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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Concordato in appello: lo sconto di pena esclude il ricorso
Un imputato ottiene una riduzione di pena in appello tramite il concordato in appello, rinunciando ai motivi di impugnazione. Successivamente, il suo difensore propone ricorso in Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sul mancato proscioglimento d'ufficio. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che, in caso di concordato in appello, il giudice di secondo grado non deve motivare l'assenza di cause di proscioglimento immediato, poiché la cognizione è limitata dall'accordo e dalla rinuncia ai motivi di appello. L'imputato viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Tentato furto: condanna annullata per difetto di querela
Tre soggetti sono stati condannati per il tentato furto aggravato di un motociclo parcheggiato in strada. Gli imputati hanno proposto ricorso in Cassazione evidenziando che la vittima aveva sporto solo una denuncia e non una formale querela. Con l'entrata in vigore della Riforma Cartabia, questo reato è diventato procedibile solo su querela di parte. Poiché sono decorsi i novanta giorni previsti dalla riforma senza che la persona offesa esprimesse la volontà di punire i colpevoli, la Corte di Cassazione ha annullato la condanna senza rinvio. La decisione si fonda sul difetto di querela, che rende il reato improcedibile in ogni stato e grado del processo, determinando la vittoria dei ricorrenti e la cancellazione della pena.
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Limiti ricorso patteggiamento: no ai ripensamenti dopo l’accordo
L'Imputato ha concordato una pena per reati di droga tramite patteggiamento. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando la mancata motivazione del giudice sulla mancanza di presupposti per il proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. La Corte ha chiarito i rigidi limiti ricorso patteggiamento: l'impugnazione della sentenza di applicazione della pena su richiesta è ammessa solo per motivi tassativi, quali i vizi della volontà, il difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, l'erronea qualificazione giuridica del fatto e l'illegalità della pena. La doglianza del ricorrente non rientrava in queste ipotesi, determinando l'inammissibilità del ricorso e la condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: quando l’accordo blocca l’appello
Il Ricorrente ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Giudice per l'udienza preliminare. Il soggetto lamentava la mancata verifica delle cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro il patteggiamento. I giudici hanno chiarito che la legge limita rigorosamente i motivi di impugnazione per questo tipo di sentenze, escludendo contestazioni generiche sulla motivazione o sulla mancata assoluzione immediata. Il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: i limiti invalicabili
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza che applicava la pena concordata (patteggiamento) per reati in materia di stupefacenti. La difesa lamentava la mancata motivazione sull'assenza di presupposti per il proscioglimento immediato e sulla mancata applicazione di sanzioni sostitutive. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro il patteggiamento è limitato per legge a motivi tassativi, come l'espressione della volontà, la discordanza tra richiesta e sentenza, l'errata qualificazione del fatto o l'illegalità della pena. Le contestazioni sollevate non rientravano in queste ipotesi. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: i limiti invalicabili
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale, lamentando che il giudice non avesse verificato l'assenza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro il patteggiamento è limitato per legge a casi tassativi e non può riguardare la mancata verifica delle cause di proscioglimento immediato. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: se firmi l’accordo non puoi ricorrere
Il Ricorrente, condannato in secondo grado per reati in materia di stupefacenti di lieve entità, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione della pena stabilita a seguito di concordato in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, quando si stipula un concordato in appello, le parti rinunciano a far valere in Cassazione le contestazioni sulla misura della pena, a meno che questa non sia palesemente illegale, ossia non prevista dalla legge o fuori dai limiti edittali. Di conseguenza, il Ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo che blocca i ricorsi
Il Ricorrente ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Tribunale di Bergamo che applicava la pena su richiesta delle parti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento non può basarsi sulla mancata verifica delle cause di proscioglimento, poiché la legge limita rigidamente i motivi di impugnazione per questo tipo di sentenze. Di conseguenza, il cittadino ha perso la causa ed è stato condannato a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Condanna cancellata: la remissione di querela salva l’imputato
L'Imputato era stato condannato per furto aggravato, danneggiamento e porto abusivo di coltelli. Durante il giudizio di Cassazione, emerge che le vittime hanno formalizzato la remissione di querela per i reati di furto e danneggiamento. La Suprema Corte, applicando le novità della Riforma Cartabia che ha trasformato tali reati da procedibili d'ufficio a procedibili a querela, accoglie il ricorso. La remissione di querela, ritualmente accettata, estingue i reati di furto e danneggiamento. Inoltre, la Cassazione rileva che il reato di porto d'armi si era già estinto per prescrizione prima della sentenza d'appello. Di conseguenza, la Corte annulla senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'estinzione di tutti i reati e ponendo le spese processuali a carico dell'imputato.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo preclude i ripensamenti
Tre imputati hanno concordato l'applicazione della pena per lesioni personali e porto abusivo d'armi. Successivamente, il loro difensore ha proposto ricorso per cassazione, lamentando che il giudice non avesse adeguatamente motivato l'assenza di presupposti per un immediato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ribadendo che il ricorso contro patteggiamento è rigidamente limitato dalla legge. Non è possibile contestare la mancata pronuncia di proscioglimento immediato tramite questo strumento, se non nei casi tassativi previsti dal codice. Di conseguenza, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato di lesioni: niente pena ma resta il danno
L'Imputato era accusato di lesioni personali dolose commesse nel maggio 2012 ai danni della Persona Offesa. La Corte di Appello, nel giudizio di rinvio del 2021, aveva omesso di dichiarare l'estinzione del reato, nonostante il termine di sette anni e sei mesi fosse ampiamente decorso nel novembre 2019. L'Imputato ha quindi proposto ricorso per Cassazione. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, evidenziando che la prescrizione del reato si era già perfezionata prima della sentenza d'appello impugnata. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la condanna penale per intervenuta prescrizione del reato, disponendo però il rinvio al giudice civile competente per valutare le domande di risarcimento del danno avanzate dalla parte civile.
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Integrazione istruttoria d’ufficio: no alla condanna ingiusta
Un cittadino straniero, condannato dal Giudice di Pace per soggiorno illegale, aveva depositato tardivamente un contratto di lavoro e un permesso provvisorio che dimostravano la sua regolarizzazione. Il giudice aveva ignorato tali documenti poiché presentati dopo la chiusura del dibattimento. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'imputato, stabilendo che il giudice ha il dovere di procedere all'integrazione istruttoria d'ufficio quando i documenti tardivi sono decisivi per dimostrare l'estinzione del reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza di condanna e ha rinviato il caso al Giudice di Pace di Avellino per un nuovo esame dei documenti.
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Attenuanti generiche negate nel silenzio: la Cassazione annulla
Il Ricorrente, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, veniva condannato per aver violato il divieto di possedere telefoni cellulari. In sede di appello, la difesa richiedeva la concessione delle attenuanti generiche, evidenziando la buona condotta e la modesta gravità del fatto. La Corte d'Appello riduceva la pena applicando la continuazione con altri reati, ma ometteva completamente di motivare il diniego delle attenuanti generiche. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso per carenza di motivazione. Poiché il ricorso non era inammissibile, il termine di prescrizione ha continuato a decorrere, maturando definitivamente. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per intervenuta prescrizione del reato.
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Induzione indebita a dare o promettere utilità: sì al danno
Un funzionario di un ente pubblico ha indotto un imprenditore a consegnargli somme di denaro e a eseguire lavori gratuiti per ottenere pagamenti rapidi. La Corte di Appello ha riqualificato il fatto come induzione indebita a dare o promettere utilità, dichiarando il reato prescritto ma confermando il risarcimento dei danni. Il funzionario ha fatto ricorso in Cassazione chiedendo l'assoluzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno stabilito che la prescrizione impedisce l'assoluzione se l'innocenza non è evidente a prima vista. Inoltre, la riqualificazione del reato non cancella il diritto della vittima al risarcimento del danno. Vince l'imprenditore, mentre il funzionario deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo blocca il ricorso in Cassazione
Il caso riguarda un imputato che, dopo aver definito il procedimento di secondo grado tramite un concordato in appello, ha proposto ricorso per cassazione. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena (concordato in appello) comporta la rinuncia preventiva a far valere questioni sulla responsabilità penale. Questa rinuncia ha un effetto preclusivo totale, impedendo non solo al giudice d'appello ma anche alla stessa Corte di Cassazione di riesaminare il merito della colpevolezza. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Prescrizione del reato: errore del PM salva gli imputati
Due imputati erano stati condannati per lesioni personali lievi commesse nel 2014. La difesa ha impugnato la condanna eccependo la prescrizione del reato, maturata prima della sentenza di primo grado. Il Tribunale aveva erroneamente ritenuto che la richiesta di riunione di due procedimenti duplicati avesse sospeso il decorso del tempo. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che l'errore del pubblico ministero nella duplicazione dei fascicoli non può penalizzare gli imputati. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione del reato e revocando anche i risarcimenti civili.
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Furto aggravato: le telecamere non salvano il ladro
L'Imputato è stato condannato per il reato di furto aggravato dall'esposizione a pubblica fede per aver sottratto un lettino da mare esposto all'esterno delle casse di un supermercato. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, sostenendo che la presenza di telecamere di sorveglianza escludesse l'aggravante e che il reato fosse prescritto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la videosorveglianza non esclude l'esposizione a pubblica fede, poiché funge da mero ausilio per identificare il colpevole a posteriori e non impedisce l'azione criminosa in tempo reale. Di conseguenza, l'inammissibilità del ricorso ha impedito anche la dichiarazione di prescrizione del reato. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Estinzione del reato per morte dell’imputato: stop alla condanna
Un cittadino era stato condannato per furto di energia elettrica ai danni di una società di fornitura. Dopo aver presentato ricorso in Cassazione tramite il proprio difensore, contestando vizi di notifica e la validità degli accertamenti tecnici, l'uomo è deceduto. Il difensore ha quindi depositato il certificato di morte chiedendo l'applicazione dell'articolo 129 del codice di procedura penale. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso e ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna. I giudici hanno stabilito che l'estinzione del reato per morte dell'imputato prevale su qualsiasi altra questione processuale, determinando l'immediata chiusura del procedimento penale in corso, senza possibilità di entrare nel merito delle accuse.
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Prescrizione del reato: niente assoluzione se la prova è dubbia
Il Direttore Generale di un istituto bancario, accusato di corruzione tra privati e violazione delle norme sul conflitto di interessi per aver agevolato finanziamenti a società amiche, ha impugnato la sentenza d'appello che dichiarava la prescrizione del reato. Il ricorrente sosteneva che, essendo terminata l'istruttoria dibattimentale, il giudice avrebbe dovuto assolverlo nel merito anziché limitarsi alla pronuncia di improcedibilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che la prescrizione del reato prevale sempre sul proscioglimento nel merito, a meno che dagli atti non emerga in modo evidente, immediato e indiscutibile l'innocenza dell'imputato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha confermato la decisione precedente e ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Serratura cambiata e senz’acqua: condanna per violenza privata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di violenza privata nei confronti di una comproprietaria che aveva arbitrariamente sostituito la serratura del locale contenente la cisterna dell'acqua condominiale. Tale condotta ha impedito ai vicini di usufruire liberamente della risorsa idrica comune. La difesa chiedeva la riqualificazione del fatto in esercizio arbitrario delle proprie ragioni o l'applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che l'inammissibilità del ricorso preclude l'applicazione della particolare tenuità del fatto e che la sostituzione della serratura configura pienamente il reato contestato, avendo privato i vicini del libero accesso all'acqua. Di conseguenza, l'imputata è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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