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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
L'Imputato ha concordato in secondo grado la rideterminazione della pena per i reati contestati. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello limita la cognizione del giudice di secondo grado ai soli punti non rinunciati. Di conseguenza, la Corte d'appello non deve motivare nuovamente sulla responsabilità penale se l'imputato vi ha rinunciato per accordarsi sulla pena. Inoltre, l'accordo processuale liberamente stipulato non può essere modificato unilateralmente con un successivo ricorso, salvo il caso di pena illegale. L'Imputato perde la causa ed è condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato: salvi dall’intrusione in base militare
Tre soggetti venivano condannati per essersi introdotti a bordo di un'auto nella base navale della Marina Militare senza autorizzazione. Gli imputati proponevano ricorso in Cassazione contestando la mancanza dell'elemento soggettivo. La Suprema Corte, rilevando la non manifesta infondatezza del ricorso, ha dichiarato l'estinzione della contravvenzione per intervenuta prescrizione del reato. Poiché il fatto risaliva al 2018 e il termine massimo di cinque anni era decorso il 29 maggio 2023, calcolando anche i periodi di sospensione dovuti all'emergenza pandemica e ai rinvii della difesa, i giudici hanno annullato la sentenza di condanna senza rinvio.
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Inammissibilità dell’appello: niente prescrizione per il condannato
Il Tribunale condanna un automobilista per diverse violazioni penali e stradali. L'automobilista propone appello, ma la Corte d'appello lo dichiara inammissibile per la genericità dei motivi presentati. L'imputato ricorre quindi in Cassazione, sostenendo che i giudici avrebbero dovuto rilevare l'avvenuta prescrizione dei reati durante il secondo grado. La Corte di Cassazione respinge il ricorso, confermando che l'inammissibilità dell'appello impedisce la nascita di un valido rapporto processuale. Di conseguenza, i giudici non possono dichiarare la prescrizione maturata successivamente né riesaminare la colpevolezza. La ricorrente viene condannata a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento in appello: quando l’accordo vieta il ricorso
Tre imputati venivano condannati per la fabbricazione e detenzione illegale di materiali esplosivi, rinvenuti in un ristorante e in un laboratorio adiacente. Uno dei condannati concordava la pena in secondo grado tramite il cosiddetto patteggiamento in appello. Successivamente, tutti proponevano ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili tutti i ricorsi. Ha chiarito che, in caso di patteggiamento in appello, il giudice non deve motivare sul mancato proscioglimento d'ufficio e la pena concordata non è modificabile unilateralmente. Inoltre, i ricorsi degli altri coimputati sono stati ritenuti generici e non è stato possibile richiedere per la prima volta in Cassazione la sospensione condizionale della pena, non essendo stata domandata in appello. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo cancella il ricorso successivo
L'Imputato, condannato per ricettazione e porto di arma clandestina, ha concordato la pena in secondo grado rinunciando ai motivi di gravame. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata motivazione della Corte d'appello sul mancato proscioglimento d'ufficio. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello limita la cognizione del giudice ai soli motivi non rinunciati. Di conseguenza, l'accordo sulla pena preclude la possibilità di sollevare in Cassazione questioni rinunciate, sollevando il giudice di secondo grado dall'obbligo di motivare sul mancato proscioglimento. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che costa caro
Due imputati, condannati dal Tribunale di Ravenna per furto aggravato e ricettazione a seguito di patteggiamento, hanno presentato ricorso in Cassazione. I ricorrenti lamentavano la mancanza di motivazione da parte del giudice di merito sulla mancata pronuncia di un immediato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è ammesso solo in casi tassativi stabiliti dalla legge. La contestazione sulla mancata motivazione del proscioglimento non rientra tra questi motivi eccezionali. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto le richieste dei condannati, obbligandoli al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: quando l’accordo è definitivo
L'Imputato ha concordato una pena per i reati di truffa e indebito utilizzo di carte di credito. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando che il giudice non avesse motivato adeguatamente sull'assenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro il patteggiamento è limitato per legge a casi tassativi e non può riguardare la generica mancata verifica delle cause di proscioglimento. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per rapina e porto d'armi. L'imputato aveva concordato la pena in appello ma ha poi proposto ricorso lamentando la mancata valutazione dei presupposti per il proscioglimento. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, l'impugnazione è limitata esclusivamente a vizi sulla formazione della volontà delle parti, al consenso del pubblico ministero o a difformità della decisione rispetto all'accordo. Di conseguenza, le contestazioni sulla mancata assoluzione d'ufficio sono inammissibili. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e ricorso: l’accordo sulla pena non si cancella
L'Imputata ha concordato l'applicazione della pena per il reato di rapina aggravata in concorso. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando l'errata qualificazione giuridica del fatto e la mancata applicazione delle cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento, i motivi di impugnazione sono tassativi e limitati dalla legge. La contestazione sulla qualificazione giuridica è ammessa solo se l'errore è evidente e non opinabile. Di conseguenza, l'accordo originario sulla pena rimane valido e l'imputata è stata condannata a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Sottrazione di beni pignorati: la fuga degli animali costa caro
Il Proprietario dell'Azienda Agricola è stato condannato per il reato di sottrazione di beni pignorati per aver trasferito senza autorizzazione gli animali pignorati e per non essersi fatto trovare nel giorno stabilito per la vendita giudiziaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Proprietario dell'Azienda Agricola poiché generico e basato su questioni di fatto. L'inammissibilità del ricorso ha precluso anche la possibilità di dichiarare la prescrizione del reato, maturata successivamente alla sentenza d'appello. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato: perché la Cassazione blocca i ricorsi
L'Imputato, condannato per furto, truffa e associazione per delinquere, ha impugnato la sentenza d'appello lamentando una carenza di motivazione sull'esistenza dell'associazione criminosa. La Corte d'Appello aveva già dichiarato la prescrizione del reato per l'associazione e le truffe, riducendo la pena per i furti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che, in presenza della prescrizione del reato, non è possibile lamentare vizi di motivazione in sede di legittimità. Un eventuale annullamento con rinvio contrasterebbe infatti con l'obbligo di immediata declaratoria di estinzione del reato. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Frode assicurativa: condanna annullata se la notifica è nulla
L'Imputato era stato condannato per il reato di frode assicurativa, consumatosi nel 2015 con la ricezione della richiesta di risarcimento da parte della compagnia. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata notifica della citazione in appello presso il domicilio dichiarato, eseguita invece direttamente al difensore d'ufficio con cui non aveva rapporti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando che l'omessa notifica ha tenuto l'imputato all'oscuro del processo. Di conseguenza, i giudici hanno annullato la sentenza penale senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato. Hanno inoltre annullato le statuizioni civili, rinviando la questione al giudice civile competente per un nuovo esame.
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Interposizione fittizia: il piano fallisce ma salva dalla condanna
Due soggetti venivano accusati di tentata interposizione fittizia per aver cercato di intestare un'attività di scommesse a un prestanome, al fine di nascondere la loro reale gestione. La Questura aveva però respinto la richiesta di licenza, impedendo la realizzazione del piano. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna senza però fornire alcuna motivazione su questo specifico punto. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso per mancanza di motivazione, ha rilevato che nel frattempo il reato era caduto in prescrizione. Non essendoci prove evidenti di innocenza immediata, la Suprema Corte ha annullato la sentenza senza rinvio, dichiarando l'estinzione del reato.
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Prescrizione del reato di ricettazione: no a sconti sui tempi
L'Imputata era accusata di ricettazione e commercio di prodotti con marchi contraffatti. Il Tribunale di primo grado ha dichiarato estinto il reato per intervenuta prescrizione, riqualificando il fatto come ricettazione di lieve entità e considerandola erroneamente una fattispecie autonoma di reato con tempi di prescrizione più brevi. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la ricettazione di lieve entità non è un reato autonomo ma una circostanza attenuante. Di conseguenza, il calcolo per la prescrizione del reato di ricettazione deve basarsi sulla pena del reato base, non su quella attenuata. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza, rinviando il caso alla Corte di appello per un nuovo giudizio.
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Reato di ricettazione: il ruolo in azienda decide la condanna
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di due soggetti accusati del reato di ricettazione a seguito del ritrovamento di merce rubata all'interno di un rimorchio aziendale. Il Primo Ricorrente ha contestato la condanna evidenziando la mancanza di prove sul suo ruolo direttivo nell'impresa e sulla disponibilità del piazzale. La Suprema Corte ha accolto il suo ricorso, annullando la sentenza con rinvio, poiché i giudici d'appello non hanno motivato la sua effettiva responsabilità aziendale. Al contrario, il ricorso del Secondo Ricorrente è stato dichiarato inammissibile: a fronte di una già pronunciata prescrizione del reato, egli non ha dimostrato l'evidenza immediata della propria innocenza, requisito necessario per ottenere un proscioglimento nel merito anziché la semplice estinzione del reato per decorso del tempo.
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Impugnazione del patteggiamento: l’accordo non si cancella
L'Imputato, condannato dal GUP di Torino per i reati di rapina impropria e lesioni personali aggravate a seguito di patteggiamento, ha proposto ricorso per cassazione. Il ricorrente lamentava la mancata pronuncia di una sentenza di assoluzione e l'omessa verifica dell'assenza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è strettamente limitata dalla legge a casi tassativi, tra cui non rientra la verifica della mancata assoluzione d'ufficio. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: i limiti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione contro patteggiamento proposto da due soggetti condannati per rapina aggravata e altri reati. I ricorrenti contestavano l'applicazione di un'aggravante e la quantificazione della pena concordata. La Suprema Corte ha chiarito che, dopo l'introduzione dell'articolo 448-bis del codice di procedura penale, i motivi per proporre il ricorso per cassazione contro patteggiamento sono tassativi. Non è possibile contestare la motivazione del giudice sul mancato proscioglimento o la misura della pena concordata, a meno che non si tratti di una pena totalmente illegale. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibile il ricorso per cassazione contro patteggiamento
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal GIP per i reati di associazione a delinquere e truffa aggravata. La difesa ha lamentato la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione contro patteggiamento è limitato a casi tassativi stabiliti dalla legge. Tra questi non rientra la contestazione sulla mancata motivazione circa l'insussistenza di cause di proscioglimento. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: nessun avviso se il ricorso è vietato
Il Ricorrente ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto, lamentando il mancato avviso al proprio difensore dell'udienza in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in caso di impugnazione contro una sentenza di concordato in appello basata su motivi non consentiti, come la richiesta di applicazione di cause di non punibilità, la Cassazione decide de plano, ovvero senza formalità e senza obbligo di avviso alle parti. Di conseguenza, non vi è stato alcun errore procedurale. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Termine a comparire violato: prescrizione cancella la condanna
L'Imputato, condannato in primo grado per truffa aggravata, propone ricorso in Cassazione lamentando la violazione del termine a comparire per il giudizio d'appello. La citazione era stata infatti notificata solo sedici giorni prima dell'udienza, violando il termine minimo di venti giorni previsto dalla legge. Nonostante la tempestiva eccezione della difesa, la Corte d'Appello aveva proceduto in sua assenza. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso rilevando la nullità della citazione. Tuttavia, i giudici constatano che nel frattempo è maturata la prescrizione del reato. Applicando il principio per cui la causa estintiva prevale sulle nullità processuali in assenza di prove evidenti di innocenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata. L'Imputato ottiene così la cancellazione della condanna.
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