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Art. 2697 Codice Civile — Anno 2026

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2903 provvedimenti

Altri anni per Art. 2697 Codice Civile

Ricognizione di debito: pretesa da 4 milioni azzerata
Un ex amministratore e institore societario ha chiesto il pagamento di oltre quattro milioni di euro sulla base di una scrittura privata. Il fallimento della società ha contestato la pretesa, dimostrando che l'assemblea e il consiglio non avevano mai approvato tali compensi straordinari. La Corte d'Appello ha ridimensionato il credito ad appena 681.000 euro, legati a una specifica provvigione immobiliare, annullando il resto per inesistenza del rapporto sottostante. La Suprema Corte ha confermato la sconfitta dell'ex dirigente dichiarando improcedibile il ricorso, poiché l'impugnazione è avvenuta oltre il termine perentorio di sessanta giorni e senza il deposito della prova di notifica.
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Presupposto impositivo IMU valido anche senza possesso materiale
Il Comune richiedeva a una società il versamento dei tributi locali su immobili originariamente espropriati, la cui procedura era stata annullata con ordine giudiziale di restituzione. La società contestava la pretesa fiscale, sostenendo di non avere la materiale disponibilità dei beni e di non aver saldato il prezzo di riscatto. La Corte di Cassazione ha dato ragione all'ente locale. I giudici hanno chiarito che il presupposto impositivo IMU si fonda sulla titolarità formale del diritto di proprietà e non sulla disponibilità fisica dell'immobile. Inoltre, la sentenza definitiva di restituzione trasferisce immediatamente la proprietà, rendendo irrilevante il mancato pagamento dell'indennizzo. L'iscrizione catastale genera una presunzione di possesso che impone al contribuente l'onere di provare l'esenzione con elementi documentali certi.
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Annullamento automatico della cartella: il debito resta
Un professionista riceve un'intimazione di pagamento per contributi previdenziali non versati e ne chiede l'annullamento. Egli invoca l'annullamento automatico della cartella poiché l'ente non ha risposto entro il termine di legge di duecentoventi giorni alla sua istanza di sospensione. Il Tribunale accoglie l'opposizione per una cartella viziata dal ritardo, ma condanna comunque il debitore a pagare la somma dovuta in accoglimento della domanda riconvenzionale dell'ente di previdenza. La Corte d'Appello conferma integralmente la condanna. La Corte di Cassazione respinge il ricorso del professionista. I giudici stabiliscono che il mancato rispetto dei termini da parte dell'agente cancella la cartella esattoriale, ma non estingue il debito sostanziale sottostante, che l'ente creditore può sempre riscuotere mediante l'ordinaria azione giudiziaria.
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Accertamento sintetico da redditometro: lite chiusa col Fisco
L'Agenzia delle Entrate notificava alla contribuente un avviso per accertamento sintetico da redditometro, contestando maggiori imposte e sanzioni per oltre settantottomila euro a seguito dell'acquisto di un immobile e quote societarie. I giudici di merito accoglievano le tesi difensive della cittadina, ritenendo le spese giustificate da disponibilità economiche pregresse, donazioni indirette familiari e affitti studenteschi. Il Fisco proponeva ricorso per Cassazione contestando la valutazione probatoria. Nelle more del giudizio di legittimità, la contribuente presentava domanda di adesione alla pace fiscale prevista dal Decreto Legge numero 119 del 2018. L'assenza di dinieghi o istanze di prosecuzione ha determinato la definitiva chiusura della vertenza.
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Abuso del diritto escluso nella cessione di quote societarie
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un contribuente l'abuso del diritto per aver costituito una società allo scopo di acquistare un immobile e cedere successivamente le partecipazioni rivalutate, tassate con imposta sostitutiva agevolata, invece di vendere direttamente l'edificio. Il Fisco riteneva l'operazione priva di sostanza economica e finalizzata solo al risparmio d'imposta. I giudici di secondo grado hanno confermato l'accertamento. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del contribuente, cassando la sentenza. Gli Ermellini hanno chiarito che il bando di gara imponeva l'acquisto da parte di persone giuridiche e che la gestione societaria rispondeva a precise esigenze organizzative, di ristrutturazione edilizia e di limitazione del rischio patrimoniale. La Cassazione ha demandato al giudice del merito una nuova valutazione approfondita di tali ragioni economiche ed extrafiscali.
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Azione revocatoria ordinaria respinta su atto dovuto
Una banca ha promosso un'azione revocatoria ordinaria contro un debitore garante e la consorte per annullare il trasferimento immobiliare a favore di quest'ultima. I coniugi hanno eccepito che la cessione costituiva l'adempimento di un pregresso accordo fiduciario, provato da una formale diffida inviata tramite raccomandata prima della vendita. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'istituto di credito e della società cessionaria, confermando la decisione d'appello. Il trasferimento immobiliare rappresenta un atto dovuto e non revocabile, poiché la raccomandata postale ha conferito data certa all'obbligazione pregressa. La banca e la società di recupero crediti hanno perso la causa e devono rimborsare le spese legali a entrambe le parti convenute.
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Pensione di vecchiaia: stop all’assegno ma salvi i costi legali
Una lavoratrice ha richiesto all'ente previdenziale l'accesso alla pensione di vecchiaia. I giudici hanno respinto la richiesta poiché la donna interrompeva il contratto solo nei mesi estivi per percepire la disoccupazione, venendo puntualmente riassunta a settembre dallo stesso datore. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda principale: per ottenere la pensione di vecchiaia serve una cessazione effettiva e definitiva del rapporto di lavoro, non una pausa temporanea programmata. Tuttavia, i Supremi Giudici hanno accolto il ricorso limitatamente alle spese legali, poiché la Corte d'Appello aveva omesso di valutare la dichiarazione di esenzione per motivi di reddito presentata dalla lavoratrice.
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Compenso informatore medico scientifico: l’azienda occulta i dati
Un'informatrice medico-scientifica ha svolto attività continuativa per diciotto mesi senza ricevere il compenso pattuito. Il contratto collegava la provvigione ai dati di vendita delle zone di competenza. L'azienda ha però rifiutato di condividere questi dati e ha ignorato i ripetuti ordini di esibizione del giudice. La Corte d'Appello ha quindi determinato il compenso informatore medico scientifico in via equitativa, condannando la società al pagamento di 54.000 euro lordi. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione, dichiarando il ricorso dell'azienda inammissibile. La condotta aziendale contraria a buona fede legittima pienamente la stima economica del giudice per tutelare l'attività effettivamente prestata dalla professionista.
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Conto corrente cointestato: la prova supera la parità
Al termine di una convivenza, due ex partner affrontano lo scioglimento della comunione e la divisione delle somme depositate in banca. La donna richiede la restituzione della metà degli importi transitati tramite giroconto sul conto esclusivo dell'ex compagno, invocando la presunzione di comproprietà paritaria. L'uomo sostiene invece di aver alimentato personalmente la provvista con proprio denaro esclusivo, producendo specifici estratti conto bancari a supporto. La Corte d'Appello condanna l'uomo applicando in modo astratto la presunzione legale di parità. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'ex convivente e cassa la pronuncia. I giudici stabiliscono che la presunzione di parità sul conto corrente cointestato può essere vinta con prove documentali o presunzioni semplici e impongono al giudice di merito di esaminare puntualmente i flussi finanziari prima di decidere la divisione.
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Sgravi contributivi per assunzioni: un solo giorno non basta
Un datore di lavoro assume un dipendente beneficiando degli sgravi contributivi per assunzioni. L'ente previdenziale revoca le agevolazioni tramite avviso di addebito. Secondo l'ente, il dipendente aveva svolto un singolo giorno di lavoro irregolare nei sei mesi precedenti, configurabile come rapporto a tempo indeterminato. I giudici territoriali confermano la revoca ritenendo non contestata la natura indeterminata del pregresso rapporto. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso dell'azienda. I giudici di legittimità stabiliscono che il principio di non contestazione si applica solo ai fatti storici materiali e non alla qualificazione giuridica. Spetta esclusivamente al giudice valutare se una sola giornata di lavoro irregolare costituisca o meno un contratto a tempo indeterminato preclusivo degli sgravi.
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Dipendente o socia: scatta l’iscrizione Gestione commercianti
L'ente previdenziale ha iscritto d'ufficio alla Gestione commercianti una socia di una società a responsabilità limitata operante nella ristorazione. L'istituto ha contestato lo svolgimento di un'attività abituale e prevalente con pieni poteri direttivi, nonostante l'inquadramento formale come lavoratrice subordinata part-time. La socia ha impugnato l'avviso di addebito sostenendo la natura subordinata delle proprie mansioni. La Corte d'Appello ha confermato la pretesa contributiva, valorizzando le testimonianze che attestavano la presenza costante e l'esercizio del comando aziendale. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della lavoratrice, ribadendo che la valutazione delle prove spetta esclusivamente ai giudici di merito e confermando la piena legittimità dell'iscrizione Gestione commercianti.
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Donazione di cosa altrui: tra usucapione e nullità dell’atto
La controversia nasce dall'azione di una proprietaria contro il vicino per il mancato rispetto delle distanze legali e l'innalzamento del terreno con un muro. Il vicino ha chiesto in via riconvenzionale la nullità dell'atto di donazione con cui il padre aveva trasferito il fondo alla figlia, contestando l'assenza di effettiva usucapione in capo al genitore. I giudici di merito hanno dichiarato nulla la donazione ritenendola donazione di cosa altrui basata solo sui dati catastali. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei donatari, stabilendo che la richiesta di accertamento dell'usucapione non costituiva domanda nuova in appello trattandosi di diritto autodeterminato. I giudici hanno chiarito che la validità della donazione dipendeva dalla preventiva verifica dell'effettivo possesso ventennale del donante e dalla consapevolezza dell'altruità del cespite.
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Restituzione somme del lavoratore: la banca perde il credito
Un istituto di credito ha richiesto giudizialmente a un ex promotore finanziario la restituzione di oltre 146.000 euro per il saldo passivo del conto corrente acceso durante il rapporto di lavoro. Sia il Tribunale sia la Corte d'Appello hanno rigettato la domanda della banca per mancato assolvimento dell'onere probatorio relativo alla sussistenza e all'ammontare del credito. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente le decisioni di merito, respingendo il ricorso dell'istituto bancario. I giudici hanno chiarito che l'istituto di credito che richiede la restituzione somme del lavoratore deve dimostrare con precisione la causale del debito, non bastando la mera produzione di estratti conto inidonei a distinguere le voci retributive da quelle bancarie.
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Giudicato tributario: stop a cartelle già annullate
L'Agente della Riscossione notificava a una contribuente due cartelle di pagamento per l'omesso versamento dell'imposta di registro su atti giudiziari. La contribuente impugnava gli atti evidenziando che precedenti sentenze passate in giudicato avevano già annullato tali cartelle. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado respingeva le difese della donna, ignorando completamente le sentenze definitive e ritenendo il debito non prescritto. La contribuente ricorreva quindi in Cassazione lamentando l'omessa valutazione dei precedenti provvedimenti favorevoli. I Giudici di legittimità hanno accolto il ricorso, affermando che il giudice di merito deve obbligatoriamente esaminare l'eccezione di giudicato tributario. La Cassazione ha cassato la decisione impugnata e ha rinviato il procedimento a una diversa sezione della Corte regionale per riesaminare gli atti definitivi.
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Iscrizione Gestione commercianti: ok a prove nuove in appello
L'Ente previdenziale ha richiesto i contributi a una socia e amministratrice tramite iscrizione d'ufficio, sostenendo la sua partecipazione abituale e prevalente al lavoro aziendale. Nel giudizio di secondo grado, l'Istituto ha depositato per la prima volta i verbali ispettivi con le dichiarazioni dei testimoni per provare l'obbligo contributivo. La Corte di merito ha ammesso i documenti tardivi ritenendoli indispensabili e ha confermato il debito. La Suprema Corte ha respinto il ricorso della socia, sancendo che nel rito del lavoro il giudice d'appello può ammettere prove decisive non depositate prima. Tale facoltà serve a perseguire la verità materiale, purché esistano già indizi nel processo. Risulta legittima l'iscrizione Gestione commercianti.
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Licenziamento per giustificato motivo oggettivo e repechage
Un'azienda ha intimato un licenziamento per giustificato motivo oggettivo a un dipendente a seguito della riduzione di un appalto. La comunicazione di recesso è avvenuta tramite lettere aziendali relative alla procedura conciliativa e al saldo delle competenze. Il lavoratore ha impugnato il recesso contestando la mancanza di forma scritta e l'assenza delle ragioni economiche. La Corte d'Appello ha riconosciuto la validità della forma scritta ma ha dichiarato il recesso illegittimo per mancata prova dell'impossibilità di repechage, ordinando la reintegrazione e il risarcimento. La Corte di Cassazione ha confermato integralmente la decisione. La mancata dimostrazione dell'impossibilità di ricollocare il lavoratore rende insussistente il fatto posto a base del recesso e giustifica la reintegrazione ex articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.
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Differenze retributive negate se mancano giorni e orari certi
Un lavoratore ha chiesto la condanna dei datori di lavoro al pagamento di differenze retributive per l'attività svolta durante ricevimenti ed eventi estivi. I giudici hanno accertato la natura subordinata dell'attività, ma hanno rilevato prestazioni discontinue senza prova su orari e giorni lavorati. La Corte di Cassazione ha confermato il rigetto della domanda. Il lavoratore non può ottenere una stima del compenso tramite equità se non dimostra l'effettiva spettanza del credito. La valutazione equitativa quantifica un credito certo, ma non sostituisce la prova dei fatti costitutivi del diritto. Il dipendente perde il ricorso e deve pagare le spese legali.
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Assorbimento del superminimo: stop ai tagli dopo prassi lunga
Un'azienda ha versato per oltre tredici anni un compenso integrativo a un lavoratore, evitando di ridurlo durante molteplici rinnovi contrattuali. Nel 2018 la società ha improvvisamente operato l'assorbimento del superminimo trattenendo le somme. Il dipendente ha avviato una causa per recuperare gli importi sottratti. I giudici di merito hanno accolto la domanda del lavoratore, riscontrando la nascita di un vincolo obbligatorio. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna dell'azienda. La costante omissione dei tagli retributivi ha generato un vero e proprio uso aziendale a favore del personale. La società poteva revocare tale beneficio collettivo solo tramite una comunicazione formale, chiara e trasparente. Il semplice taglio in busta paga costituisce un mero inadempimento contrattuale e non una valida disdetta.
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Contratti autonomi finti: confermata la sanzione per subordinazione
L'Ispettorato del Lavoro ha sanzionato una cooperativa sociale per aver impiegato personale mediante finti contratti autonomi, occasionali e di collaborazione a progetto privi dei requisiti di legge. L'ente ha qualificato le mansioni svolte come vero e proprio impiego dipendente non dichiarato. La società ha fatto opposizione, sostenendo la decadenza dei termini di contestazione e lamentando che i giudici avessero trasformato i contratti senza una domanda esplicita dei singoli lavoratori. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della cooperativa. I giudici hanno chiarito che l'ispettorato e i tribunali possono verificare la reale natura delle prestazioni al di là dell'etichetta formale. La riqualificazione rapporto di lavoro in via incidentale serve legittimamente a confermare le sanzioni amministrative per mancata denuncia, rendendo definitivo il pagamento delle somme dovute dal datore di lavoro.
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Licenziamento orale non provato: ricorso inammissibile
Un lavoratore ha adito il tribunale sostenendo di aver subito un licenziamento orale da parte della società datrice di lavoro nell'ottobre 2009. I giudici di merito hanno riconosciuto l'esistenza del pregresso rapporto di lavoro subordinato, liquidando il trattamento di fine rapporto, ma hanno respinto le tutele per recesso illegittimo a causa della totale assenza di prove sull'allontanamento verbale. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del dipendente per difetto di formulazione dei motivi e per il tentativo vietato di ridiscutere i fatti accertati. Il lavoratore è stato quindi condannato al rimborso delle spese legali e a una sanzione per lite temeraria.
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