per reati in materia di stupefacenti. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando il mancato proscioglimento e la mancata motivazione sulla recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione sentenza patteggiamento strettamente limitata dalla legge a casi tassativi, come i vizi della volont, la difformit tra richiesta e sentenza, l'errore sulla qualificazione del fatto o l'illegalit della pena. I motivi sollevati dall'Imputato non rientravano in queste categorie. Di conseguenza, il ricorso stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Impugnazione sentenza patteggiamento: i limiti invalicabili
Il Ricorrente ha proposto ricorso per Cassazione lamentando il mancato proscioglimento immediato da parte del Tribunale, che aveva invece emesso una sentenza di patteggiamento per reati in materia di stupefacenti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La legge prevede infatti che l'impugnazione sentenza patteggiamento sia limitata a casi tassativi, come i vizi della volontà, la discordanza tra richiesta e sentenza, l'errata qualificazione del fatto o l'illegalità della pena. Poiché il motivo addotto dal Ricorrente non rientrava in queste ipotesi, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Impugnazione del patteggiamento: l’accordo che blocca il ricorso
Il Contribuente, dopo aver concordato una pena di nove mesi e dieci giorni di reclusione per il reato di indebita compensazione di crediti d'imposta, ha proposto ricorso in Cassazione. Il ricorrente lamentava il mancato proscioglimento immediato da parte del giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che l'impugnazione del patteggiamento è limitata esclusivamente ai casi tassativi previsti dalla legge, come i vizi della volontà o l'illegalità della pena. Di conseguenza, il Contribuente ha perso il ricorso ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Impugnazione del patteggiamento: accordo fatto e ricorso perso
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza di patteggiamento del Tribunale, con cui era stato condannato a quattro anni e nove mesi di reclusione per reati di droga. Il ricorrente contestava la qualificazione giuridica del fatto e lamentava la mancata pronuncia di proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. L'impugnazione del patteggiamento è infatti consentita solo per motivi tassativi stabiliti dalla legge, come i vizi della volontà, la difformità tra richiesta e sentenza, l'illegalità della pena o l'erronea qualificazione giuridica se evidente. Poiché i motivi proposti non rientravano in queste ipotesi, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Condanna annullata: la prescrizione del reato cancella la pena
L'Imputato è stato condannato in primo grado per porto d'armi e guida senza patente per fatti commessi nel febbraio 2017. La Corte d'Appello ha confermato la condanna nell'aprile 2022, omettendo tuttavia di rilevare che il termine massimo di cinque anni per la prescrizione del reato era già interamente decorso nel febbraio 2022. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, evidenziando che il decorso del tempo estingue il reato prima della pronuncia di secondo grado. Non essendovi elementi evidenti per un'assoluzione nel merito, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per intervenuta prescrizione del reato. L'Imputato ottiene così la cancellazione della condanna.
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Reato di diffamazione: denunciare un illecito non offende nessuno
Un dipendente pubblico era stato condannato per il reato di diffamazione per aver riferito ad alcuni colleghi che una collega aveva denunciato un altro lavoratore, dando inizio a indagini per truffa. La Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste. I giudici hanno stabilito che attribuire a qualcuno la presentazione di una denuncia non lede la reputazione. Denunciare un potenziale reato costituisce un legittimo esercizio di un diritto e un dovere civico, non un comportamento disdicevole. Di conseguenza, la condotta contestata è priva di qualsiasi contenuto offensivo, elemento essenziale per configurare il reato di diffamazione. L'imputato è stato quindi pienamente assolto.
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