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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Concordato in appello: l’accordo preclude il ricorso successivo
L'Imputato ha concordato una riduzione della pena in secondo grado tramite lo strumento del concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla sua responsabilità penale e sul diniego delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando si stipula un concordato in appello, l'imputato rinuncia ai motivi di impugnazione originari. Di conseguenza, la Corte d'appello non deve motivare nuovamente sulla colpevolezza, poiché la cognizione del giudice resta limitata ai soli punti oggetto dell'accordo. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: i limiti del patto
L'Imputato ha concordato con il pubblico ministero una pena di quattro anni di reclusione e duemila euro di multa per i reati di rapina aggravata ed evasione. Successivamente, il difensore dell'Imputato ha proposto un ricorso per cassazione contro patteggiamento, lamentando la mancanza di motivazione sulla determinazione della pena e sulla mancata esclusione della recidiva. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, il ricorso per cassazione contro patteggiamento è ammesso solo per motivi tassativi, come l'illegalità della pena o vizi sulla volontà dell'imputato. Non è invece possibile contestare la motivazione sulla misura della pena concordata dalle parti. L'Imputato perde la causa e viene condannato a pagare le spese processuali e tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso per cassazione dopo patteggiamento: limiti e regole
Due imputati, dopo aver concordato la pena con il pubblico ministero tramite patteggiamento, hanno proposto ricorso per cassazione lamentando la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, chiarendo che il ricorso per cassazione dopo patteggiamento è limitato per legge a tassativi motivi formali e sostanziali. Tra questi non rientra il difetto di motivazione sulle cause di proscioglimento, salvo che l'innocenza emerga in modo evidente e immediato dagli atti. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e della sanzione pecuniaria.
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Impugnazione del patteggiamento: l’accordo penale non si cancella
L'Imputato ha concordato con il Pubblico Ministero una pena di un anno e otto mesi di reclusione per i reati contestati. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata verifica di cause di proscioglimento da parte del Tribunale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è strettamente limitata dalla legge a casi tassativi, come i vizi della volontà o l'illegalità della pena. La contestazione sulla mancata pronuncia di proscioglimento immediato non rientra tra i motivi ammissibili. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricettazione di assegni: condanna anche se il conto è chiuso
L'Imputato ha acquistato arredi per il proprio ristorante pagando una parte con bonifico e il saldo con due assegni rubati e firmati falsamente, collegati a un conto corrente chiuso da sette anni. La Corte d'appello lo ha condannato per il reato di ricettazione di assegni e ha dichiarato prescritto il reato di truffa. L'Imputato ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che gli assegni fossero privi di valore economico poiché il conto era chiuso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno chiarito che la ricettazione di assegni si configura anche se il titolo è inesigibile, poiché il reato richiede solo il dolo specifico (l'intenzione di trarre profitto) e non l'effettivo incasso della somma. Inoltre, l'assegno mantiene un valore autonomo legato alla sua circolazione.
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Effetto estensivo dell’impugnazione: annullata la disparità
Un uomo e una donna vengono condannati in primo grado per truffa in concorso. La donna presenta appello contestando la sussistenza del fatto. Successivamente, la vittima decide di ritirare la denuncia (remissione di querela) nei confronti della donna, determinando l'estinzione del suo reato. La Corte di Appello nega però lo stesso beneficio all'uomo, non appellante, confermando la sua condanna. L'uomo ricorre in Cassazione chiedendo l'applicazione dell'effetto estensivo dell'impugnazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso: poiché i motivi d'appello della donna riguardavano l'inesistenza del fatto (motivi oggettivi e non personali), l'effetto estensivo dell'impugnazione opera pienamente. La Cassazione annulla quindi la condanna senza rinvio anche per l'uomo, dichiarando il reato estinto per remissione di querela.
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Concordato in appello: firma l’accordo ma il ricorso fallisce
L'Imputato, condannato per rapina pluriaggravata, ha concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando che la Corte d'appello non avesse valutato i presupposti per il suo immediato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, una volta raggiunto l'accordo sulla pena, non è possibile contestare la mancata valutazione del proscioglimento, a meno che non si tratti di una prescrizione del reato già maturata in precedenza. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena vieta i ripensamenti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per rapina che, dopo aver concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello, ha tentato di contestare la mancata applicazione del proscioglimento immediato. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'accordo limita fortemente i motivi di impugnazione successivi. Chi sceglie questa strada non può lamentarsi della mancata valutazione delle cause di proscioglimento o di vizi sulla pena, a meno che la sanzione non sia del tutto illegale o fuori dai limiti di legge. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione personale: inammissibile senza avvocato
Un cittadino, condannato per truffa nei precedenti gradi di giudizio, ha presentato un ricorso per cassazione personale per contestare la decisione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, a seguito delle riforme legislative, l'imputato non può più firmare e depositare autonomamente l'atto di impugnazione davanti alla Suprema Corte. Questa attività spetta esclusivamente a un avvocato abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori (cassazionista). Di conseguenza, il ricorrente ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Sentenza di patteggiamento: l’accordo preclude la Cassazione
Il G.I.P. del Tribunale di Padova applicava all'Imputato la pena concordata per i reati di rapina e sequestro di persona. L'Imputato proponeva ricorso per Cassazione lamentando la mancata pronuncia di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che contro la sentenza di patteggiamento non è possibile denunciare la mancata valutazione dei presupposti per il proscioglimento immediato, poiché la richiesta di patteggiamento implica l'ammissione del fatto e la rinuncia a contestare le accuse. La Corte ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: da colpevole a multato
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un uomo condannato per il reato di rapina. L'imputato contestava la mancata assoluzione, il calcolo della pena e l'applicazione della recidiva. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato che il ricorso era del tutto generico e privo dei requisiti di specificità richiesti dalla legge. In presenza di una "doppia conforme" (ossia due sentenze di condanna identiche nei primi due gradi), il ricorrente non ha indicato quale causa di non punibilità il giudice d'appello avrebbe dovuto applicare. Di conseguenza, la Cassazione ha respinto il ricorso, condannando l'uomo al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Danneggiamento: inammissibilità del ricorso per cassazione
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di danneggiamento inflitta a un cittadino, dichiarando l'inammissibilità del ricorso per cassazione. L'imputato aveva impugnato la sentenza della Corte d'Appello chiedendo il proscioglimento immediato, ma ha presentato motivi d'appello del tutto generici. I giudici di legittimità hanno rilevato che il ricorso non conteneva la specifica indicazione delle ragioni di diritto e dei punti della decisione criticati, violando le regole del codice di procedura penale. Di conseguenza, oltre a respingere il ricorso, la Suprema Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle ammende per aver presentato un'impugnazione palesemente carente dei requisiti minimi di legge.
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Concordato in appello: l’accordo che vieta i ripensamenti
L'Imputato, condannato per rapina, ricettazione, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, aveva concordato una riduzione della pena in secondo grado tramite lo strumento del concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la congruità della pena con motivi del tutto generici. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, una volta siglato il concordato in appello, l'imputato non può contestare la misura della pena concordata, a meno che questa non sia illegale o vi siano vizi nella formazione della volontà delle parti. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Frode assicurativa: condanna definitiva per il falso sinistro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di frode assicurativa nei confronti di una conducente che aveva denunciato un falso sinistro stradale. La difesa sosteneva la tardività della querela e l'assenza di prove sufficienti. I giudici hanno chiarito che il termine per presentare la querela decorre solo dal momento in cui la persona offesa acquisisce piena certezza della natura fraudolenta del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando la responsabilità penale dell'imputata e il diniego delle attenuanti generiche, giustificato dall'intensità del dolo e dalla totale assenza di pentimento. L'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali, di una sanzione pecuniaria e al risarcimento delle spese legali in favore della compagnia assicurativa.
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Dolo eventuale nella ricettazione: quando il rischio costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per ricettazione nei confronti di un soggetto trovato in possesso di beni di provenienza illecita. L'imputato chiedeva la riqualificazione del fatto nel meno grave reato di incauto acquisto. I giudici hanno chiarito che sussiste il dolo eventuale nella ricettazione quando l'acquirente accetta consapevolmente il rischio dell'origine illecita del bene, non limitandosi a una semplice disattenzione. È stata inoltre negata la particolare tenuità del fatto a causa dei precedenti penali dell'uomo e dei suoi collegamenti con la criminalità. Infine, la Suprema Corte ha precisato che, per il calcolo della prescrizione della ricettazione attenuata, si deve fare riferimento alla pena del reato base. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: confermata la condanna
La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per cassazione presentato da un cittadino condannato per tentata estorsione. L'imputato lamentava il mancato proscioglimento d'ufficio, ma ha proposto motivi di ricorso del tutto generici, senza contestare in modo specifico e logico le motivazioni della sentenza d'appello. Di conseguenza, i giudici di legittimità hanno respinto il ricorso, confermando la condanna e sanzionando il ricorrente con il pagamento delle spese processuali e di una somma di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Utilizzo indebito di carte di credito: il video lo incastra
Il caso riguarda Il Ricorrente, condannato per furto e utilizzo indebito di carte di credito. L'uomo era stato filmato dalle telecamere di sicurezza mentre prelevava denaro da uno sportello automatico usando tessere rubate. La difesa ha contestato la qualità delle immagini e il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche, oltre a invocare la mancanza di querela a seguito di riforme legislative. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il riconoscimento fotografico effettuato dalle forze dell'ordine era pienamente attendibile e che l'inammissibilità del ricorso impedisce di rilevare l'eventuale mancanza di querela, poiché non si è instaurato un valido rapporto processuale. Il Ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Errore di notifica e prescrizione del reato: annullata condanna
L'Imputato era stato condannato per tentato furto in abitazione commesso nel 2013. Egli ha proposto ricorso in Cassazione lamentando un vizio di notifica, in quanto il decreto di citazione in appello era stato indirizzato a un avvocato diverso rispetto al proprio difensore di fiducia. La Suprema Corte ha ritenuto fondato il ricorso, escludendone l'inammissibilità. Di conseguenza, non potendo pronunciare un'assoluzione immediata per mancanza di prove evidenti e immediate di innocenza, i giudici hanno rilevato il decorso del tempo massimo consentito dalla legge. La Corte ha quindi disposto l'annullamento senza rinvio della sentenza impugnata per intervenuta prescrizione del reato, estinguendo ogni effetto penale a carico dell'imputato.
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Prescrizione del reato: l’assoluzione negata senza prove evidenti
Un pubblico ufficiale, accusato di falsità ideologica e abusi edilizi, riceve una sentenza di non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato. Non avendo rinunciato alla causa di estinzione, il soggetto propone ricorso per cassazione lamentando vizi di motivazione per ottenere un'assoluzione nel merito. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, per superare la prescrizione del reato e ottenere l'assoluzione, l'imputato deve dimostrare in modo evidente e incontestabile l'innocenza dagli atti di causa. La semplice contestazione della motivazione non è sufficiente. Di conseguenza, il ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato non si tocca
L'Imputato ha concordato con il pubblico ministero una pena di otto mesi di reclusione e duemila euro di multa per un reato in materia di stupefacenti. Successivamente, la difesa ha proposto ricorso per Cassazione lamentando che il giudice non avesse verificato l'eventuale presenza di cause di proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, l'impugnazione della sentenza di patteggiamento è limitata a casi tassativi, tra i quali non rientra la mancata verifica delle cause di proscioglimento. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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