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Art. 2697 Codice Civile — Anno 2026

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2903 provvedimenti

Altri anni per Art. 2697 Codice Civile

Risarcimento danni da infiltrazioni: il recesso non basta
Una società proprietaria di un appartamento ha chiesto il risarcimento danni da infiltrazioni provenienti dal lastrico solare condominiale. A causa dell'umidità, l'inquilino aveva interrotto il pagamento dei canoni e infine rilasciato l'immobile. La proprietaria chiedeva il ristoro dei canoni persi e dei costi di ripristino. I giudici di merito hanno accolto solo la domanda di ripristino del tetto, rigettando le richieste risarcitorie per mancanza di prove sul nesso causale tra infiltrazioni e recesso dell'inquilino. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che la semplice produzione del contratto di locazione e della lettera di recesso non dimostra che l'abbandono dell'immobile sia stato causato esclusivamente dalle infiltrazioni, specialmente se la perizia tecnica ha escluso un'inagibilità totale dei locali.
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Accertamento bancario: i regali dei parenti non sono tasse
L'Amministrazione Finanziaria ha notificato un avviso di accertamento a un cittadino disoccupato, contestando la presenza di frequenti bonifici sul suo conto corrente. L'ufficio riteneva tali somme imponibili come redditi diversi. Il contribuente si è difeso dimostrando che i versamenti provenivano dalla cognata residente all'estero ed erano destinati al pagamento di imposte e a donazioni di modico valore da parte del fratello. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del fisco, confermando che in sede di accertamento bancario il contribuente può superare la presunzione di imponibilità delle somme anche attraverso presunzioni semplici, come il forte legame di parentela e la modesta entità dei bonifici, senza necessità di una prova scritta formale per ogni singola operazione.
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Presunzione di distribuzione utili extracontabili: Fisco vince
Il Fisco ha accertato maggiori imposte a carico di un socio, sul presupposto che la società a ristretta base partecipativa di cui faceva parte avesse distribuito utili in nero derivanti da costi fittizi. Il socio ha contestato l'atto, sostenendo di essere estraneo alla gestione e lamentando l'applicazione di una doppia presunzione, aggravata dal passaggio dei fondi attraverso una società intermedia non preventivamente accertata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente. I giudici hanno stabilito che la presunzione di distribuzione utili extracontabili è pienamente legittima nelle società con pochi soci, in virtù del forte legame di fiducia reciproca. Per superare tale presunzione, il socio non può limitarsi a negare l'incasso, ma deve dimostrare concretamente che i profitti in nero sono stati accantonati o reinvestiti nell'attività aziendale.
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Società a ristretta base partecipativa: schermi societari ko
L'Agenzia delle Entrate ha emesso avvisi di accertamento contro tre familiari, soci finali di una catena societaria, imputando loro i ricavi in nero di una srl controllata indirettamente. I giudici d'appello avevano annullato gli atti ritenendo inapplicabile la presunzione di distribuzione degli utili a causa della presenza di società intermedie. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno stabilito che, in una società a ristretta base partecipativa, la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili opera anche attraverso più gradi societari, se la compagine finale è ristretta e familiare. Di conseguenza, il Fisco può richiedere le tasse direttamente ai soci persone fisiche senza dover prima emettere accertamenti contro le società intermedie. Spetta ai soci dimostrare l'effettiva destinazione alternativa di tali somme per evitare la tassazione.
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Presunzione di distribuzione degli utili extracontabili: soci ko
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell'accertamento fiscale nei confronti di due socie di una società di famiglia. L'Amministrazione Finanziaria ha contestato loro la percezione di redditi non dichiarati, derivanti da utili in nero prodotti da una seconda società operativa, partecipata da quella di famiglia. La decisione ribadisce che la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili si applica automaticamente nelle società a ristretta base societaria. Questo meccanismo opera anche se le socie non svolgono ruoli di gestione e persino saltando la società intermedia nella catena di controllo. Per vincere la presunzione, le contribuenti avrebbero dovuto dimostrare la reale e diversa destinazione dei fondi, e non semplicemente di non averli ricevuti. Il ricorso delle socie è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese.
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Presunzione di distribuzione utili: il fisco vince sui costi fittizi
L'Amministrazione Finanziaria ha accertato in capo a una società a ristretta base partecipativa un maggior reddito derivante dall'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Di conseguenza, ha imputato al socio la quota proporzionale di questi guadagni non dichiarati, applicando la presunzione di distribuzione utili. Il giudice d'appello aveva annullato l'atto, ritenendo che il recupero di costi fittizi non generasse un'effettiva liquidità da distribuire. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del fisco. I giudici hanno chiarito che la presunzione di distribuzione utili opera anche quando il maggior reddito societario deriva dal disconoscimento di costi fittizi. Per vincere tale presunzione, il socio non può limitarsi a negare l'incasso, ma deve fornire la prova positiva che le somme siano state accantonate o reinvestite nella società.
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Presunzione distribuzione utili extracontabili: ko per il socio
L'Agenzia delle Entrate ha notificato a un socio, detentore del 50% delle quote di una società a responsabilità limitata, due avvisi di accertamento per la presunta percezione di utili non dichiarati. L'ufficio ha applicato la presunzione distribuzione utili extracontabili, ritenendo che i maggiori ricavi accertati in capo alla società a ristretta base partecipativa fossero stati distribuiti ai soci. Il contribuente ha impugnato gli atti, sostenendo la propria estraneità alla gestione e l'assenza di prove finanziarie o penali a suo carico. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente. I giudici hanno stabilito che, nelle società a ristretta base, l'esistenza di utili in nero fa presumere la loro distribuzione tra i soci. Per superare tale presunzione, il socio deve dimostrare positivamente che i fondi sono stati accantonati o reinvestiti, non bastando la semplice prova di non averli ricevuti.
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Ristretta base societaria: socia passiva perde contro il fisco
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una contribuente, socia indiretta di una società di capitali, presumendo la percezione di utili extracontabili non dichiarati. La contribuente ha impugnato l'atto sostenendo la propria totale estraneità alla gestione e contestando l'applicazione di una doppia presunzione a catena. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che nelle società a ristretta base societaria opera la presunzione di distribuzione degli utili in nero ai soci. Tale principio si applica anche in presenza di una catena partecipativa tra società collegate, senza necessità di un previo accertamento formale sulla società intermedia. Per vincere la presunzione, il socio deve fornire la prova positiva della diversa destinazione data a tali somme e non la semplice estraneità alla gestione.
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Utili extracontabili: risponde anche il socio non amministratore
L'Agenzia delle Entrate ha accertato la presenza di utili in nero in capo a una società a ristretta base partecipativa, presumendone la distribuzione pro quota ai soci. Il Socio, titolare del 50% delle quote ma privo di ruoli amministrativi, ha impugnato l'atto sostenendo la propria estraneità alla gestione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità della presunzione di distribuzione degli utili extracontabili. I giudici hanno chiarito che, nelle società con pochi soci, il forte legame di fiducia reciproca giustifica la presunzione di ripartizione dei guadagni occulti tra tutti i partecipanti. Per superare tale presunzione, il socio non può limitarsi a negare l'incasso, ma deve fornire la prova positiva che i fondi siano stati reinvestiti o accantonati dalla società, oppure dimostrare una rottura insanabile dei rapporti sociali. Il contribuente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e a sanzioni per lite temeraria.
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Socio o dipendente? Il finto rapporto di lavoro subordinato
L'INPS ha annullato il fittizio rapporto di lavoro subordinato tra una lavoratrice e una società in nome collettivo, iscrivendola d'ufficio alla gestione commercianti e richiedendo i relativi contributi. La lavoratrice ha impugnato il verbale sostenendo l'esistenza di un effettivo rapporto di lavoro subordinato. La Corte d'Appello ha invece accertato che, nonostante il formale recesso dalla società, la donna ha continuato a svolgere le medesime mansioni gestionali in modo abituale e prevalente, senza alcun vincolo di subordinazione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice, confermando che l'onere di provare la subordinazione spettava a quest'ultima e che le sue stesse dichiarazioni confessorie smentivano tale ipotesi. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Doppia iscrizione previdenziale: il socio perde contro l’INPS
La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità della doppia iscrizione previdenziale per un socio amministratore di una società a responsabilità limitata. L'Istituto Previdenziale ha richiesto l'iscrizione del lavoratore sia alla Gestione Separata (come amministratore) sia alla Gestione Commercianti (come socio lavoratore). Il Tribunale aveva inizialmente dato ragione al socio, ma la Corte d'Appello ha ribaltato la decisione. La Cassazione ha rigettato il ricorso del socio, stabilendo che l'ente previdenziale ha assolto l'onere della prova dimostrando la partecipazione abituale e prevalente del socio all'attività d'impresa attraverso presunzioni semplici, come la domanda di iscrizione originaria e i modelli fiscali. Di conseguenza, il socio perde la causa ed è tenuto al pagamento del doppio contributo unificato.
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Riassunzione del processo interrotto: l’Erede perde per ritardo
L'Erede di un pensionato ha impugnato la decisione che dichiarava estinto il giudizio d'appello contro l'Ente Previdenziale per tardiva riassunzione del processo interrotto. Il processo era stato interrotto a causa della sospensione dall'albo dell'avvocato originario. L'Erede sosteneva che il termine per riprendere la causa dovesse decorrere dalla conoscenza effettiva dell'evento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che, cessata la sospensione del difensore, quest'ultimo recupera automaticamente il potere di rappresentanza senza necessità di una nuova delega. Di conseguenza, il termine per la riattivazione decorre dal momento in cui cessa la causa di sospensione dell'avvocato. Nel caso specifico, la riassunzione è avvenuta ben oltre il termine di legge, determinando la definitiva estinzione del giudizio e la condanna dell'Erede al pagamento delle spese processuali.
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Dolo revocatorio: la Cassazione assolve il creditore silenzioso
Un professionista viene ammesso allo stato passivo di un fallimento per prestazioni d'opera. Il curatore fallimentare chiede la revoca dell'ammissione, accusando il creditore di dolo revocatorio per aver definito acconto un pagamento che sulla fattura risultava a saldo. Il Tribunale accoglie la revoca, ma la Cassazione ribalta la decisione. La Suprema Corte stabilisce che il semplice silenzio non costituisce inganno se il documento era stato regolarmente depositato dal creditore stesso e poteva essere esaminato. Per configurarsi il dolo revocatorio, il silenzio deve essere accompagnato da raggiri attivi idonei a trarre in inganno il giudice. Il ricorso del professionista viene accolto con rinvio.
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Diritti all’aiuto agricolo: affitto scaduto batte lutto familiare
L'Agricoltore chiedeva il riconoscimento dei diritti all'aiuto agricolo per gli anni 2013 e 2014, sostenendo che la mancata coltivazione del fondo nel biennio precedente fosse dovuta alla morte della madre, qualificabile come causa di forza maggiore. La Corte d'appello ha respinto la domanda, rilevando che l'inattività era dipesa dalla scadenza del contratto di affitto e che l'agricoltore non possedeva i requisiti di nuovo agricoltore per accedere alla riserva nazionale. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile, confermando che il decesso della madre, avvenuto anni prima, non aveva impedito la prosecuzione dell'attività, interrottasi solo per la mancata tempestiva stipula di un nuovo contratto di locazione. L'Agricoltore perde definitivamente la causa ed è condannato a pagare le spese processuali.
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Onere della prova nei contratti bancari: clienti condannati
Gli Eredi del Correntista e il Fideiussore hanno citato in giudizio la Banca per ottenere il ricalcolo del saldo di un conto corrente aperto nel 1987, contestando l'applicazione di interessi usurari e anatocismo. La Corte d'Appello ha rigettato la domanda per mancato assolvimento dell'onere della prova. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei clienti. La Suprema Corte ha ribadito che l'onere della prova nei contratti bancari spetta al cliente che agisce in giudizio per la ripetizione dell'indebito. Poiché il ricorso è stato presentato nonostante una proposta di definizione che ne evidenziava la palese infondatezza, i ricorrenti sono stati condannati anche per abuso del processo al pagamento delle spese legali e di sanzioni pecuniarie.
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Improcedibilità del ricorso: la forma batte la sostanza in banca
L'Erede del Correntista ha promosso un giudizio per la ripetizione di indebito bancario contro la Banca, contestando l'applicazione di anatocismo e commissioni non pattuite. La Corte d'Appello ha escluso la condanna restitutoria per mancanza di prova sul saldo finale del conto e ha escluso la responsabilità della Società di Cartolarizzazione. L'Erede ha proposto ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso poiché la ricorrente, pur avendo dichiarato che la sentenza d'appello era stata notificata, non ha depositato la relata di notifica entro i termini di legge. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato senza esame del merito, confermando la decisione d'appello e condannando la ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Collegamento negoziale: quando la casa salta ma il mutuo resta
L'Acquirente di un immobile, dopo aver ottenuto la risoluzione della compravendita per gravi abusi edilizi, chiedeva la nullità del mutuo fondiario stipulato con la Banca. Egli sosteneva l'esistenza di un collegamento negoziale tra l'acquisto e il finanziamento. La Corte d'Appello respingeva la domanda, escludendo sia il collegamento tra i contratti sia la responsabilità del Notaio e della Banca. L'Acquirente proponeva ricorso in Cassazione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso improcedibile perché il ricorrente non ha depositato la relata di notifica della sentenza impugnata entro i termini di legge. Di conseguenza, l'Acquirente perde definitivamente la causa e deve pagare le spese processuali a tutte le controparti.
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Responsabilità dell’intermediario finanziario: risparmio tutelato
Alcuni risparmiatori hanno citato in giudizio una banca per il risarcimento dei danni subiti a causa del default di obbligazioni ad alto rischio acquistate nel 2001. La Corte d'Appello aveva respinto la domanda ritenendo sufficienti le informazioni fornite e la propensione al rischio dei clienti. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dei risparmiatori, sancendo la responsabilità dell'intermediario finanziario. I giudici hanno stabilito che la banca non può adempiere ai propri obblighi informativi senza aver prima acquisito l'offering circular (il documento con le caratteristiche essenziali dell'emissione), qualora i titoli siano privi di rating e prospetto. Tale obbligo sussiste anche se la banca non ha partecipato direttamente al collocamento dei titoli e non viene meno con la firma di moduli standard o per la generica propensione al rischio del cliente. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Azione revocatoria: la prova del pagamento salva il creditore
Un'agenzia di riscossione ha promosso un'azione revocatoria per rendere inefficace la vendita di un immobile e di due terreni effettuata da una debitrice a un terzo acquirente. La debitrice era garante di un finanziamento non rimborsato, per il quale un istituto di credito pubblico aveva pagato il creditore originario, surrogandosi nei suoi diritti. Il terzo acquirente ha contestato la prova dell'avvenuto pagamento del debito originario, ritenendo illegittimo l'uso di prove presuntive da parte dei giudici di merito. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la validità dell'azione revocatoria. I giudici hanno stabilito che è legittimo l'uso di presunzioni per interpretare e decifrare prove documentali dirette, come i movimenti di conto corrente, confermando così la prova del pagamento e la legittimità del credito.
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Azione revocatoria ordinaria: debiti e finti passaggi di beni
Un socio di una società agricola semplice veniva accusato dal fratello amministratore di ammanchi di cassa per circa 500.000 euro. Prima di formalizzare il recesso, il socio debitore trasferiva il proprio ramo d'azienda individuale a una nuova srl da lui controllata. La società creditrice promuoveva quindi un'**azione revocatoria ordinaria** per dichiarare inefficace tale trasferimento. La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia dell'atto. I giudici hanno chiarito che, per bloccare il trasferimento, basta l'esistenza di un credito litigioso (anche se contestato) e che il patrimonio residuo del debitore non offriva garanzie equivalenti, essendo costituito solo da quote societarie instabili e da una casa di famiglia inserita in un fondo patrimoniale. L'appello dei debitori è stato rigettato.
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