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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Anno 2023

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Prescrizione del reato: annullata la condanna per furto
Il caso riguarda Il Soggetto accusato del reato di furto aggravato commesso nel 2014. Dopo la condanna nei primi due gradi di giudizio, Il Soggetto ha proposto ricorso per Cassazione contestando, tra l'altro, un errore sulle proprie generalità anagrafiche e la mancata applicazione della particolare tenuità del fatto. La Suprema Corte ha chiarito che l'errore anagrafico non inficia il processo se l'identità fisica è certa. Tuttavia, accertata la non manifesta infondatezza del ricorso in merito alle riforme penali più favorevoli, i giudici hanno rilevato il decorso del tempo massimo per giudicare il fatto. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato la prescrizione del reato, annullando la condanna senza rinvio.
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Porto ingiustificato di coltello: condanna evitata per tempo
Uno studente veniva fermato con un coltello a serramanico nello zaino scolastico, destinato a usi leciti come tagliare la frutta. I giudici di merito dichiaravano la non punibilità per particolare tenuità del fatto. Lo studente proponeva ricorso in Cassazione per ottenere una formula di assoluzione più favorevole, contestando la sussistenza stessa del reato di porto ingiustificato di coltello. La Suprema Corte, ritenendo non inammissibili i motivi di ricorso, ha rilevato il decorso del tempo massimo stabilito dalla legge per perseguire il reato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l'estinzione del reato per intervenuta prescrizione. Il ricorrente ottiene così la cancellazione della precedente pronuncia.
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Tempestività della querela: l’errore materiale non chiude il caso
Il Giudice di Pace assolveva L'Imputato dal reato di lesioni personali ai danni de La Persona Offesa per incertezza sulla tempestività della querela. L'atto riportava infatti una data di presentazione antecedente al fatto di reato, configurando un evidente errore materiale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Procuratore Generale, stabilendo che il giudice non può limitarsi a constatare l'incertezza, ma deve esercitare i propri poteri officiosi per accertare la reale data di deposito della querela. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di proscioglimento, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo esame che verifichi la reale tempestività della querela.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che costa caro
L'Imputato ha concordato una pena per i reati di furto con strappo e indebito utilizzo di bancomat. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando la mancanza di motivazione del giudice sulla qualificazione giuridica dei fatti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento limitato per legge a casi tassativi, tra cui l'erronea qualificazione giuridica, ma non l'omessa motivazione su di essa. L'accordo di patteggiamento esonera infatti l'accusa dall'onere della prova e richiede solo una motivazione sintetica. L'Imputato stato condannato anche al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo che blocca il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da diversi soggetti condannati per l'importazione di circa dieci chili di cocaina da Santo Domingo, nascosti in un carico di marmo destinato a una società italiana. Tra i ricorrenti, alcuni avevano precedentemente optato per il concordato in appello. I giudici di legittimità hanno ribadito che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia ai motivi di merito, precludendo il ricorso in Cassazione se non per vizi sulla formazione della volontà. Per gli altri imputati, la Corte ha confermato l'inammissibilità dei ricorsi poiché basati sulla generica ripetizione dei motivi d'appello e sul tentativo di far rivalutare le prove di fatto, come le intercettazioni telefoniche. È stata inoltre confermata la confisca di un'auto di lusso per sproporzione rispetto ai redditi dichiarati. Tutti i ricorrenti sono stati condannati alle spese e a una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: lo sconto di pena impedisce il ricorso
Due imputati condannati per detenzione di stupefacenti ricorrono in Cassazione contestando la confisca di somme di denaro ritenute non collegate al reato. La Suprema Corte dichiara inammissibili i ricorsi. Il primo ricorrente non aveva sollevato la questione in appello, rendendola non più proponibile. Il secondo ricorrente aveva invece aderito al concordato in appello, rinunciando espressamente ai motivi di impugnazione. La sentenza ribadisce che il concordato in appello preclude la possibilità di contestare in Cassazione i punti oggetto di rinuncia, confermando la confisca e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: la Cassazione cancella la condanna
La Corte di Cassazione ha esaminato i ricorsi di tre soggetti condannati per spaccio di sostanze stupefacenti. Per il primo ricorrente, la Corte ha rilevato che la mancata concessione delle attenuanti generiche era ingiustificata, essendo egli incensurato. Di conseguenza, accogliendo il ricorso, ha dichiarato l'estinzione dei reati per intervenuta prescrizione del reato. Per il secondo ricorrente, i giudici hanno annullato la sentenza con rinvio limitatamente a un capo d'accusa, per valutare se il fatto potesse essere riqualificato come spaccio di lieve entità, dato che a un coimputato era stata riconosciuta tale attenuante. Infine, il ricorso del terzo imputato è stato dichiarato inammissibile poiché i motivi sulla prescrizione e sulla recidiva erano infondati, confermando la sua condanna e disponendo il pagamento delle spese processuali.
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Prescrizione del reato: niente assoluzione senza rinuncia
Una proprietaria, accusata di abuso edilizio per aver violato le distanze legali con una nuova costruzione, ha impugnato la sentenza d'appello che dichiarava la prescrizione del reato. La ricorrente chiedeva l'assoluzione nel merito. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che, in presenza della prescrizione del reato, l'imputato non può lamentare vizi di motivazione per ottenere l'assoluzione, a meno che non emerga immediatamente e senza alcun dubbio la sua totale innocenza dagli atti. Per contestare pienamente il merito delle accuse e superare la causa estintiva, l'interessato avrebbe dovuto rinunciare espressamente alla prescrizione. Di conseguenza, la decisione di estinzione del reato è stata confermata e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità del ricorso per cassazione: la genericità costa cara
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per spaccio di lieve entità. Il ricorrente lamentava la mancata applicazione delle cause di non punibilità immediate, ma non ha fornito alcuna motivazione di fatto o di diritto a supporto della sua richiesta. Per questo motivo, i giudici hanno riscontrato l'inammissibilità del ricorso per cassazione a causa della sua assoluta genericità, condannando il soggetto al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Impugnazione del patteggiamento: no al ricorso per uso personale
Un uomo, accusato di detenzione di stupefacenti a fini di spaccio, concorda con il pubblico ministero una pena di otto mesi di reclusione e ottocento euro di multa. Successivamente, propone ricorso lamentando il mancato proscioglimento e sostenendo che la droga fosse destinata all'uso personale. La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso. I giudici chiariscono che l'impugnazione del patteggiamento è strettamente limitata dalla legge e non può riguardare il merito della colpevolezza, poiché l'accordo comporta la rinuncia a contestare le prove. Il ricorrente viene condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti invalicabili della legge
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Tribunale di Bolzano per reati in materia di stupefacenti ed evasione. Il ricorrente lamentava la violazione dell'articolo 129 del codice di procedura penale e la mancanza di motivazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è strettamente limitato dalla legge a motivi specifici, come l'espressione della volontà, la correlazione tra accusa e sentenza, la qualificazione giuridica del fatto e l'illegalità della pena. I vizi denunciati dall'imputato non rientrano in queste categorie tassative. Di conseguenza, l'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro il patteggiamento: i limiti invalicabili
L'Imputato, condannato a due anni e sei mesi di reclusione per trasporto e detenzione di marijuana a fini di spaccio, ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento. Il ricorrente lamentava il mancato proscioglimento d'ufficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso, ricordando che il ricorso contro il patteggiamento è strettamente limitato dalla legge a specifici motivi formali e sostanziali, escludendo la possibilità di ridiscutere il mancato proscioglimento. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: se accetti la pena non puoi più ricorrere
Il caso riguarda un imputato condannato per reati di droga ed evasione che, dopo aver stipulato un concordato in appello, ha proposto ricorso in Cassazione contestando la quantificazione della pena. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Il principio cardine stabilito è che il concordato in appello limita fortemente la possibilità di ricorrere in Cassazione: sono ammissibili solo le contestazioni sulla formazione della volontà delle parti, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della decisione del giudice rispetto all'accordo. Le censure generiche sulla misura della pena, se questa non è illegale, non possono essere esaminate poiché l'imputato vi ha rinunciato accettando l'accordo. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che costa caro
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento con cui il Giudice per le indagini preliminari gli aveva applicato la pena di due anni e dieci mesi di reclusione e 12.200 euro di multa per spaccio di droga. L'Imputato lamentava il mancato proscioglimento d'ufficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato per legge a motivi tassativi, come l'espressione della volontà, la difformità della sentenza rispetto all'accordo, l'errata qualificazione del fatto o l'illegalità della pena. La richiesta di proscioglimento immediato non rientra tra questi casi. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo esclude il ricorso in Cassazione
L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione contro la sentenza della Corte d'appello che applicava una pena concordata per reati di droga. Il ricorrente lamentava la mancata valutazione di un possibile proscioglimento d'ufficio. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, l'impugnazione è limitata esclusivamente a vizi sulla formazione della volontà delle parti, sul consenso del pubblico ministero o sulla difformità della decisione rispetto all'accordo. Non si possono invece contestare la mancata valutazione del proscioglimento o vizi sulla determinazione della pena, salvo che la sanzione sia illegale. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di quattromila euro alla Cassa delle ammende.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: scatta la sanzione pecuniaria
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un imputato condannato per detenzione e spaccio di hashish. Il difensore del ricorrente, munito di procura speciale, ha infatti depositato formale rinuncia al ricorso per cassazione prima dell'udienza. La Suprema Corte ha chiarito che la rinuncia all'impugnazione determina l'inammissibilità del ricorso e comporta l'obbligo per il ricorrente di pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria di 500 euro a favore della Cassa delle Ammende, equiparando questa fattispecie a qualsiasi altra causa di inammissibilità.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti che costano caro
Tre imputati hanno proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza del Tribunale che applicava la pena concordata per reati in materia di stupefacenti. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione di una sentenza concordata è limitata per legge a motivi tassativi, tra cui l'espressione della volontà, la qualificazione giuridica o l'illegalità della pena. Poiché i motivi dedotti dalla difesa non rientravano in queste categorie, i ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e di quattromila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena esclude la Cassazione
Due imputati, condannati per reati di droga, concordano la pena in appello tramite lo strumento del concordato in appello. Successivamente, propongono ricorso in Cassazione lamentando la mancata verifica di cause di proscioglimento. La Suprema Corte dichiara i ricorsi inammissibili. Il concordato in appello comporta la rinuncia a far valere qualsiasi altra contestazione in sede di legittimità, comprese le questioni rilevabili d'ufficio, purché la pena concordata sia legale. Di conseguenza, i ricorrenti vengono condannati anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti invalicabili della legge
Cinque imputati hanno proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal Giudice dell'udienza preliminare per reati in materia di stupefacenti. Gli imputati lamentavano vizi di motivazione e la mancata valutazione del proscioglimento. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibili i ricorsi. La legge stabilisce infatti limiti rigorosi per il ricorso contro patteggiamento, consentendolo solo per vizi della volontà, difetto di correlazione tra accusa e sentenza, errore nella qualificazione giuridica o illegalità della pena. I motivi presentati dai ricorrenti, riguardanti la valutazione delle prove e la motivazione, non rientrano in queste ipotesi. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: la Cassazione annulla la condanna tardiva
L'Imputato era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per false dichiarazioni volte a ottenere il patrocinio a spese dello Stato. La difesa ha proposto ricorso in Cassazione, eccependo che la prescrizione del reato era già maturata prima della sentenza d'appello. La Suprema Corte ha accolto il ricorso, rilevando che il termine di prescrizione era decorso interamente il 23 settembre 2017, ben prima della decisione di secondo grado emessa nel 2022. I giudici di merito avrebbero dovuto rilevare d'ufficio l'estinzione del reato. Di conseguenza, la Cassazione ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per intervenuta prescrizione del reato.
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