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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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2828 provvedimenti

Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Concordato in appello: l’accordo cancella il diritto di ricorso
L'Imputato, condannato per furto in abitazione, ha concordato la pena in secondo grado. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando vizi di motivazione sulla propria responsabilità. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello limita fortemente i motivi di ricorso proponibili. Sono ammissibili solo le censure riguardanti la formazione della volontà della parte, il consenso del pubblico ministero o la difformità della decisione rispetto all'accordo. Non si possono invece contestare la responsabilità o la misura della pena concordata, salvo il caso di sanzione illegale. L'Imputato è stato condannato alle spese e al pagamento di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Espulsione dello straniero nel patteggiamento: quando è vietata
Il Tribunale di Bergamo applicava a diversi imputati pene concordate per reati di droga, disponendo anche l'espulsione dal territorio dello Stato. Uno dei condannati, con pena concordata pari a due anni di reclusione, ricorreva in Cassazione contestando l'illegalità della misura di sicurezza. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, stabilendo che l'espulsione dello straniero nel patteggiamento non può essere disposta se la pena detentiva applicata non supera i due anni. L'art. 445 c.p.p. vieta infatti l'applicazione di misure di sicurezza (salvo la confisca) sotto tale soglia. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza limitatamente all'espulsione del ricorrente, eliminando la misura, mentre ha dichiarato inammissibili i ricorsi degli altri imputati, condannandoli alle spese e alla sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione dopo il patteggiamento: limiti e regole
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi presentati da alcuni imputati condannati per spaccio di stupefacenti a seguito di patteggiamento. I ricorrenti contestavano la qualificazione giuridica dei fatti e l'applicazione della misura di sicurezza dell'espulsione dal territorio dello Stato. La Suprema Corte ha chiarito i rigidi limiti del ricorso per cassazione dopo il patteggiamento, introdotto dalla riforma del 2017. La Corte ha rigettato i ricorsi principali e dichiarato inammissibili gli altri, confermando che la qualificazione giuridica concordata tra le parti non può essere rimessa in discussione se non in caso di errore manifesto. Inoltre, ha ritenuto legittima e ben motivata l'espulsione dei condannati privi di regolare soggiorno e di mezzi leciti di sussistenza. Gli imputati sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e, in alcuni casi, a una sanzione pecuniaria.
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Riparazione per ingiusta detenzione: prevale l’assoluzione
Il ricorrente, dopo aver subito 83 giorni di custodia cautelare, viene assolto in primo grado perché il fatto non sussiste. Il Pubblico Ministero propone appello, ma la Corte d'Appello lo dichiara inammissibile per sopravvenuta prescrizione del reato, riqualificato come lieve entità. L'interessato richiede la riparazione per ingiusta detenzione. La Corte d'Appello rigetta la domanda, ritenendo che la fine del processo sia dovuta a prescrizione e non ad assoluzione. La Cassazione accoglie il ricorso dell'assolto: la dichiarazione di inammissibilità dell'appello del PM ha reso definitiva l'assoluzione di primo grado. Di conseguenza, i giudici di merito avrebbero dovuto valutare la domanda di riparazione per ingiusta detenzione sulla base di un'assoluzione piena, verificando unicamente l'eventuale dolo o colpa grave del richiedente, anziché rigettarla per prescrizione.
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Patteggiamento e pena sostitutiva: no alla conversione senza accordo.
Quattro imputati hanno proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal GIP, lamentando vizi di motivazione e la mancata concessione di pene alternative. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. La Corte ha chiarito che il ricorso contro il patteggiamento è limitato a casi tassativi e non può riguardare la motivazione o il mancato proscioglimento. Inoltre, in tema di patteggiamento e pena sostitutiva, la sostituzione della sanzione detentiva con quella pecuniaria o con il lavoro di pubblica utilità richiede necessariamente che l'accordo tra imputato e pubblico ministero abbia coperto non solo la quantità della pena, ma anche la sua specifica sostituzione. In assenza di tale accordo preventivo, il giudice non può disporre la sostituzione d'ufficio. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Occultamento scritture contabili: prescrizione azzera la condanna
Un amministratore societario viene condannato per omessa dichiarazione fiscale e occultamento di scritture contabili. La Corte d'Appello dichiara prescritto il primo reato, ma conferma la condanna per il secondo, ignorando la richiesta della difesa di concedere la sospensione condizionale della pena. L'imputato ricorre in Cassazione lamentando il silenzio dei giudici d'appello. La Suprema Corte accoglie il ricorso: l'omessa valutazione della sospensione condizionale rende il ricorso ammissibile. Di conseguenza, i giudici rilevano che anche il reato di occultamento di scritture contabili è ormai caduto in prescrizione per il decorso del tempo. La Cassazione annulla la sentenza senza rinvio, cancellando definitivamente la condanna.
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Abusivismo edilizio: condannato l’affittuario, inutile il ricorso
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna a tre mesi di arresto e 9.500 euro di ammenda nei confronti di un cittadino, ritenuto responsabile del reato di abusivismo edilizio in qualità di affittuario e committente dei lavori. L'imputato aveva realizzato opere edilizie senza il necessario permesso di costruire. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del condannato, evidenziando che i motivi presentati erano manifestamente infondati e generici. Inoltre, la Corte ha chiarito che l'inammissibilità del ricorso impedisce la dichiarazione di prescrizione del reato maturata dopo la sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende.
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Violazione dei sigilli: locale sequestrato riapre per una festa
Il Custode di un locale commerciale, precedentemente sottoposto a sequestro preventivo, è stato condannato per il reato di violazione dei sigilli. L'uomo aveva riaperto la struttura organizzando una festa danzante, nonostante i sigilli apposti dalla polizia municipale. La difesa ha sostenuto che il sequestro riguardasse solo alcune opere abusive e non l'intero immobile, lamentando un travisamento delle prove. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il provvedimento di sequestro successivo copriva l'intero edificio. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Responsabilità del direttore tecnico: niente pena ma risarcimento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un professionista condannato in sede civile per la gestione di una discarica. Nonostante la prescrizione dei reati ambientali, i giudici hanno confermato le statuizioni civili a favore di enti locali e associazioni. Il ricorrente sosteneva di essere un semplice preposto alla sicurezza senza poteri di spesa. La Suprema Corte ha invece confermato la responsabilità del direttore tecnico, evidenziando che il suo ruolo di consulente e progettista comportava compiti di gestione attiva dell'impianto. Inoltre, la Corte ha ribadito che l'assoluzione nel merito in presenza di prescrizione è possibile solo se l'innocenza emerge in modo evidente e immediato, senza necessità di ulteriori accertamenti di fatto.
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Deposito incontrollato di rifiuti: condannati i titolari
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per il reato di deposito incontrollato di rifiuti pericolosi. La vicenda riguarda il rinvenimento, presso un impianto di trattamento, di ingenti quantitativi di rifiuti plastici e "fluff" non autorizzati. La Suprema Corte ha confermato la responsabilità della Legale Rappresentante della società per omessa vigilanza sui dipendenti (culpa in vigilando) e del precedente Titolare dell'Impresa per non aver smaltito i rifiuti precedentemente sequestrati. I giudici hanno inoltre chiarito che l'inammissibilità del ricorso impedisce di far valere la prescrizione maturata dopo la sentenza d'appello, confermando le condanne all'arresto e all'ammenda per entrambi gli imputati.
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Dichiarazione fraudolenta: condanna cancellata dal tempo
Tre imprenditori erano stati condannati per il reato di dichiarazione fraudolenta mediante l'uso di fatture per operazioni inesistenti, inserite nelle rispettive dichiarazioni dei redditi per evadere le imposte. I difensori degli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione, eccependo diverse violazioni di legge e, in particolare, il decorso del tempo massimo per perseguire i reati. La Corte di Cassazione ha accolto i ricorsi rilevando che, non essendoci elementi evidenti per un'assoluzione immediata nel merito, i reati contestati si erano ormai estinti per il decorso del tempo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna impugnata, dichiarando l'estinzione dei reati per intervenuta prescrizione.
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Patteggiamento e ricorso per Cassazione: no ai ripensamenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da due imputati contro la sentenza di patteggiamento emessa dal GIP del Tribunale di Busto Arsizio. Gli imputati, condannati per reati di furto e spaccio di stupefacenti, lamentavano la mancata assoluzione e l'errata qualificazione dei fatti. La Suprema Corte ha chiarito che il patteggiamento e ricorso per Cassazione prevede limiti rigorosi: le contestazioni erano generiche e non rientravano nei casi tassativi previsti dalla legge. Inoltre, l'inammissibilità del ricorso impedisce l'applicazione delle nuove norme sulla procedibilità a querela introdotte dalla riforma Cartabia, escludendo la necessità di avvisare le persone offese. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di quattromila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Procedibilità a querela: il ricorso inammissibile blocca i benefici
Due soggetti, condannati per furto aggravato in un negozio, hanno proposto ricorso in Cassazione contestando la mancata concessione delle attenuanti e del beneficio della non menzione. Nel frattempo, la Riforma Cartabia ha introdotto la procedibilità a querela per il reato contestato. La Suprema Corte ha però dichiarato i ricorsi inammissibili perché generici e ripetitivi. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso preclude la possibilità di applicare la nuova disciplina sulla procedibilità a querela e di avvisare la persona offesa per l'eventuale querela. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Condanna per furto annullata: pesa la tardività della querela
Un cittadino, condannato in appello per furto aggravato, ha fatto ricorso in Cassazione contestando la sussistenza delle aggravanti e la regolarità della querela. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando che le contestazioni non erano infondate. Di conseguenza, i giudici hanno accertato la tardività della querela presentata dalla persona offesa. Poiché la querela è stata depositata oltre i termini di legge, l'azione penale è diventata improcedibile. La Corte di Cassazione ha quindi annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'improcedibilità dell'azione penale.
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Ricorso per Cassazione contro patteggiamento: sanzione da 4000€
L'Imputato ha concordato con il pubblico ministero una pena di sei mesi di reclusione e 3.400 euro di multa per furto in abitazione. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione contro patteggiamento, lamentando che il Tribunale non avesse verificato l'eventuale presenza di cause di proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, la legge limita rigorosamente i motivi per impugnare una sentenza di patteggiamento. Tra questi motivi non rientra la mancata verifica delle cause di proscioglimento. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro il patteggiamento: l’accordo blindato costa caro
L'Imputata ha concordato una pena per il reato di tentativo aggravato di furto in abitazione. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata applicazione del proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro il patteggiamento è strettamente limitato dalla legge a casi specifici, tra i quali non rientra la generica violazione dell'obbligo di immediata declaratoria di cause di non punibilità. Di conseguenza, l'impugnazione è stata rigettata con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso: niente prescrizione per il furto
Due soggetti sono stati condannati per furto pluriaggravato ai danni di un negozio. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione contestando le aggravanti e sostenendo l'avvenuta prescrizione del reato. La Suprema Corte ha dichiarato l'**inammissibilità del ricorso** poiché i motivi presentati erano generici e ripetitivi. I giudici hanno chiarito che l'inammissibilità impedisce sia l'applicazione delle nuove norme sulla procedibilità a querela (Riforma Cartabia), sia il calcolo della prescrizione maturata dopo la sentenza d'appello. Di conseguenza, i ricorsi sono stati rigettati e i ricorrenti condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo preclude il ricorso in Cassazione
L'Imputato, accusato di reati sugli stupefacenti, ha concordato la pena in secondo grado con la formula del Concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata valutazione di possibili cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena in appello comporta una rinuncia preventiva alle contestazioni, con effetti preclusivi che impediscono di sollevare successivamente qualsiasi questione in Cassazione, comprese le cause di non punibilità rilevabili d'ufficio. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Limiti ricorso patteggiamento: la Cassazione fissa le regole
Il Tribunale di Catania ha applicato a L'Imputato la pena concordata di due anni e due mesi di reclusione per reati di droga. L'Imputato ha proposto ricorso lamentando che il giudice non avesse verificato l'eventuale presenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, esistono precisi limiti ricorso patteggiamento. La legge consente l'impugnazione solo per motivi tassativi, come l'espressione della volontà, la difformità della sentenza rispetto all'accordo, l'errata qualificazione giuridica o l'illegalità della pena. Di conseguenza, non è possibile contestare la mancata verifica delle cause di proscioglimento in sede di legittimità. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese e una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: limiti e sanzioni
L'Imputato ha concordato con il Tribunale una pena di tre anni e sei mesi di reclusione per detenzione di oltre un chilo di cocaina. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione contro patteggiamento, lamentando la mancata valutazione di cause di proscioglimento e l'errata qualificazione del reato, che riteneva di lieve entità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge limita rigorosamente i motivi di impugnazione delle sentenze di patteggiamento. La contestazione di cause di proscioglimento generiche non è ammessa, mentre la riqualificazione del fatto è contestabile solo se la decisione del giudice è palesemente assurda rispetto all'imputazione. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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