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Art. 640 Codice Penale — Sezione Seconda Penale

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1738 provvedimenti

Altri anni per Art. 640 Codice Penale

Pena congiunta per truffa: annullata la condanna senza multa
Il Tribunale aveva condannato l'Imputato per il reato di truffa applicando esclusivamente la pena detentiva di otto mesi di reclusione. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso per cassazione, lamentando la mancata applicazione della pena pecuniaria. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, evidenziando che l'articolo 640 del codice penale impone obbligatoriamente l'applicazione della pena congiunta per truffa (detentiva e pecuniaria). Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente alla mancata determinazione della multa, rinviando il caso al Tribunale per quantificare la sanzione monetaria.
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Confisca nel patteggiamento: no agli sconti sui beni illeciti
Un uomo, accusato di truffa aggravata per aver raggirato una vittima online nascondendo la propria identità, ha concordato una pena con il Tribunale di Civitavecchia. Tuttavia, il giudice ha omesso di disporre il sequestro definitivo dei beni ottenuti illecitamente. Il Procuratore generale ha quindi proposto ricorso, lamentando la mancata applicazione della misura di sicurezza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la confisca nel patteggiamento è obbligatoria per questo tipo di reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente a questa omissione, ordinando al Tribunale di riesaminare il caso per applicare la misura patrimoniale.
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Recidiva reiterata: date incerte riducono la pena per la truffa
Un uomo, condannato per truffa e sostituzione di persona legate a una finta locazione immobiliare, ha impugnato la sentenza contestando l'applicazione della recidiva reiterata. La difesa ha evidenziato l'incertezza sulla data del reato, elemento cruciale per stabilire se i precedenti penali fossero già definitivi al momento del fatto. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando profonde contraddizioni logiche nella ricostruzione delle date da parte dei giudici di merito. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato la sentenza limitatamente al trattamento sanzionatorio e alla recidiva reiterata, rinviando il caso alla Corte d'appello per un nuovo calcolo della pena, mentre la dichiarazione di colpevolezza è diventata definitiva.
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Truffa e prescrizione: quando manca l’evidenza di innocenza
L'Imputato, accusato di truffa aggravata per aver ottenuto finanziamenti pubblici per un impianto serricolo realizzato con movimenti terra non autorizzati, impugna la sentenza d'appello che ha dichiarato la prescrizione del reato. Il ricorrente chiede il proscioglimento nel merito per evidenza di innocenza e lamenta la nullità delle notifiche. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'evidenza di innocenza richiede una prova immediata e non contestabile, esclusa nel caso di specie dalla presenza di un verbale di sopralluogo sfavorevole. Inoltre, la presenza della prescrizione impedisce di far valere nullità procedurali che richiederebbero il rinvio del processo, prevalendo l'immediata estinzione del reato. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Sequestro preventivo: negata la restituzione di 500mila euro
L'Amministratore di una società estera ha richiesto la restituzione di oltre cinquecentomila euro, sottoposti a sequestro preventivo nell'ambito di un'indagine per truffa. Il Tribunale ha rigettato la richiesta per mancanza di prove sulla reale appartenenza della somma alla società. L'Amministratore ha proposto ricorso per cassazione, lamentando vizi di motivazione e contraddittorietà. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, ribadendo che contro i provvedimenti in materia di sequestro preventivo il ricorso è consentito solo per violazione di legge. I vizi di illogicità o contraddittorietà della motivazione non possono essere fatti valere in questa sede, a meno che la motivazione non sia del tutto inesistente o apparente. Di conseguenza, il sequestro è stato confermato e il ricorrente condannato alle spese.
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Truffa on line: no all’aggravante se l’identità è svelata
La Corte di Cassazione ha esaminato il ricorso del Procuratore generale contro la sentenza d'appello che aveva ridotto la pena a un uomo accusato di truffa on line, escludendo l'aggravante della minorata difesa. La trattativa, nata su un sito web, era proseguita su una chat privata dove il venditore aveva fornito foto reali, codice fiscale e dati della propria carta prepagata. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che l'uso di internet non fa scattare automaticamente l'aggravante se lo strumento telematico serve solo al primo contatto e il venditore non scherma la propria identità, ma anzi fornisce elementi reali per farsi identificare dall'acquirente.
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Truffa: la remissione di querela cancella la condanna in appello
L'Imputato era stato condannato in appello per concorso nel reato di truffa ai danni di una società e del suo legale rappresentante. Successivamente alla sentenza, ma prima della scadenza dei termini per impugnarla, la persona offesa ha presentato la remissione di querela, accettata formalmente dalla difesa dell'imputato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la remissione di querela, intervenuta tempestivamente e regolarmente accettata, estingue il reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, ponendo a carico dell'imputato le sole spese processuali in mancanza di accordi diversi tra le parti.
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Ricorso per cassazione personale: il grave errore da 3000 euro
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione personale proposto direttamente dall'imputato contro una sentenza di condanna per truffa. I giudici hanno chiarito che, a seguito della riforma del 2017, l'imputato non può più firmare e presentare autonomamente il ricorso in Cassazione, ma deve necessariamente farsi assistere da un avvocato abilitato al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori. Di conseguenza, il ricorso è stato respinto senza esame del merito e il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione di tremila euro a favore della Cassa delle ammende.
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Remissione di querela: la condanna per truffa viene cancellata
L'Imputato era stato condannato nei primi due gradi di giudizio per il reato di truffa semplice ai danni della Persona Offesa. Successivamente alla sentenza d'appello, la Persona Offesa ha formalizzato la remissione di querela, regolarmente accettata dall'Imputato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Imputato, stabilendo che la remissione di querela, intervenuta e accettata durante il giudizio di legittimità, estingue il reato. Tale estinzione cancella anche le condanne civili al risarcimento dei danni. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata, ponendo le spese del procedimento a carico dell'Imputato in assenza di accordi contrari.
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Truffa dell’agente di commercio: condanna ferma, fedina in bilico
La Corte di Cassazione ha confermato la responsabilità penale di un venditore per il reato di truffa dell'agente di commercio. L'imputato, pur lavorando per una società, ha ingannato un cliente facendogli credere di poter riscuotere direttamente del denaro, somma poi trattenuta indebitamente. I giudici hanno respinto i motivi di ricorso sulla responsabilità e sulla particolare tenuità del fatto, ritenendo il danno economico non lieve. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso limitatamente alla mancata valutazione del beneficio della non menzione della condanna nel casellario giudiziale, su cui la Corte d'Appello aveva omesso di motivare. La sentenza è stata quindi annullata con rinvio solo per questo specifico punto, rendendo definitiva la condanna per truffa.
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Sostituzione di persona: querela ritirata ma il reato resta
Un uomo ha attivato un contratto telefonico a nome di un'altra persona, facendole addebitare i costi. La vittima ha sporto querela, ma successivamente l'ha revocata. La Corte di Cassazione ha stabilito che la revoca estingue il reato di truffa, ma non quello di sostituzione di persona, in quanto quest'ultimo è perseguibile d'ufficio. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la condanna per truffa. Hanno invece rinviato alla Corte d'Appello la decisione sul reato di sostituzione di persona, affinché il giudice rivaluti la pena e l'eventuale applicazione della particolare tenuità del fatto, poiché è venuto meno il reato più grave che faceva da base al calcolo della condanna complessiva.
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Differenza tra riciclaggio e ricettazione: il caso dell’auto
Due imputati sono stati condannati per il reato di riciclaggio in relazione a un'auto rubata, a cui erano stati modificati telaio e targhe prima della vendita. Uno dei due rispondeva anche di truffa. La Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi, confermando la condanna. La Corte ha chiarito la differenza tra riciclaggio e ricettazione: il riciclaggio richiede condotte idonee a ostacolare l'identificazione della provenienza del bene con dolo generico di trasformazione, mentre la ricettazione si caratterizza per il dolo specifico di procurare a sé o ad altri un profitto. I ricorrenti sono stati condannati anche al pagamento delle spese processuali e della Cassa delle ammende.
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Truffa contrattuale: condannato il legale che inganna l’amico
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di truffa aggravata nei confronti di un legale. Il professionista ha abusato del rapporto di amicizia e fiducia con un cliente, facendosi consegnare circa ventimila euro in cinque anni per attività mai svolte, rassicurandolo falsamente tramite messaggi e email. La difesa sosteneva si trattasse di un semplice inadempimento civile e contestava la prova del dolo. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, stabilendo che la sistematicità dei raggiri e l'assenza di prestazioni reali dimostrano la sussistenza di una vera e propria truffa contrattuale. Il ricorrente è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Truffa e ricorso inutile: quando manca l’interesse ad impugnare
Il Tribunale ha condannato L'Imputato per truffa aggravata, concedendo le attenuanti generiche ma ritenendole subvalenti rispetto alle aggravanti. Il Procuratore Generale ha presentato ricorso contestando la concessione di tali attenuanti, ritenendo che L'Imputato non avesse collaborato e avesse colpito vittime vulnerabili. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile per mancanza di interesse ad impugnare. La Suprema Corte ha chiarito che l'impugnazione deve portare a un vantaggio pratico e concreto. Poiché le attenuanti erano già state considerate subvalenti (quindi senza riduzione di pena), la loro eventuale eliminazione non avrebbe comportato alcun beneficio concreto per l'accusa, rendendo il ricorso puramente teorico.
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Truffa e particolare tenuità del fatto: no al ricorso generico
I Ricorrenti, condannati per truffa in concorso, hanno proposto ricorso per cassazione lamentando la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto e la mancata conversione della pena detentiva in pecuniaria. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibili i ricorsi. I giudici hanno chiarito che la richiesta di applicazione della particolare tenuità del fatto era del tutto generica, non avendo la difesa allegato elementi concreti a supporto, se non la semplice incensuratezza di uno dei soggetti. Inoltre, la richiesta di conversione della pena era stata formulata in appello in modo puramente schematico e privo di riferimenti normativi. Di conseguenza, i giudici di secondo grado non avevano l'obbligo di motivare su richieste così generiche, rendendo i successivi motivi di ricorso del tutto inammissibili.
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Truffa online da 280 euro: sì alla particolare tenuità del fatto
L'Imputato era accusato di truffa online per aver venduto un bene senza consegnarlo, incassando 280 euro. Il Tribunale lo aveva assolto applicando la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso, sostenendo che il danno non fosse esiguo e che la truffa online fosse intrinsecamente insidiosa. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. La Suprema Corte ha chiarito che il danno era ridotto e che l'agire dell'Imputato non era insidioso, avendo usato il proprio vero nome, un'utenza telefonica a sé intestata e un conto corrente personale. L'assenza di precedenti penali è stata correttamente valutata per escludere l'abitualità del comportamento.
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Truffa contrattuale online: il telefono non salva il colpevole
L'Imputato è stato condannato per truffa contrattuale online continuata per aver venduto beni in rete nascondendo la propria identità. La difesa ha contestato l'aggravante della minorata difesa, sostenendo che i successivi contatti telefonici con le vittime escludessero la vulnerabilità. La Corte di Cassazione ha respinto questa tesi, confermando la colpevolezza: le telefonate con false generalità e utenze fittizie non riducono l'insidia del web. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso sul calcolo della pena. I giudici di merito hanno applicato un doppio aumento cumulativo per la recidiva e per l'aggravante informatica, violando le regole sul concorso di circostanze ad effetto speciale. La sentenza è stata quindi annullata limitatamente al trattamento sanzionatorio, con rinvio alla Corte d'Appello per ricalcolare la pena.
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Estorsione e truffa: quando l’inganno diventa minaccia fisica
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per i reati di Estorsione e truffa a carico di un soggetto che ha inizialmente raggirato la vittima con falsi documenti e, successivamente, l'ha minacciata fisicamente per ottenere altro denaro. L'imputato contestava la legittimità del giudizio immediato e la coesistenza dei due reati. I giudici hanno chiarito che il decreto di giudizio immediato non è sindacabile in sede di legittimità. Inoltre, la condotta ha integrato sia la truffa, per i raggiri iniziali, sia l'estorsione, per le successive minacce fisiche quando la vittima ha esitato a pagare. Il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Truffa del finto carabiniere: condanna sì, ma niente interdizione
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di una truffa del finto carabiniere ai danni di una donna di 98 anni. L'Autrice Materiale, fingendosi carabiniere, ha sottratto denaro e gioielli alla vittima, mentre L'Accompagnatore attendeva in auto coordinandosi con un complice. I giudici hanno confermato la responsabilità penale di entrambi per truffa pluriaggravata e sostituzione di persona, convalidando l'aggravante della minorata difesa dovuta all'età avanzata della vittima. Tuttavia, la Cassazione ha accolto il ricorso limitatamente alla pena accessoria: avendo i giudici di merito rideterminato la pena principale a due anni e due mesi di reclusione, cioè sotto la soglia dei tre anni, l'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni è stata annullata senza rinvio ed eliminata per entrambi i condannati.
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Truffa pluriaggravata: il ricorso cartaceo salva la multa omessa
Il Tribunale aveva condannato due soggetti per il reato di truffa pluriaggravata alla sola pena detentiva. Il Procuratore Generale ha proposto ricorso in Cassazione, lamentando la mancata applicazione della pena pecuniaria, prevista come congiunta dalla legge. La difesa degli imputati ha eccepito l'inammissibilità del ricorso poiché depositato in formato cartaceo anziché telematico. La Suprema Corte ha rigettato l'eccezione della difesa, evidenziando che la normativa transitoria sul processo penale telematico consente il doppio binario fino al 1° gennaio 2027. Nel merito, la Corte ha accolto il ricorso del Procuratore Generale, confermando che la truffa pluriaggravata richiede obbligatoriamente sia la reclusione sia la multa. La sentenza è stata annullata limitatamente alla determinazione della pena pecuniaria, con rinvio al Tribunale per la quantificazione della stessa.
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