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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Concordato in appello: la Cassazione blocca i ricorsi successivi
L'Imputato ha concordato la pena in secondo grado per un reato legato agli stupefacenti. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata valutazione di possibili cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello comporta una rinuncia preventiva alle questioni non concordate, precludendo qualsiasi contestazione successiva anche in sede di legittimità. Di conseguenza, l'accordo preclude la possibilità di sollevare questioni sulle cause di non punibilità. L'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per Cassazione contro patteggiamento: l’accordo è blindato
L'Imputato ha concordato con il pubblico ministero l'applicazione della pena per una violazione del Codice della Strada. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione contro patteggiamento, lamentando che il giudice non avesse verificato l'esistenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la legge limita rigorosamente i motivi di impugnazione contro le sentenze di patteggiamento. Non è possibile contestare la mancata verifica delle cause di proscioglimento se non si rientra nei casi tassativi previsti dal codice di procedura penale. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento in appello: l’accordo che impedisce il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato straniero condannato per reati di droga. L'imputato aveva concordato la pena in secondo grado tramite il cosiddetto patteggiamento in appello. Successivamente, ha proposto ricorso contestando la misura della pena e l'ordine di espulsione. I giudici di legittimità hanno chiarito che l'accordo sulla pena preclude qualsiasi successiva contestazione unilaterale sulla quantificazione della sanzione, salvo il caso di pena illegale. Inoltre, la questione dell'espulsione non poteva essere sollevata in Cassazione poiché non era stata oggetto dei motivi di appello. L'imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato in secondo grado per reati sugli stupefacenti. L'imputato aveva concordato la pena in appello tramite lo strumento del concordato in appello, rinunciando implicitamente agli altri motivi di impugnazione. Successivamente, ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata riqualificazione del fatto in un'ipotesi di minore gravità. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'accordo sulla pena preclude la possibilità di contestare la qualificazione giuridica del fatto in sede di legittimità, a meno che questa non risulti palesemente assurda o eccentrica rispetto all'accusa. Di conseguenza, l'imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: inammissibile il ricorso senza motivi
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un imputato condannato per reati in materia di armi e stupefacenti. La Corte d'Appello aveva rideterminato la pena in seguito a un concordato in appello. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione senza però indicare i motivi dell'impugnazione. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia ai motivi sulla responsabilità penale. Di conseguenza, il giudice d'appello non deve motivare il mancato proscioglimento d'ufficio. La Cassazione ha quindi respinto il ricorso con rito semplificato, condannando il ricorrente al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Turbativa d’asta: la prescrizione non salva dal risarcimento
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità civile di tre soggetti coinvolti in un sistema di accordi collusivi per l'affidamento dei servizi di igiene urbana in due Comuni. Tra i ricorrenti figurano il Presidente e un membro della commissione giudicatrice, accusati di aver favorito una specifica ditta, e il legale rappresentante di un'altra società che aveva fornito i requisiti tramite avvalimento. Nonostante la dichiarazione di prescrizione per i reati penali di turbativa d'asta, la Suprema Corte ha rigettato i ricorsi, confermando le statuizioni civili e la condanna al risarcimento dei danni in favore delle amministrazioni comunali. La decisione ribadisce che la turbativa d'asta è un reato di pericolo, per il quale non occorre la prova di un danno economico effettivo, ma basta l'alterazione della regolarità della gara.
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Tentato furto in garage: il cacciavite smentisce il rifugio
L'Imputato è stato condannato per tentato furto e porto di oggetti atti ad offendere dopo essere stato sorpreso in un garage condominiale con un cacciavite dalla punta piegata, usato per forzare la pulsantiera di un box. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione sostenendo che il suo unico intento fosse trovare un riparo per la notte e consumare sostanze stupefacenti, escludendo la volontà di rubare. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno evidenziato che i motivi di ricorso riproducevano genericamente le difese già respinte in appello, senza contestare validamente le prove raccolte, come il possesso dello strumento da scasso in un luogo insolito. Di conseguenza, la condanna è stata confermata e l'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali.
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Ricorso per Cassazione contro patteggiamento: limiti e sanzioni
Il GIP del Tribunale di Bergamo ha applicato a L'Imputato la pena concordata di due anni e tre mesi di reclusione per reati in materia di stupefacenti. L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata verifica di cause di proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. Con l'entrata in vigore della riforma Orlando, il ricorso per Cassazione contro patteggiamento è limitato a motivi tassativi, tra cui non rientra la mancata verifica delle cause di proscioglimento d'ufficio. Di conseguenza, la Cassazione ha confermato la condanna e ha sanzionato il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato in secondo grado a seguito di concordato in appello per reati sugli stupefacenti. L'imputato lamentava la mancata valutazione di possibili cause di proscioglimento. La Suprema Corte ha chiarito che l'accordo sulla pena (concordato in appello) comporta la rinuncia preventiva a far valere questioni non concordate, precludendo qualsiasi successivo ricorso per cassazione su tali punti. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena è irrevocabile
L'Imputata, condannata in secondo grado per reati di droga, ha concordato una pena di dieci mesi di reclusione e duemila euro di multa. Successivamente, ha presentato ricorso in Cassazione contestando la misura della pena e lamentando vizi di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che il concordato in appello costituisce un accordo vincolante che non può essere modificato unilateralmente. Le uniche contestazioni ammissibili riguardano vizi nella formazione della volontà delle parti o l'illegalità della pena applicata, elementi assenti nel caso di specie. Di conseguenza, l'accordo originario rimane valido e l'imputata è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: la condanna per il ricorso fai-da-te
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati personalmente da due soggetti condannati a seguito di patteggiamento. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento non può essere presentato direttamente dalla parte senza l'assistenza di un difensore abilitato al patrocinio in Cassazione. Inoltre, i motivi di impugnazione sollevati, relativi al mancato proscioglimento, non rientrano nei casi tassativi previsti dalla legge per contestare l'accordo sulla pena. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: quando l’accordo diventa definitivo
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto da un cittadino condannato per reati di droga a seguito di patteggiamento. L'imputato aveva contestato la qualificazione del fatto e la mancata applicazione del proscioglimento immediato. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato per legge a casi tassativi. La contestazione sulla qualificazione giuridica è ammessa solo in presenza di un errore manifesto e macroscopico, escludendo ogni valutazione se vi sono margini di opinabilità. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena non si può impugnare
L'Imputato, condannato a sette anni di reclusione per reati in materia di stupefacenti, propone ricorso in Cassazione contestando la misura della pena stabilita tramite concordato in appello. La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che il concordato in appello costituisce un accordo liberamente stipulato tra le parti e ratificato dal giudice. Di conseguenza, tale patto non può essere modificato unilateralmente né contestato in sede di legittimità per motivi generici di mancanza di motivazione sulla pena. Le uniche contestazioni ammissibili riguardano i vizi nella formazione della volontà delle parti, la difformità della decisione rispetto all'accordo o l'illegalità della pena inflitta. L'Imputato perde il ricorso ed è condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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No al ricorso per Cassazione contro patteggiamento generico
L'Imputato, condannato a tre anni e sei mesi di reclusione per reati in materia di stupefacenti, ha concordato la pena tramite patteggiamento. Successivamente, ha proposto un ricorso per Cassazione lamentando una generica violazione di legge e vizi di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per Cassazione contro patteggiamento è strettamente limitato dalla legge. È possibile ricorrere solo per questioni legate alla volontà dell'imputato, alla mancata corrispondenza tra richiesta e sentenza, all'errore sulla qualificazione del reato o all'illegalità della pena. Poiché i motivi presentati dall'imputato erano generici e non rientravano in questi casi tassativi, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: limiti e sanzioni
L'Imputato ha concordato con il giudice una pena di oltre due anni di reclusione per diversi reati riuniti. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando un vizio di motivazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione contro patteggiamento è limitato per legge a tassativi motivi speciali, come l'illegalità della pena o l'errore sulla qualificazione del fatto. Non è invece ammesso contestare la motivazione generale della sentenza se questa rispetta l'accordo tra le parti. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: no ai ripensamenti in Cassazione
Il Giudice per le Indagini Preliminari ha applicato all'Imputato la pena concordata per il reato di ricettazione. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione, lamentando che il giudice non lo avesse prosciolto immediatamente. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. La legge limita rigidamente i motivi per presentare un ricorso contro patteggiamento. Tra questi motivi non rientra la mancata pronuncia di proscioglimento immediato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la sentenza e ha condannato l'Imputato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Avviso orale del Questore: guida senza patente non è reato
Un automobilista, sottoposto alla misura dell'avviso orale del Questore senza prescrizioni aggiuntive, veniva sorpreso alla guida di un'autovettura senza aver mai conseguito la patente. I giudici di merito lo condannavano a otto mesi di arresto, ritenendo violato il Codice Antimafia. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso, stabilendo che il semplice avviso orale del Questore non costituisce una vera e propria misura di prevenzione limitativa della libertà personale. Di conseguenza, la condotta di guida senza patente non integra un reato penale, ma costituisce solo un illecito amministrativo. La Suprema Corte ha quindi annullato la condanna senza rinvio perché il fatto non sussiste.
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Porto abusivo di armi: la prescrizione non salva il condannato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino condannato per il reato di porto abusivo di armi o oggetti atti ad offendere. L'imputato sosteneva che il reato fosse estinto per prescrizione e contestava la decisione di merito. I giudici hanno chiarito che il calcolo della prescrizione deve escludere i periodi di sospensione causati dai rinvii d'udienza richiesti dalla difesa. Di conseguenza, il reato non era prescritto. La Cassazione ha confermato la condanna a otto mesi di arresto e al pagamento dell'ammenda, condannando inoltre il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro in favore della Cassa delle Ammende.
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Revisione della sentenza di patteggiamento: limiti del contrasto
Il Ricorrente, condannato per associazione a delinquere tramite patteggiamento, ha richiesto la revisione della sentenza di patteggiamento a causa del contrasto con la successiva assoluzione di un coimputato per lo stesso reato. La Corte d'Appello ha dichiarato inammissibile la richiesta. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, rigettando il ricorso. I giudici hanno chiarito che il contrasto tra sentenze idoneo a giustificare la revisione deve riguardare una reale incompatibilità tra i fatti storici accertati, e non una diversa valutazione delle prove o un'assoluzione per insufficienza di prove del coimputato. Di conseguenza, la condanna originaria resta valida ed efficace.
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Estinzione del reato per prescrizione cancella la condanna
Tre cittadini venivano condannati a venti giorni di arresto per aver violato il foglio di via obbligatorio, ritornando nel Comune vietato. Uno dei tre moriva prima della sentenza d'appello, mentre per gli altri due il processo proseguiva fino alla Cassazione. La Suprema Corte ha chiarito che la morte dell'imputato comporta l'annullamento diretto della condanna. Per i restanti due ricorrenti, nonostante l'infondatezza di alcune contestazioni sulla regolarità del provvedimento amministrativo, la Cassazione ha rilevato il decorso del tempo massimo consentito dalla legge. Di conseguenza, la Corte ha pronunciato l'estinzione del reato per prescrizione per i sopravvissuti e l'estinzione per morte per il terzo, annullando la sentenza impugnata senza rinvio e liberando tutti i soggetti da ogni conseguenza penale.
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