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Art. 640 Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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1738 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Misure cautelari personali: arresti confermati per la prepagata
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un'indagata sottoposta agli arresti domiciliari per truffa aggravata. La donna contestava la sussistenza dei gravi indizi, sostenendo che la carta prepagata usata per il reato, sebbene attivata a suo nome il giorno stesso del fatto, potesse essere stata utilizzata da parenti. La Suprema Corte ha chiarito che, in tema di misure cautelari personali, la valutazione degli indizi spetta solo al giudice di merito. La Cassazione non può riesaminare i fatti, ma deve solo verificare la logicità della motivazione. Nel caso specifico, i giudici hanno ritenuto corretta la decisione del Tribunale, fondata sul rischio di reiterazione del reato e sui precedenti di polizia dell'indagata. Di conseguenza, la misura cautelare è stata confermata e la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa pluriaggravata: indennità gonfiate ma scatta la prescrizione
Un addetto contabile di un istituto di pena, d'accordo con due colleghi, ha inserito per anni indennità maggiorate non dovute nel sistema stipendiale, commettendo il reato di truffa pluriaggravata. La Corte d'Appello aveva condannato i tre escludendo la prescrizione, considerando il reato come unico e a consumazione prolungata. La Cassazione ha invece stabilito che ogni singolo inserimento mensile di dati falsi costituisce un autonomo atto illecito. Di conseguenza, i reati commessi tra il 2011 e il 2013 sono caduti in prescrizione. La Suprema Corte ha annullato parzialmente la sentenza, estendendo l'effetto positivo della prescrizione anche ai coimputati, e ha rinviato la causa alla Corte d'Appello per la rideterminazione della pena, confermando la responsabilità per gli anni dal 2014 al 2016.
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Truffa contrattuale: quando l’assegno a vuoto diventa reato
Un acquirente ha comprato dei mobili pagando con assegni del fratello, sapendo che quest'ultimo aveva subito il blocco CAI per protesto. L'acquirente ha nascosto questa circostanza, ha finto un'urgenza nella consegna e ha fatto scaricare la merce in strada, facendone poi sparire una parte. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale. I giudici hanno chiarito che il semplice pagamento con assegni a vuoto è un inadempimento civile, ma se accompagnato da raggiri e comportamenti maliziosi per ingannare la vittima, si configura la truffa contrattuale. Il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna a un anno e tre mesi di reclusione, oltre al risarcimento dei danni alla ditta fornitrice.
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Truffa con abuso di procura: finto pagamento e condanna
Un uomo e una donna sono stati condannati per il reato di truffa con abuso di procura. L'uomo, sfruttando una procura speciale ricevuta dalla proprietaria di un terreno, ha trasferito l'immobile alla propria moglie. Nell'atto di vendita, i due hanno falsamente dichiarato che il prezzo era stato interamente pagato in contanti, senza però versare alcuna somma alla reale proprietaria. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei coniugi, confermando la condanna penale. I giudici hanno stabilito che l'uso distorto della delega e la falsa attestazione di pagamento integrano pienamente gli estremi del reato contestato, respingendo la tesi difensiva secondo cui si trattasse di una semplice appropriazione indebita o di un inadempimento civile.
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Slot truccate: truffa aggravata ai danni dello Stato confermata
Il Gestore di apparecchi da gioco ha modificato alcune slot machines per esercitare il gioco d'azzardo all'insaputa dello Stato, omettendo il versamento del Prelievo Erariale Unico (PREU). La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa aggravata ai danni dello Stato. I giudici hanno respinto la tesi difensiva secondo cui la condotta costituiva un mero illecito amministrativo, evidenziando che l'occultamento dei dati reali sulle giocate ha frodato l'Erario per somme superiori alla quota forfettaria dovuta. Inoltre, la Corte ha dichiarato pienamente utilizzabili le intercettazioni telefoniche, nonostante il reato sia stato riqualificato da peculato a truffa in un secondo momento. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile.
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Pericolo di reiterazione del reato: dimissioni e sospensione
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di un medico pubblico accusato di corruzione e truffa, sospeso dall'attività professionale per dodici mesi. Il professionista si era dimesso dall'impiego pubblico prima della decisione, sostenendo l'assenza di un reale pericolo di reiterazione del reato. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del medico, stabilendo che le dimissioni non escludono automaticamente la misura cautelare, ma impongono al giudice di motivare in modo rigoroso, concreto e attuale la persistenza del rischio. Non bastano formule generiche o riferimenti alla gravità dei fatti passati. L'ordinanza di sospensione è stata quindi annullata con rinvio per una nuova valutazione.
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Reato di ricettazione: tra presenza passiva e condanna reale.
L'Imputato è stato condannato per truffa e per il reato di ricettazione per aver acquistato un ponteggio pagando con due assegni rubati. La difesa ha sostenuto la tesi della semplice presenza passiva (connivenza) e la mancanza di prove sulla consapevolezza della provenienza illecita dei titoli. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno confermato la responsabilità dell'Imputato a titolo di concorso, evidenziando il suo ruolo attivo nelle trattative e nei successivi contatti per rassicurare le vittime. Inoltre, la Corte ha chiarito che, per il reato di ricettazione, la prova della malafede si ricava anche dalla mancata o non attendibile spiegazione sulla provenienza dei beni ricevuti. Di conseguenza, l'Imputato perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Finti diamanti: la remissione di querela non salva il recidivo
L'Imputato è stato condannato per una truffa commessa vendendo pezzi di vetro spacciati per diamanti. La difesa ha presentato ricorso in Cassazione invocando la remissione di querela accettata dalla vittima per estinguere il reato. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che la presenza della recidiva reiterata specifica, considerata circostanza aggravante ad effetto speciale, attiva la procedibilità d'ufficio ai sensi dell'articolo 649-bis del codice penale. Di conseguenza, la remissione di querela non produce alcun effetto estintivo sul reato. L'Imputato è stato quindi condannato al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria.
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Truffa online: la distanza fisica che aggrava la pena
La Corte di Cassazione ha affrontato il caso di una truffa online realizzata tramite piattaforme web. La Corte d'Appello aveva escluso l'aggravante della minorata difesa, ritenendo la modalità telematica un elemento costitutivo del reato e non una circostanza. La Cassazione ha invece stabilito che la vendita online rappresenta una modalità circostanziale esterna. Di conseguenza, il giudice deve valutare in concreto se la distanza tra le parti, l'impossibilità di controllare il bene e la facilità di nascondere l'identità abbiano ostacolato la difesa della vittima. La Suprema Corte ha quindi accolto il ricorso del Procuratore Generale, annullando la sentenza con rinvio alla Corte d'Appello di Perugia per un nuovo esame del caso.
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Truffa contrattuale: salta il risarcimento per un vizio di forma
Un costruttore viene condannato in primo grado per truffa contrattuale legata alla promessa di vendita di appartamenti mai realizzati. Durante il processo, l'accusa modifica l'imputazione senza notificare l'atto al costruttore, che era assente. La Corte d'appello dichiara il reato estinto per prescrizione, ma conferma il risarcimento dei danni di 500.000 euro a favore degli acquirenti, ignorando la nullità sollevata dalla difesa. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del costruttore: l'omessa notifica della modifica dell'accusa costituisce una nullità assoluta e insanabile che travolge l'intero processo. Di conseguenza, la Suprema Corte annulla senza rinvio sia la sentenza d'appello che quella di primo grado, revocando definitivamente anche il risarcimento dei danni.
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Mediazione creditizia abusiva: finti prestiti, vera condanna
I promotori di una finta società finanziaria proponevano a imprenditori in difficoltà l'ottenimento di finanziamenti esteri tramite lettere di credito stand-by, incassando lauti compensi senza mai erogare i fondi. Gli imputati non erano iscritti all'albo dei mediatori. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per associazione per delinquere, truffa aggravata e mediazione creditizia abusiva. La Corte ha chiarito che l'intermediazione di lettere di credito stand-by rientra nella riserva di legge dei mediatori creditizi iscritti. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili, confermando la colpevolezza e condannando i ricorrenti al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa a consumazione prolungata: colpevole ma prescritta
Una finta esperta di diritto del lavoro ha raggirato diversi lavoratori promettendo finti recuperi di crediti e incassando acconti ripetuti fino al 2013. I giudici di merito l'hanno condannata per truffa aggravata. La Corte di Cassazione ha chiarito che si tratta di una truffa a consumazione prolungata, il cui termine di prescrizione decorre dall'ultimo pagamento. Tuttavia, gli ermellini hanno riscontrato un errore nel calcolo della sospensione dei termini legata all'emergenza Covid-19, poiché mancavano i presupposti operativi per applicarla a questo processo. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la condanna penale senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato, confermando però i risarcimenti civili già decisi a favore delle vittime.
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Truffa contrattuale: sequestro confermato anche con consegna parziale
La Corte di Cassazione ha confermato il sequestro preventivo di oltre 150.000 euro nei confronti del legale rappresentante di una società, accusato di truffa contrattuale. L'indagato aveva incassato ingenti acconti per la fornitura di mascherine protettive, pur sapendo di non avere la capacità di consegnarle. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice inadempimento di natura civile e contestava il calcolo delle somme sequestrate, non decurtate del valore di una parziale consegna tardiva. I giudici hanno dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che la parziale e tardiva consegna della merce non riduce il profitto del reato sottoposto a sequestro, confermando la sussistenza del reato penale a causa della preordinata volontà di non adempiere fin dal momento della firma del contratto.
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Sequestro probatorio: legittimo anche per banconote facsimile
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un indagato contro il sequestro probatorio di banconote facsimile da 200 euro, telefoni e ricevute d'affitto. L'indagato, accusato di tentata truffa, sosteneva che le banconote fossero un falso grossolano e che mancasse il nesso con il reato. I giudici hanno chiarito che per il sequestro probatorio non serve la prova certa del reato, ma basta il fumus, ovvero il semplice sospetto. Il vincolo sui beni è legittimo per svolgere accertamenti tecnici e verificare se gli oggetti, come le mazzette fasulle e le ricevute, facessero parte di un piano per truffare acquirenti di beni di lusso. L'indagato perde la causa e viene condannato a pagare le spese e tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Sequestro probatorio: banconote fac-simile e truffa sventata
Il caso riguarda il sequestro probatorio di quattrocento banconote facsimile da duecento euro, denaro contante, telefoni e un blocchetto di ricevute d'affitto, rinvenuti in possesso di un soggetto indagato per tentata truffa. La difesa ha contestato il provvedimento, sostenendo che le banconote fossero un falso grossolano e che mancasse il nesso con il reato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che per disporre il sequestro probatorio non serve la prova certa del reato, ma basta il "fumus", ossia il fondato sospetto di un collegamento tra i beni e l'illecito. Nel caso specifico, il confezionamento delle mazzette e i documenti falsi rappresentano indizi tipici di truffe legate a compravendite fittizie, giustificando pienamente la misura cautelare per svolgere ulteriori accertamenti tecnici.
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Vizio di motivazione: colpevole nei motivi, assolto nel verdetto
Il Tribunale assolveva L'Imputato dall'accusa di truffa online nel dispositivo della sentenza, ma nella motivazione ne affermava la responsabilità penale. Il Procuratore Generale presentava ricorso immediato in Cassazione lamentando un evidente vizio di motivazione dovuto alla totale contraddizione tra le due parti del provvedimento. La Suprema Corte ha stabilito che, in presenza di un simile contrasto logico, si configura un vizio di motivazione. Di conseguenza, il ricorso proposto direttamente in Cassazione non è ammissibile e deve essere convertito in un normale appello. La Corte ha quindi disposto la trasmissione degli atti alla Corte d'Appello competente per un nuovo giudizio di secondo grado.
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Truffa online: incassa i soldi ma non spedisce, condannata
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per truffa online nei confronti di una venditrice. La donna aveva messo in vendita una console di gioco su una nota piattaforma di e-commerce al prezzo di 260 euro, incassando il denaro su una carta a lei intestata senza mai spedire l'oggetto. La difesa ha contestato la responsabilità penale, invocando anche la particolare tenuità del fatto e le attenuanti generiche. I giudici di legittimità hanno dichiarato il ricorso inammissibile, evidenziando che l'annuncio e la carta di pagamento erano direttamente riconducibili all'imputata. Inoltre, la gravità della condotta e i precedenti penali della donna escludono qualsiasi beneficio o sconto di pena. L'imputata perde la causa e deve pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Truffa contrattuale: l’inganno dell’assegno postdatato
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa contrattuale a carico di due committenti. I soggetti avevano commissionato opere edili in subappalto pur sapendo, fin dall'inizio, di non poter pagare il corrispettivo. Per convincere la ditta esecutrice, gli imputati avevano fornito false rassicurazioni sulla propria solvibilità, consegnato un assegno postdatato e nascosto lo stato di inattività della loro società. La Corte ha stabilito che tali comportamenti costituiscono un vero e proprio raggiro. Inoltre, i giudici hanno chiarito che il termine di tre mesi per presentare la querela inizia a decorrere solo quando la vittima acquisisce la piena e reale consapevolezza dell'inganno subito, e non dal momento del semplice sospetto. I ricorsi sono stati dichiarati inammissibili.
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Truffa del promotore finanziario: la fiducia non esclude il reato
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di un promotore finanziario condannato per il reato di truffa del promotore finanziario. L'imputato aveva raggirato un cliente rassicurandolo sulla redditività di investimenti rivelatisi fallimentari e nascondendo le perdite subite. La difesa sosteneva che l'investitore avrebbe potuto accorgersi delle perdite usando l'ordinaria diligenza. I giudici hanno respinto la tesi, chiarendo che il rapporto tra promotore e cliente si basa sulla fiducia; l'abuso di tale fiducia, volto a generare un falso ottimismo, configura pienamente il reato. La Corte ha inoltre confermato la legittimità della sospensione condizionale della pena subordinata al pagamento di una provvisionale di settemila euro, condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa aggravata: la Cassazione condanna chi inganna i vulnerabili
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa aggravata ai danni di una persona di 79 anni affetta da cecità parziale. L'Autrice del Reato aveva impugnato la sentenza di appello, sostenendo che l'età avanzata e i problemi di salute della vittima non avessero agevolato la truffa. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile, stabilendo che le condizioni di vulnerabilità della vittima e il rapporto di fiducia instaurato sono stati determinanti per facilitare il reato. Di conseguenza, la condanna è diventata definitiva e la ricorrente è stata condannata anche al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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