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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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2828 provvedimenti

Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca la Cassazione
Due imputati, dopo aver ottenuto una riduzione di pena concordata in secondo grado tramite il concordato in appello, hanno proposto ricorso per cassazione. Il primo ricorrente lamentava la mancata valutazione delle cause di proscioglimento, mentre il secondo contestava il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili entrambi i ricorsi. I giudici hanno chiarito che, una volta stipulato l'accordo sulla pena, il ricorso in cassazione è limitato esclusivamente a vizi sulla formazione della volontà, sulla mancanza di consenso del pubblico ministero o sulla difformità della decisione del giudice rispetto all'accordo. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rifiuto di atti d’ufficio: salvi i carabinieri per prescrizione
Due carabinieri sono stati accusati di rifiuto di atti d'ufficio per aver ritardato l'arresto di un condannato gravemente malato, al fine di verificare la correttezza del provvedimento. La Corte d'Appello li aveva condannati per il ritardo, pur escludendo la volontà di favorire la fuga dell'uomo. La Corte di Cassazione ha rilevato una profonda contraddizione logica nella sentenza: non si può escludere l'intenzione di favorire la fuga e, contemporaneamente, ritenere sussistente la volontà di rifiutare indebitamente l'atto d'ufficio. Tuttavia, poiché il reato è caduto in prescrizione, la Suprema Corte ha annullato la condanna senza rinvio. Di fatto, i due militari evitano la pena grazie al decorso del tempo, sebbene non sia stato possibile pronunciare una piena assoluzione nel merito.
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Bancarotta per distrazione: condannato chi non giustifica i conti
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'Amministratore di una società per il reato di Bancarotta per distrazione. L'imputato contestava la mancanza di prove dirette sulla reale destinazione delle somme sottratte e l'irregolarità delle notifiche. I giudici hanno dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che la prova della distrazione può essere desunta dalla mancata dimostrazione, da parte dell'amministratore, della reale destinazione dei beni societari precedentemente disponibili. Inoltre, la Corte ha chiarito che l'obbligo di tenuta delle scritture contabili persiste durante tutta la fase di liquidazione, cessando solo con la formale cancellazione della società dal registro delle imprese. L'Amministratore è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Impugnazione del patteggiamento: no a ripensamenti tardivi
Il Tribunale di Milano ha applicato a un cittadino, su sua richiesta e con il consenso del Pubblico Ministero, la pena di sei mesi di reclusione e duecento euro di multa per i reati di invasione di terreni o edifici. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione di una causa di giustificazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è strettamente limitata dalla legge. Chi sceglie questo rito speciale rinuncia a contestare la ricostruzione dei fatti. Di conseguenza, non è possibile denunciare vizi di motivazione sulla responsabilità penale o richiedere una rivalutazione delle prove per far valere generiche cause di giustificazione. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: no ai ripensamenti
Tre imputati concordano con il pubblico ministero una pena detentiva e pecuniaria (il cosiddetto patteggiamento). Successivamente, propongono un ricorso per cassazione contro patteggiamento lamentando che il giudice non abbia motivato a sufficienza l'assenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione dichiara i ricorsi inammissibili perché generici e privi di critiche specifiche alla sentenza. I giudici chiariscono che, in caso di pena concordata, il controllo del magistrato sull'assenza di cause di non punibilità è limitato e non richiede una motivazione complessa, salvo errori evidenti. Di conseguenza, i ricorrenti perdono la causa e vengono condannati a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo non si può contestare
Un uomo, condannato dal Tribunale di Genova per ricettazione e utilizzo indebito di carte di pagamento, ha concordato la pena tramite patteggiamento. Successivamente, il suo difensore ha presentato un ricorso contro patteggiamento in Cassazione, lamentando la mancata motivazione del giudice sulla responsabilità penale e sulla quantificazione della pena, nonché l'omessa valutazione dei presupposti per un immediato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, per legge, non è possibile impugnare una sentenza di patteggiamento contestando la mancata valutazione delle condizioni di proscioglimento immediato. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che costa caro
L'Imputato, condannato per concorso in rapina aggravata tramite patteggiamento, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata valutazione delle condizioni di proscioglimento e difetti di motivazione sulla pena. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Secondo la legge, infatti, il ricorso contro patteggiamento non può fondarsi sulla mancata valutazione dei presupposti per l'immediata declaratoria di non colpevolezza. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto l'impugnazione, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Inutilizzabilità delle intercettazioni: l’urgenza batte la forma
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi di due soggetti condannati per spaccio di stupefacenti di lieve entità. Il Primo Imputato contestava l'inutilizzabilità delle intercettazioni telefoniche eseguite presso una sala d'ascolto della polizia giudiziaria anziché della Procura. La Corte ha chiarito che le ragioni di eccezionale urgenza e l'inagibilità della struttura della Procura giustificano l'uso di impianti esterni, escludendo l'inutilizzabilità delle intercettazioni. Il Secondo Imputato, avendo concordato la pena in appello, non poteva proporre ricorso per motivi di merito o per la mancata valutazione del proscioglimento. Entrambi i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di tremila euro ciascuno alla Cassa delle Ammende.
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Prescrizione del reato: il dubbio sulla data salva l’imputato
Due imputati sono stati condannati nei gradi precedenti per spaccio di sostanze stupefacenti. Il Primo Imputato contestava l'attendibilità di un testimone, mentre il Secondo Imputato lamentava l'incertezza sulle date delle cessioni di droga. La Corte di Cassazione ha rilevato che, dopo la sentenza d'appello, è maturata la prescrizione del reato per entrambi. Per il Secondo Imputato, in mancanza di date certe, il calcolo della prescrizione è stato effettuato partendo dalla data più risalente per garantirgli il massimo favore. Non essendoci elementi evidenti per un'assoluzione nel merito, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l'estinzione dei reati.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: limiti e sanzioni
L'Imputato ha concordato con il pubblico ministero una pena di due anni e dieci mesi di reclusione. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione contro patteggiamento lamentando che il giudice non avesse motivato l'assenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, i motivi per impugnare una sentenza di patteggiamento sono tassativi e limitati a questioni specifiche, come l'espressione della volontà o l'illegalità della pena. La mancata motivazione sulle cause di proscioglimento non rientra tra queste ipotesi. Di conseguenza, L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: la Cassazione chiude la porta
Un uomo, condannato per rapina, lesioni e ricettazione a seguito di un accordo di pena, ha presentato ricorso contro il patteggiamento. Il ricorrente lamentava la mancanza di una verifica approfondita da parte del giudice circa l'eventuale presenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che i motivi per proporre un ricorso contro il patteggiamento sono tassativi e stabiliti rigidamente dalla legge. Tra questi motivi non rientra la contestazione sulla motivazione del giudice riguardo all'assenza di cause di non punibilità. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro.
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Patteggiamento e omicidio stradale: la Cassazione blinda la pena
Il Procuratore Generale ha impugnato la sentenza di patteggiamento emessa nei confronti di un automobilista accusato di omicidio stradale. Secondo l'accusa, il giudice non aveva considerato un'aggravante di fatto (il sorpasso con doppia linea continua), applicando una pena inferiore al minimo di legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il patteggiamento non è un giudizio di merito ma un controllo di legalità. Il Procuratore Generale non può revocare il consenso già espresso dal Pubblico Ministero. Inoltre, l'omessa valutazione di un'aggravante non rende la sanzione una pena illegale, poiché quest'ultima si configura solo quando la sanzione è estranea al sistema sanzionatorio per specie o quantità. Di conseguenza, l'accordo originario sulla pena resta valido ed efficace.
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Concordato in appello: l’accordo preclude il ricorso in Cassazione
Un imputato, dopo aver definito il processo di secondo grado tramite concordato in appello, ha presentato ricorso in Cassazione lamentando la mancata valutazione delle cause di non punibilità. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello comporta una rinuncia concordata alle questioni di merito, limitando la cognizione del giudice e precludendo successive impugnazioni in sede di legittimità su tali aspetti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria in favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione nel patteggiamento: sconti e sanzioni
L'Imputato ha proposto un ricorso per cassazione avverso la sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale di Monza. Il ricorrente lamentava la mancata verifica di cause di proscioglimento e l'incongruità della pena applicata. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione nel patteggiamento è strettamente limitato dall'articolo 448, comma 2-bis, del codice di procedura penale. Tra i motivi ammessi non rientrano né l'omessa verifica delle cause di proscioglimento né la valutazione sulla congruità della pena, se quest'ultima è stata sinteticamente motivata. Di conseguenza, l'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Proscioglimento nel merito o prescrizione: la Cassazione decide
Un Pubblico Ufficiale e un Privato Cittadino sono stati coinvolti in un procedimento penale per rivelazione di segreto d'ufficio. Il tribunale di primo grado ha dichiarato l'estinzione del reato per prescrizione. Il Privato Cittadino ha proposto ricorso chiedendo il proscioglimento nel merito, sostenendo che le intercettazioni telefoniche dimostrassero la sua innocenza, poiché le informazioni erano già note. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il proscioglimento nel merito, in presenza di una causa di estinzione del reato, può essere pronunciato solo se l'innocenza emerge in modo immediato e indiscutibile (ictu oculi). Poiché la tesi difensiva richiedeva una complessa reinterpretazione delle prove, non vi erano i presupposti per un'assoluzione immediata.
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Prescrizione del reato: condanna annullata per calcolo errato
L'Imputato era stato condannato per il reato di calunnia. Nel ricorso in Cassazione, la difesa ha eccepito l'avvenuta prescrizione del reato prima della sentenza d'appello, evidenziando che l'esclusione della recidiva in primo grado influiva sul calcolo dei tempi. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, confermando che la valutazione dei precedenti penali per negare le attenuanti generiche non equivale al riconoscimento della recidiva. Di conseguenza, il termine massimo di prescrizione (pari a sette anni e sei mesi, più una breve sospensione) era già decorso prima della decisione di secondo grado. Non emergendo elementi evidenti per un'assoluzione nel merito, la Cassazione ha applicato la causa estintiva. La sentenza impugnata è stata annullata senza rinvio per l'avvenuta prescrizione del reato, eliminando ogni effetto penale per L'Imputato.
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Assorbimento del reato nel patteggiamento: no al proscioglimento
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato contro la sentenza di patteggiamento. L'imputato lamentava la mancata pronuncia di proscioglimento per un reato di detenzione d'armi, sostenendo che non fosse stato applicato l'art. 129 c.p.p. La Suprema Corte ha chiarito che il reato in questione era già stato correttamente assorbito nel reato più grave relativo all'arma clandestina, senza alcuna quantificazione di pena autonoma. Di conseguenza, l'assorbimento del reato nel patteggiamento esclude la necessità di un'ulteriore pronuncia di proscioglimento. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: sanzionato l’imputato
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un imputato. Il ricorrente lamentava la mancanza di motivazione riguardo al mancato proscioglimento immediato. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che l'atto di appello precedente si concentrava esclusivamente sul profilo sanzionatorio, confermando implicitamente la responsabilità penale. Inoltre, il ricorso è risultato del tutto generico, privo di elementi concreti che potessero giustificare una decisione di proscioglimento. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto il ricorso, condannando l'imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Resistenza a pubblico ufficiale: condanna confermata e multa
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per i reati di lesioni personali e resistenza a pubblico ufficiale. L'imputato lamentava la mancata pronuncia di un proscioglimento immediato. Tuttavia, i giudici hanno rilevato che l'uomo, nel precedente grado di giudizio, aveva contestato soltanto l'entità della pena e non la propria colpevolezza. Di conseguenza, i motivi del ricorso in Cassazione sono stati ritenuti del tutto generici e infondati, poiché la responsabilità penale era ormai accertata e non più discutibile. La Suprema Corte ha quindi confermato la condanna, obbligando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: quando l’accordo è definitivo
L'Imputato, accusato di reati tributari, ha concordato una pena con il pubblico ministero. Successivamente, ha proposto un ricorso per Cassazione lamentando il mancato proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che, per i patteggiamenti successivi al 2017, la legge limita strettamente i motivi per cui si può fare ricorso. L'Imputato ha sollevato contestazioni non consentite dalla norma e non ha indicato elementi concreti a supporto della propria tesi. Di conseguenza, la Corte ha respinto il ricorso e ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro a favore della Cassa delle Ammende.
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