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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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2828 provvedimenti

Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Concordato in appello: l’accordo vincola e vieta i ripensamenti
Il caso riguarda un imputato condannato per ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale. La Corte d'appello, accogliendo il concordato in appello, aveva ridotto la pena a due anni di reclusione e tremila euro di multa. L'imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione della sua giovane età e incensuratezza nella determinazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in presenza di un concordato in appello, non è possibile contestare la misura della pena concordata tra le parti, a meno che non si tratti di una sanzione illegale. Di conseguenza, l'imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo non si cancella
Un imputato ha concordato una pena per i reati di rapina e lesioni aggravate. Successivamente, ha presentato un ricorso contro patteggiamento davanti alla Corte di Cassazione, lamentando che il giudice non avesse spiegato i motivi per cui non lo aveva prosciolto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma della giustizia, i motivi per impugnare una sentenza di patteggiamento sono limitati e tassativi. La mancata motivazione sul proscioglimento non rientra tra questi casi. L'imputato è stato quindi condannato a pagare le spese del processo e una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
Due imputati, condannati per tentata rapina aggravata, concordano la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, propongono ricorso per Cassazione contestando il mancato proscioglimento e il bilanciamento delle attenuanti. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. I giudici chiariscono che il concordato in appello costituisce un accordo vincolante che preclude la possibilità di sollevare successive contestazioni in sede di legittimità, salvo il caso di pena illegale. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e vengono condannati al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato: addio condanna ma la patente rischia
Il Conducente era stato condannato in appello per il rifiuto di sottoporsi all'alcoltest. Contro la sentenza, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando, tra l'altro, la mancanza di motivazione sulla determinazione della pena e sul diniego delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha ritenuto questo motivo non manifestamente infondato, consentendo così l'esame del ricorso. Poiché nel frattempo era decorso il termine massimo di tempo consentito dalla legge, la Corte ha dichiarato la prescrizione del reato. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la condanna penale, disponendo la trasmissione degli atti al Prefetto per i provvedimenti sulla patente.
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Niente riparazione per ingiusta detenzione se c’è prescrizione
Il Ricorrente ha richiesto la riparazione per ingiusta detenzione dopo aver subito la custodia cautelare per reati successivamente dichiarati estinti per prescrizione. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda poiché l'estinzione per prescrizione non equivale a un'assoluzione nel merito. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'imputato avrebbe dovuto rinunciare alla prescrizione per ottenere un pieno proscioglimento nel merito se voleva richiedere l'indennizzo. Scegliendo di beneficiare della prescrizione per evitare la condanna penale, il cittadino perde il diritto di dolersi della detenzione subita, in quanto la priorità è stata data all'esonero dalla responsabilità penale rispetto all'accertamento della propria totale innocenza.
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Contraddittorio in appello: no alla prescrizione senza udienza
La Corte di appello di Venezia aveva dichiarato l'estinzione per prescrizione di un reato senza convocare le parti in udienza. L'Imputato ha fatto ricorso, lamentando la violazione del principio del contraddittorio in appello, che gli ha impedito di rinunciare alla prescrizione per dimostrare la sua innocenza nel merito. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che il giudice d'appello non può emettere una sentenza di proscioglimento de plano senza garantire il confronto tra le parti. La decisione impugnata è stata quindi annullata con rinvio ad un'altra sezione della Corte d'appello per un nuovo giudizio nel pieno rispetto delle regole processuali.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti della Cassazione
L'Imputato ha concordato con il Pubblico Ministero una pena di tre anni e sei mesi di reclusione per detenzione illecita di sostanze stupefacenti. Successivamente, ha proposto ricorso contro patteggiamento in Cassazione, lamentando una carenza di motivazione del giudice in merito alla mancanza di cause di proscioglimento e ai criteri di calcolo della pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, i motivi di impugnazione contro la sentenza di patteggiamento sono estremamente limitati e non comprendono i vizi di motivazione sulla colpevolezza. Inoltre, una motivazione dettagliata sulla quantificazione della pena non è necessaria quando la sanzione concordata si colloca al di sotto della media edittale. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento in appello: sconto di pena ma addio al ricorso
L'Imputato, condannato per spaccio di lieve entità, ha concordato la pena in secondo grado tramite il cosiddetto patteggiamento in appello, rinunciando ai motivi di gravame originari. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sul mancato proscioglimento per uso personale della sostanza stupefacente. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena e la contestuale rinuncia ai motivi d'appello limitano la cognizione del giudice di secondo grado, esonerandolo dall'obbligo di motivare sull'assenza di cause di proscioglimento. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso ed è condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: limiti e sanzioni
Il Tribunale ha applicato a L'Imputato una pena concordata per reati di droga. L'Imputato ha proposto un ricorso per cassazione contro patteggiamento lamentando la mancanza di una motivazione dettagliata sui fatti da parte del giudice. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge limita rigorosamente i motivi di impugnazione contro le sentenze di patteggiamento. Non è possibile contestare la motivazione sulla colpevolezza se vi è stato il consenso delle parti. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: pena ridotta ma addio al ricorso
L'Imputato ha concordato in appello una pena di due anni e sei mesi di reclusione per reati in materia di stupefacenti. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la valutazione delle prove. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello comporta la rinuncia ai motivi di impugnazione non concordati. Di conseguenza, l'imputato non può lamentare in sede di legittimità vizi relativi a questioni rinunciate o alla mancata valutazione del proscioglimento immediato. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Patteggiamento e ricorso per cassazione: l’accordo è vincolante
L'Imputato ha concordato una pena di sei mesi di reclusione per reati di droga. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando una carenza di motivazione del giudice circa l'assenza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento, i motivi di impugnazione sono limitati dalla legge. Il controllo sulla colpevolezza è escluso dal consenso espresso dall'imputato. La sentenza conferma i rigidi limiti del patteggiamento e ricorso per cassazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso per Cassazione generico: l’errore che costa 3000 euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino contro la sentenza della Corte d'Appello. Il ricorrente lamentava la mancata assoluzione immediata, ma senza contestare in modo specifico le motivazioni della decisione precedente. I giudici hanno stabilito che un ricorso per Cassazione generico, privo di un collegamento diretto e puntuale con le ragioni della sentenza impugnata, non può essere esaminato nel merito. Di conseguenza, l'impugnazione è stata rigettata e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
L'Imputato, condannato per tentato furto con strappo, ha concordato in appello una riduzione della pena a sette mesi e tre giorni di reclusione. Successivamente, la difesa ha proposto ricorso in Cassazione lamentando l'eccessiva severità del trattamento sanzionatorio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sui motivi, noto come concordato in appello, preclude la possibilità di contestare in sede di legittimità la misura della pena concordata, a meno che questa non sia palesemente illegale o vi siano vizi nella formazione della volontà delle parti. Di conseguenza, L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa aggravata: la remissione di querela cancella la condanna
L'Imputato era stato condannato per il reato di truffa aggravata ai danni della Persona Offesa. Successivamente all'entrata in vigore della Riforma Cartabia, tale reato è diventato procedibile solo dietro querela della persona offesa. Poiché la Persona Offesa ha presentato formale remissione di querela, ritualmente accettata dall'Imputato, la Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna. Il reato si è infatti estinto grazie alla remissione di querela, determinando la fine del procedimento penale con l'addebito delle spese processuali all'Imputato.
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Inammissibilità del ricorso: la frode resta senza prescrizione
Tre imputati sono stati condannati per il reato di frode assicurativa. Gli stessi hanno presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata audizione di una delle parti e vizi di motivazione sulla responsabilità penale. La Suprema Corte ha rilevato che i motivi di ricorso erano manifestamente infondati, determinando l'inammissibilità del ricorso. Questa pronuncia ha impedito la dichiarazione di prescrizione del reato, maturata successivamente alla sentenza d'appello. L'inammissibilità del ricorso preclude infatti la possibilità di rilevare cause di non punibilità. Di conseguenza, la Corte ha confermato la condanna e inflitto una sanzione pecuniaria a ciascun ricorrente.
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Prescrizione del reato e recidiva: la Cassazione nega lo sconto
Il Ricorrente ha impugnato la sentenza d'appello lamentando la mancata dichiarazione della prescrizione del reato. Secondo la difesa, il giudice avrebbe dovuto considerare il reato prescritto a causa del bilanciamento in equivalenza tra le circostanze attenuanti generiche e la recidiva reiterata. La Corte di Cassazione ha rigettato la tesi, dichiarando il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, ai fini del calcolo del tempo necessario per la prescrizione, la recidiva mantiene la sua efficacia anche se posta in equivalenza con le attenuanti. Di conseguenza, la prescrizione del reato e recidiva seguono regole precise: l'aggravante paralizza l'attenuante e allunga i tempi di prescrizione. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Induzione indebita: condannato l’ispettore ambientale
Un ispettore ambientale, sfruttando il proprio ruolo di pubblico ufficiale, convinceva diversi imprenditori a consegnargli denaro e regali per evitare sanzioni e controlli. La Corte d'Appello ha qualificato i fatti come induzione indebita a dare o promettere utilità, condannando l'uomo e disponendo la confisca del denaro. L'imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo la prescrizione dei reati e l'illegittimità della confisca per equivalente applicata retroattivamente. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che i reati non erano prescritti al momento della prima condanna e che la confisca applicata era diretta, avendo ad oggetto il denaro-profitto del reato, e non per equivalente, rendendo irrilevante il divieto di retroattività. L'imputato perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali e di difesa della parte civile.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena vieta il ricorso
L'Imputato, accusato di furto in abitazione, ha concordato in secondo grado una pena di due anni e quattro mesi di reclusione. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla determinazione della pena e sulla mancata valutazione delle sue condizioni personali. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, i motivi di ricorso sono strettamente limitati dalla legge. Non è possibile contestare la misura della pena concordata o la motivazione della sentenza, a meno che la sanzione non sia illegale o fuori dai limiti edittali. Di conseguenza, l'accordo sulla pena resta valido e l'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro il patteggiamento: la Cassazione fissa i limiti
L'Imputato, condannato a sei mesi di reclusione per lesione aggravata e porto abusivo di una lametta a seguito di patteggiamento, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la carenza di motivazione sulla quantificazione della pena e sull'insussistenza del reato, oltre all'errata qualificazione giuridica dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro il patteggiamento è strettamente limitato dalla legge a vizi specifici, come l'errore manifesto sulla qualificazione giuridica o l'illegalità della pena. Nel caso in esame, la pena applicata era legale e non emergeva alcun errore evidente nella qualificazione del reato. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: lo sconto di pena esclude l’assoluzione
L'Imputato, accusato di associazione a delinquere e furti aggravati, ha concordato la pena in secondo grado. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione da parte della Corte d'appello circa l'assenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che, in caso di concordato in appello, il giudice di secondo grado non deve motivare il mancato proscioglimento dell'imputato. La rinuncia ai motivi d'appello limita infatti la cognizione del giudice ai soli punti concordati, escludendo la necessità di una valutazione d'ufficio sulle cause di non punibilità. L'Imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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