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Art. 2697 Codice Civile — Anno 2026

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2903 provvedimenti

Altri anni per Art. 2697 Codice Civile

Accertamento analitico-induttivo: conti in regola, vince il Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società di arredamento per l'anno d'imposta 2010, contestando vendite non dichiarate. I giudici d'appello hanno ritenuto legittimo l'accertamento analitico-induttivo basato sull'antieconomicità della gestione aziendale, nonostante la contabilità fosse formalmente in regola. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società. La Suprema Corte ha confermato che il fisco può ricostruire induttivamente i ricavi se l'attività economica appare irragionevole e se il contribuente non fornisce prove contrarie concrete, ma si limita a semplici congetture. Di conseguenza, la società perde la causa e viene condannata a pagare le spese processuali.
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Condotta antieconomica: vendere sottocosto in liquidazione è lecito
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un accertamento fiscale contro una società a responsabilità limitata, contestando una presunta condotta antieconomica dovuta a vendite sottocosto nell'anno d'imposta 2011. La società si è difesa evidenziando che si trovava in stato di liquidazione dal 2010, fase in cui l'obiettivo principale è smaltire le giacenze e pagare i creditori, non produrre utili. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando che la fase di liquidazione giustifica pienamente i prezzi inferiori al costo di acquisto. Di conseguenza, la presunzione di evasione decade e la società vince definitivamente la causa, vedendo annullato l'atto impositivo.
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Esenzione IMU alloggi popolari: decide l’assegnazione, non l’uso
Un Ente di Edilizia Pubblica ha impugnato un avviso di accertamento IMU emesso da un Comune per l'anno 2013. Il Comune pretendeva il pagamento dell'imposta sugli alloggi popolari, sostenendo che l'esenzione richiedesse l'effettiva occupazione dell'immobile come abitazione principale da parte degli assegnatari. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente, stabilendo che per ottenere l'esenzione IMU alloggi popolari è sufficiente la regolare assegnazione dell'immobile. Esiste infatti una presunzione di regolare gestione degli alloggi pubblici, e spetta al Comune dimostrare l'eventuale decadenza dall'assegnazione. Inoltre, i giudici d'appello hanno violato il giudicato interno, avendo revocato agevolazioni già riconosciute in primo grado e non contestate dal Comune. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Onere della prova: incarico professionale contro lavori sospesi
Una società di ingegneria ha chiesto il pagamento di prestazioni professionali per la sicurezza in un cantiere pubblico. La committente si è opposta, sostenendo che i lavori erano sospesi per inquinamento del terreno e che le prestazioni non erano state eseguite. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società, confermando che l'onere della prova spetta al professionista. Quando il cliente contesta il mancato adempimento, chi richiede il compenso deve dimostrare l'effettivo svolgimento dell'attività e il raggiungimento degli stati di avanzamento concordati. Il solo conferimento dell'incarico non basta a giustificare il pagamento.
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Obbligo di custodia: dipendente assolto senza provare il furto
Un'amministrazione pubblica ha chiesto a un dipendente la restituzione di una somma di denaro scomparsa dalla cassetta metallica a lui affidata. Il dipendente, precedentemente assolto in sede penale, si è opposto alla richiesta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministrazione, confermando che il lavoratore ha rispettato l'obbligo di custodia. Avendo riposto la cassetta chiusa a chiave nel proprio cassetto, anch'esso chiuso, secondo la prassi dell'ufficio, il dipendente ha agito con la diligenza richiesta. La Corte ha stabilito che, se la condotta del debitore rispetta lo standard di diligenza concreto, non vi è inadempimento, escludendo la necessità di dimostrare una causa di forza maggiore. Il dipendente vince definitivamente la causa.
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Detrazione IMU alloggi popolari: basta l’assegnazione
Un Ente Gestore di case popolari ha impugnato l'avviso di accertamento IMU emesso da un Comune. Il Comune negava la detrazione IMU alloggi popolari per gli immobili non effettivamente abitati dagli assegnatari. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado dava ragione al Comune, sostenendo che l'esenzione richiedesse l'uso come abitazione principale e che l'Ente dovesse provarlo. La Corte di Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che per la detrazione IMU alloggi popolari basta la regolare assegnazione dell'alloggio. Spetta al Comune dimostrare l'eventuale decadenza dall'assegnazione. Inoltre, i giudici d'appello hanno violato il giudicato interno confermando l'accertamento anche per la parte già vinta dall'Ente in primo grado e non impugnata dal Comune. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente Gestore, rinviando la causa per un nuovo giudizio.
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Rinuncia al ricorso per cassazione: stop alla lite con la banca
Una società ha impugnato la decisione d'appello che respingeva le sue domande di nullità di un conto corrente e di tre mutui contro una banca, per mancato assolvimento dell'onere della prova e prescrizione dei diritti restitutori. Tuttavia, prima della decisione della Suprema Corte, la società ha presentato formale rinuncia al ricorso per cassazione, accettata dalla banca. La Corte di Cassazione ha quindi dichiarato l'estinzione del giudizio, disponendo la compensazione delle spese di lite tra le parti.
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Cessione dei crediti in blocco: ko la banca senza prove certe
Una società di gestione crediti ha agito per il recupero di un saldo passivo di conto corrente, sostenendo di averlo acquistato tramite una cessione dei crediti in blocco da una banca. La debitrice ha contestato la titolarità del credito in capo alla società. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della società finanziaria. I giudici hanno chiarito che la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della cessione dei crediti in blocco è sufficiente solo se il credito specifico rientra chiaramente nelle categorie cedute. Nel caso specifico, il debito derivava da un conto corrente non affidato, mentre la cessione riguardava solo finanziamenti ipotecari o chirografari. Di conseguenza, la società non ha dimostrato di essere la reale proprietaria del credito. La società finanziaria è stata condannata anche al pagamento di una sanzione per lite temeraria.
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Pubblicità ingannevole: rubinetto contro acqua minerale
La Federazione delle Acque Minerali ha citato in giudizio l'Azienda di Rubinetteria per concorrenza sleale e pubblicità ingannevole, contestando l'uso dei termini "pura" e "purezza" per l'acqua di rubinetto e l'uso di slogan comparativi. Sebbene la Cassazione abbia escluso l'esclusività del termine "purezza" per le acque minerali, ha accolto il ricorso della Federazione su punti decisivi. La Corte ha stabilito che l'Azienda deve attivarsi per rimuovere gli slogan vietati anche dai siti web gestiti da terzi e che i giudici d'appello hanno erroneamente escluso le prove testimoniali sulla continuazione dell'illecito. Inoltre, la quantificazione del danno deve considerare la rappresentanza delle trentanove imprese associate alla Federazione. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Onere della prova nei contratti bancari: il cliente perde tutto
La Corte di Cassazione ha affrontato il tema dell'onere della prova nei contratti bancari in un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo. La vicenda nasce dall'ingiunzione di pagamento ottenuta da un istituto di credito contro una società correntista e i suoi garanti. Questi ultimi si sono opposti formulando una domanda riconvenzionale per ottenere la restituzione di somme indebitamente pagate su diversi conti correnti. La Cassazione ha confermato che, quando il correntista agisce in via riconvenzionale per il ricalcolo dei saldi e la restituzione delle somme, l'onere della prova nei contratti bancari grava interamente su di lui. Non avendo la società fornito la prova della scorrettezza dei saldi iniziali, il suo ricorso principale è stato dichiarato inammissibile, con conseguente inefficacia del ricorso incidentale della banca. La società correntista è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Responsabilità precontrattuale: accordo sfumato ma l’ente paga
La Società e l'Autorità Portuale firmano un accordo preliminare per lo stoccaggio di fanghi di dragaggio. Il progetto si blocca per la mancanza di autorizzazioni pubbliche e la nomina di un commissario. La Società chiede il risarcimento dei danni. La Corte d'Appello esclude l'inadempimento del contratto ma condanna l'ente pubblico per responsabilità precontrattuale, avendo violato i doveri di buona fede durante le trattative e spinto la controparte a investire risorse inutilmente. La Corte di Cassazione conferma questa decisione, dichiarando inammissibili i ricorsi di entrambe le parti. La responsabilità precontrattuale della Pubblica Amministrazione viene così ribadita: anche gli enti pubblici devono comportarsi secondo correttezza durante le trattative, risarcendo le spese sostenute dalla controparte che ha confidato legittimamente nella conclusione dell'accordo.
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Azione di responsabilità dell’amministratore: tutela immediata
L'Azienda Danneggiata ha promosso un'azione di responsabilità dell'amministratore contro l'ex Amministratrice Unica, accusata di aver distratto oltre 1,3 milioni di euro dalle casse sociali per finanziare, senza interessi né garanzie, la Società Controllante estera. La Corte d'Appello aveva rigettato la domanda, sostenendo che la società dovesse prima tentare di recuperare le somme dalla controllante. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Azienda Danneggiata. I giudici di legittimità hanno stabilito che il danno risarcibile coincide direttamente con le somme distratte e che l'azione di responsabilità dell'amministratore non è subordinata al preventivo e infruttuoso tentativo di recupero presso i terzi beneficiari. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Cessione di rapporti bancari estinti: chi paga i vecchi debiti?
La Società Correntista ha citato in giudizio la vecchia Banca per ottenere la restituzione di somme illegittimamente addebitate su un conto corrente estinto nel 2014. A seguito della liquidazione coatta della banca, la causa è stata riassunta anche nei confronti della Nuova Banca, subentrata con un contratto di cessione di passività nel 2017. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Nuova Banca, stabilendo che la cessione di rapporti bancari estinti prima del trasferimento d'azienda esclude la legittimazione passiva del cessionario. Di conseguenza, la Nuova Banca non risponde dei debiti legati a contratti già conclusi prima della cessione.
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Conguaglio partite pregresse: legittimo il recupero del gestore
Un utente ha contestato la richiesta di pagamento di un conguaglio partite pregresse per il servizio idrico, pari a circa settanta euro, relativo agli anni dal 2005 al 2011. Il Tribunale ha inizialmente dato ragione all'utente, ritenendo che l'ente gestore dovesse dimostrare l'imprevedibilità dei costi. La Corte di Cassazione ha invece ribaltato la decisione, accogliendo il ricorso del gestore. I giudici hanno chiarito che la legittimità del recupero dei costi si fonda sul metodo tariffario normalizzato, volto a garantire la copertura integrale dei costi di investimento e di esercizio. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza impugnata, rinviando la causa al Tribunale affinché verifichi se gli importi richiesti rispettino i criteri stabiliti dalla normativa del settore.
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Conguagli partite pregresse: il gestore vince contro gli utenti
Quattro utenti del servizio idrico hanno contestato le fatture dell'Ente Gestore, che richiedeva il pagamento di somme a titolo di conguagli partite pregresse per gli anni dal 2005 al 2011. Il Tribunale aveva ritenuto illegittimi tali addebiti, ritenendo che il gestore non avesse provato la sussistenza di costi imprevisti e imprevedibili. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Ente Gestore. I giudici hanno chiarito che i conguagli sono legittimi se conformi al Metodo Tariffario Normalizzato previsto dal d.m. 1 agosto 1996, volto a garantire la copertura integrale dei costi del servizio. La Cassazione ha quindi annullato la sentenza, rinviando la causa al Tribunale per verificare la correttezza dei calcoli tariffari.
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Esenzione IMU alloggi popolari: il Comune perde la causa
L'Ente Comunale ha notificato un avviso di accertamento a un'Agenzia Regionale per l'Abitare per l'omesso versamento dell'IMU 2013 su alloggi popolari regolarmente assegnati. L'Agenzia ha impugnato l'atto chiedendo l'applicazione dell'agevolazione fiscale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Comune, confermando che l'esenzione IMU alloggi popolari per l'anno 2013 spetta per il solo fatto che gli immobili siano regolarmente assegnati. La Suprema Corte ha stabilito che esiste una presunzione di regolare gestione degli alloggi da parte dell'ente pubblico. Spetta quindi al Comune l'onere di dimostrare l'eventuale illegittimità dell'assegnazione o la decadenza dal beneficio. Di conseguenza, l'ente impositore perde la causa e deve rimborsare le spese di giudizio.
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Notifica della cartella di pagamento: ko del ricorso generico
La Contribuente ha impugnato un preavviso di iscrizione ipotecaria, sostenendo di non aver mai ricevuto la notifica della cartella di pagamento e dei relativi avvisi di accertamento. L'Agente della Riscossione ha difeso la regolarità della procedura depositando le copie fotostatiche degli avvisi di ricevimento. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Contribuente, stabilendo che la contestazione delle copie fotostatiche prodotte dal fisco non può essere generica. Per contestare validamente la conformità all'originale di una fotocopia, il cittadino deve indicare in modo specifico e dettagliato le difformità rispetto all'originale. Di conseguenza, la notifica della cartella di pagamento è stata considerata valida e l'ipoteca legittima. La Contribuente è stata condannata a pagare le spese di giudizio.
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Improcedibilità del ricorso per cassazione: lo screenshot ko
Una società di consulenza ha impugnato un avviso di accertamento fiscale per operazioni ritenute inesistenti. Dopo la decisione sfavorevole in appello, la contribuente ha proposto ricorso in Cassazione. Tuttavia, la Suprema Corte ha dichiarato l'improcedibilità del ricorso per cassazione poiché la società non ha depositato la copia autentica della sentenza impugnata entro i termini previsti dall'articolo 369 c.p.c. La difesa ha tentato di giustificare l'omissione allegando uno screenshot del software di invio e lamentando un malfunzionamento del sistema telematico, ma i giudici hanno accertato l'assenza del documento nei file trasmessi. Di conseguenza, la ricorrente è stata condannata non solo al pagamento delle spese legali, ma anche a una sanzione per abuso del processo e al pagamento del doppio contributo unificato.
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Inammissibilità del ricorso tributario: vince il contribuente
Una società riceveva avvisi di accertamento TARSU e proponeva ricorso. I giudici di merito dichiaravano l'inammissibilità del ricorso tributario perché la data di notifica sull'atto del contribuente appariva corretta a penna e incerta. La Cassazione accoglie il ricorso della società. La Suprema Corte stabilisce che, in caso di contestazioni sulla data di notifica tramite servizio postale diretto, il giudice non può dichiarare subito l'inammissibilità. Egli ha l'obbligo di ordinare l'esibizione dell'avviso di ricevimento originale al concessionario della riscossione, che è l'unico a possederlo. L'inammissibilità deve essere solo un'estrema ratio.
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Rettifica della rendita catastale: fisco contro luogo di culto
L'Amministrazione Finanziaria ha rettificato la categoria catastale di un immobile di proprietà di un Ente Religioso, passandolo da luogo di culto (E/7) a negozio (C/1), con conseguente rettifica della rendita catastale. Il giudice di secondo grado aveva annullato l'atto per difetto di motivazione, confermando la categoria E/7. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che nei procedimenti avviati tramite DOCFA l'obbligo di motivazione è ridotto se i fatti non sono contestati. Pur confermando che l'immobile rientra nella categoria E/7 per le sue caratteristiche oggettive, la Suprema Corte ha chiarito che anche i luoghi di culto devono avere una rendita catastale attribuita, seppur a fini statistici. La causa è stata rinviata per la corretta determinazione della rendita.
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