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Art. 2697 Codice Civile — Anno 2026

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2903 provvedimenti

Altri anni per Art. 2697 Codice Civile

Scudo fiscale: le dichiarazioni riservate non bloccano il Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha emesso tre avvisi di accertamento contro una contribuente, contestando la mancata prova dell'effettiva detenzione all'estero di capitali regolarizzati tramite lo scudo fiscale. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che le dichiarazioni riservate presentate per lo scudo fiscale non esonerano il contribuente dall'onere di provare la sussistenza dei requisiti per beneficiare del regime di favore. Spetta quindi al cittadino, e non all'amministrazione finanziaria, dimostrare la reale esistenza delle attività finanziarie estere alla data prevista dalla legge.
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Cessione del credito: l’autotutela pubblica riduce i rimborsi
Un'impresa appaltatrice ha effettuato una cessione del credito a favore di una società finanziaria. Il credito derivava da lavori pubblici e riguardava il caro materiali. Successivamente, l'ente pubblico appaltante ha ridotto l'importo del credito tramite un provvedimento di autotutela e ha pagato la somma ridotta direttamente all'appaltatrice. La società finanziaria ha agito in giudizio per ottenere l'intero importo originario. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della finanziaria, stabilendo che la riduzione del credito operata dall'amministrazione in autotutela è opponibile al cessionario, poiché incide sull'esistenza stessa del diritto ceduto. Inoltre, la contestazione dell'ente pubblico costituisce una mera difesa, non soggetta a decadenze processuali.
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Rimborso IRBA: la contribuente perde contro la Regione
Una contribuente ha richiesto il rimborso IRBA direttamente a un Ente Regionale. La Corte di Giustizia Tributaria ha accolto la domanda, escludendo l'Agenzia delle Dogane. L'Ente Regionale ha impugnato la decisione davanti alla Corte di Cassazione. I giudici di legittimità hanno accolto il ricorso dell'Ente Regionale, stabilendo che la legittimazione passiva esclusiva per questa imposta spetta all'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, a causa della natura erariale del tributo. Di conseguenza, la Cassazione ha cassato la sentenza precedente e ha rigettato la richiesta di rimborso della contribuente nei confronti dell'Ente Regionale, compensando le spese di giudizio.
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Regolamento de minimis: documenti salvi ma rimborso a rischio
Un pediatra convenzionato ha richiesto il rimborso del 90% delle imposte versate per gli anni 1990-1992, beneficiando delle agevolazioni per le vittime del sisma in Sicilia. L'Agenzia delle Entrate ha contestato la richiesta, sostenendo l'invalidità della domanda priva di documenti e l'incompatibilità dell'aiuto con il diritto europeo. La Corte di Cassazione ha chiarito che la mancanza iniziale di documenti non rende nulla la domanda, potendo questi essere presentati in giudizio. Tuttavia, ha accolto il ricorso del Fisco poiché il giudice d'appello ha omesso di verificare se il professionista, equiparato a un'impresa, rispettasse i limiti del Regolamento de minimis. La sentenza è stata cassata con rinvio per effettuare tale accertamento.
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Agevolazioni fiscali ASD: forma democratica contro cassa reale
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a un'Associazione Sportiva l'accesso alle agevolazioni fiscali ASD per gli anni 2016 e 2017, rilevando l'assenza di democraticità interna e la mancanza dei libri sociali obbligatori. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ufficio, chiarendo che la semplice affiliazione formale non basta per godere dei benefici, gravando sull'ente l'onere di provare l'effettivo svolgimento di attività non lucrativa. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto anche il ricorso incidentale dell'Associazione Sportiva, stabilendo che il calcolo del limite dei ricavi per l'accesso al regime di favore deve seguire rigorosamente il principio di cassa, escludendo le fatture emesse ma non ancora incassate. La causa è stata rinviata alla Corte di Giustizia Tributaria per un nuovo esame dei fatti.
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Scavo del sottosuolo condominiale: privato perde contro condominio
Due condomine hanno eseguito uno scavo del sottosuolo condominiale per abbassare il pavimento del loro locale seminterrato di ventiquattro centimetri, aumentandone l'altezza interna. Il Condominio ha chiesto il ripristino dello stato originario dei luoghi, sostenendo che lo scavo avesse intaccato una parte comune dell'edificio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso delle proprietarie, confermando che il sottosuolo appartiene a tutti i condomini in mancanza di un titolo contrario. Di conseguenza, lo scavo non autorizzato costituisce un'appropriazione illecita della cosa comune e non un semplice uso più intenso della stessa. Le condomine sono state condannate a ripristinare la quota originaria del pavimento e a pagare le spese legali.
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Doppia iscrizione INPS: amministratore e socio sul campo
Un socio-amministratore di una società a responsabilità limitata ha contestato la richiesta dell'INPS di pagare oltre quindicimila euro di contributi alla Gestione commercianti. L'interessato sosteneva di svolgere solo compiti di amministrazione e che la pretesa dell'ente fosse prescritta o decaduta. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando l'obbligo di doppia iscrizione INPS. I giudici hanno accertato che l'uomo non si limitava a gestire la società, ma svolgeva un'attività operativa quotidiana e prevalente sul campo. La Suprema Corte ha chiarito che l'eventuale vizio formale della cartella non cancella il debito contributivo e che il verbale ispettivo ha interrotto la prescrizione. Di conseguenza, il socio deve pagare i contributi e le spese legali.
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Operazioni a premio o contratti? La Cassazione fissa i confini
Una società contesta la pretesa del Fisco di tassare come operazioni a premio dei viaggi turistici offerti ai clienti che raggiungevano determinati volumi di acquisto. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della società, stabilendo che non si tratta di operazioni a premio ma di veri e propri contratti a prestazioni corrispettive. Infatti, l'offerta non era rivolta al pubblico indistinto, ma inserita in singoli accordi commerciali in cui il cliente si impegnava ad acquistare merci o, in alternativa, a rimborsare il costo del viaggio. Di conseguenza, l'operazione esula dal regime fiscale delle manifestazioni a premio. La Suprema Corte respinge anche il ricorso dell'Agenzia delle Entrate sul tema del transfer pricing, confermando la legittimità del metodo di calcolo utilizzato dalla contribuente.
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Principio di competenza: no alle tasse sui crediti contestati
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso avvisi di accertamento contro una Clinica Privata, pretendendo le tasse su prestazioni sanitarie erogate ma non ancora pagate né approvate dall'Azienda Sanitaria, in quanto oggetto di una causa arbitrale. Il Fisco invocava il principio di competenza. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, stabilendo che un credito contestato in tribunale (sub judice) non è né certo né determinabile, e quindi non va tassato in quell'anno. Inoltre, la Corte ha accolto il ricorso della Clinica Privata sui costi deducibili, poiché i giudici d'appello avevano bocciato le deduzioni con una motivazione generica e insufficiente. La causa torna quindi alla Corte di giustizia tributaria per un nuovo esame dei costi.
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Opposizione allo stato passivo: credito ingente ma senza prove
Una società fornitrice ha richiesto l'ammissione al passivo del fallimento di una farmacia per un credito di oltre 225.000 euro, derivante da forniture commerciali. Dopo il rigetto del giudice delegato, la società ha proposto opposizione allo stato passivo modificando la base giuridica della domanda: in primo grado aveva invocato la responsabilità per i debiti dell'azienda ceduta, mentre in sede di impugnazione ha sostenuto il subentro nei contratti in corso. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che nel giudizio di opposizione allo stato passivo vige il principio di immutabilità della domanda, che vieta l'introduzione di nuove pretese o modifiche sostanziali. Inoltre, i documenti contabili prodotti erano privi di data certa e troppo generici per provare le consegne.
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Accertamento con studi di settore: il doppio lavoro non basta
Un avvocato impugna un avviso di accertamento con studi di settore emesso dall'Amministrazione Finanziaria per l'anno 1998. Il professionista giustifica lo scostamento dai parametri statistici invocando il "fattore tempo", dovuto allo svolgimento di un'altra attività lavorativa. Dopo un primo rinvio della Cassazione, la Commissione Tributaria Regionale conferma la pretesa fiscale, ritenendo la difesa del contribuente smentita dall'ampia clientela, dai beni strumentali e dai maggiori redditi dichiarati l'anno precedente. La Suprema Corte rigetta definitivamente il ricorso del professionista. I giudici chiariscono che l'accertamento con studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici: spetta al contribuente l'onere di allegare e provare le circostanze specifiche che giustificano lo scostamento dal modello standard, mentre la Cassazione non può riesaminare il merito delle valutazioni di fatto già compiutamente espresse dal giudice territoriale.
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Detrazione credito IVA: il fisco perde contro le prove contabili
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso una cartella di pagamento contro un Ente Locale per recuperare oltre 450.000 euro di IVA, contestando l'errato riporto di un credito derivante da dichiarazioni integrative presentate in ritardo. L'Ente Locale ha dimostrato la reale esistenza del credito esibendo la contabilità. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco, confermando che la detrazione credito IVA non può essere negata tramite un semplice controllo automatizzato se il contribuente dimostra in concreto i requisiti sostanziali del credito, ovvero che si tratta di acquisti imponibili effettuati nell'esercizio dell'attività.
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Onere della prova del professionista: parcella contro fatti
Un'azienda si oppone al decreto ingiuntivo ottenuto da un architetto per prestazioni professionali contestate. Il Tribunale revoca il decreto, ma la Corte d'appello riduce il rimborso dovuto all'azienda calcolando il compenso anche su attività non verificate. La Cassazione accoglie il ricorso dell'azienda, ribadendo il principio sull'onere della prova del professionista: chi richiede il pagamento deve dimostrare sia il conferimento dell'incarico sia l'effettivo svolgimento delle singole prestazioni. Inoltre, la parcella vistata dall'Ordine non costituisce piena prova in caso di contestazione, e le tariffe a percentuale comprendono già le spese di ufficio e i collaboratori. La sentenza viene cassata con rinvio.
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Azione di riduzione: il figlio escluso batte i fratelli eredi
Un uomo, riconosciuto come figlio solo molti anni dopo la morte del padre, ha impugnato il testamento paterno chiedendo la revocazione dello stesso e l'azione di riduzione per ottenere la sua quota di eredità. I giudici di merito avevano respinto le sue richieste. La Corte di Cassazione ha stabilito che il testamento non può essere revocato automaticamente se il padre aveva già altri figli noti al momento della firma. Tuttavia, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del figlio escluso per quanto riguarda l'azione di riduzione: essendo un erede totalmente escluso, egli non deve dimostrare con precisione matematica l'intero patrimonio paterno fin dall'inizio. Spetta al giudice ricostruire l'asse ereditario. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio alla Corte d'Appello.
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Infiltrazioni d’acqua in condominio: paga il privato, non l’ente
Il proprietario di un appartamento subisce danni al bagno a causa di infiltrazioni d'acqua provenienti dall'immobile sovrastante. Gli eredi della proprietaria dell'appartamento superiore negano la responsabilità, attribuendo il problema alla colonna fecale condominiale o ai lavori di ristrutturazione. Il Tribunale e la Corte d'Appello accertano invece che il danno deriva dalla rottura di tubature private e condannano gli eredi al risarcimento. La Corte di Cassazione conferma la decisione, rigettando il ricorso. La Suprema Corte ribadisce che la responsabilità per le infiltrazioni d'acqua in condominio ricade sul custode dell'immobile da cui origina il danno (Art. 2051 c.c.), il quale può liberarsi solo provando il caso fortuito. Gli eredi non hanno fornito tale prova e devono quindi risarcire la danneggiata e pagare le spese legali.
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Responsabilità decennale appaltatore: prove unilaterali valide
Un condominio ha citato in giudizio l'impresa costruttrice per gravi infiltrazioni d'acqua, invocando la responsabilità decennale appaltatore per gravi difetti costruttivi. La Corte d'appello aveva respinto la domanda, ritenendo non provata la manifestazione dei vizi entro i dieci anni dalla fine dei lavori ed escludendo a priori la perizia di parte e le diffide perché unilaterali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del condominio. I giudici hanno stabilito che i documenti unilaterali, come una perizia giurata anteriore alla scadenza del decennio, possiedono un valore indiziario fondamentale per dimostrare quando i difetti sono stati percepiti. La sentenza d'appello è stata quindi annullata con rinvio per un nuovo esame.
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Notifica a mezzo posta: la ricevuta batte il protocollo
Una società riceve dal Comune due avvisi di accertamento IMU tramite raccomandata postale. L'avviso di ricevimento viene firmato il 12 maggio 2017, ma la società registra gli atti internamente solo il 18 maggio 2017. La società impugna gli atti basandosi sulla data interna, sostenendo che la notifica a mezzo posta senza relata di notifica non provi il contenuto della busta. I giudici di merito dichiarano il ricorso fuori termine. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso della società, confermando che la notifica a mezzo posta diretta non richiede la relata di notifica. La firma sulla ricevuta postale il 12 maggio fa presumere la conoscenza degli atti in quella data. Di conseguenza, il termine per impugnare decorre dalla ricezione effettiva e non dalla successiva registrazione interna, rendendo tardivo il ricorso della contribuente.
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Notifica dell’atto impositivo: vince la ricevuta sul protocollo
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di una società contribuente contro l'avviso di accertamento IMU emesso da un Comune. La società sosteneva che la notifica dell'atto impositivo fosse avvenuta in ritardo, basandosi sulla data del proprio protocollo interno anziché su quella dell'avviso di ricevimento della raccomandata. I giudici hanno chiarito che la spedizione diretta a mezzo posta non richiede una relata di notifica. Di conseguenza, opera la presunzione di conoscenza dal momento della ricezione del plico, attestata dall'avviso di ricevimento postale, gravando sul destinatario l'onere di dimostrare l'eventuale mancata ricezione o un contenuto diverso. L'impugnazione è stata quindi dichiarata tardiva e la società è stata condannata al pagamento delle spese processuali.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: buona fede o frode?
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società l'indebita detrazione dell'IVA relativa all'acquisto di un'autovettura da un fornitore considerato una società cartiera. L'ufficio ha qualificato la transazione come rientrante tra le operazioni soggettivamente inesistenti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società acquirente, confermando la decisione del giudice d'appello. La Suprema Corte ha chiarito che spetta al contribuente dimostrare la propria buona fede e l'estraneità alla frode fiscale quando l'amministrazione finanziaria fornisce indizi seri e concordanti sulla fittizietà del venditore. Inoltre, i giudici di legittimità hanno ribadito che la valutazione delle prove e delle presunzioni spetta esclusivamente ai giudici di merito e non può essere riesaminata in sede di Cassazione. Di conseguenza, la società acquirente perde definitivamente la causa.
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Nota di credito a titolo gratuito: il regalo che va restituito
La Corte di Cassazione ha confermato l'inefficacia di una nota di credito emessa da una società prima del suo fallimento a favore di un'impresa acquirente. I giudici hanno qualificato l'atto come una nota di credito a titolo gratuito, poiché mancava la prova di un rapporto commerciale sottostante (come sconti o vizi della merce) che ne giustificasse l'emissione. La Suprema Corte ha stabilito che, a fronte della contestazione del fallimento, spetta al beneficiario dimostrare la causa economica onerosa dello spostamento patrimoniale. Di conseguenza, la società beneficiaria è stata condannata a restituire l'intera somma di oltre centodiciassettemila euro alla curatela fallimentare, non avendo fornito prove idonee a superare la presunzione di gratuità dell'atto.
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