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Art. 2697 Codice Civile — Anno 2026

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2903 provvedimenti

Altri anni per Art. 2697 Codice Civile

Domanda nuova in appello: buste paga inutili se tardive
Il Lavoratore ha chiesto il pagamento di differenze retributive e indennità per ferie non godute. In appello, ha presentato un calcolo dettagliato basato sul confronto di tutte le buste paga dal 2010 al 2014. La Corte d'Appello ha ritenuto inammissibile questa richiesta perché costituiva una domanda nuova in appello, non formulata in primo grado. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, respingendo il ricorso del Lavoratore. I giudici hanno chiarito che la semplice presenza dei documenti nel fascicolo non basta a giustificare l'introduzione di un nuovo tema di indagine in secondo grado. Il Lavoratore perde definitivamente la causa e deve versare un ulteriore contributo unificato.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: la contabilità non basta
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento contro una società per costi e IVA indebitamente detratti, basati su fatture per operazioni oggettivamente inesistenti emesse da una ditta individuale priva di reale struttura e dipendenti. La Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione alla società, ritenendo che le carenze del fornitore non la riguardassero. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco. I giudici hanno chiarito che, a fronte di indizi precisi forniti dall'Amministrazione sulla fittizietà delle operazioni, spetta al contribuente fornire una prova contraria rigorosa. La semplice regolarità formale dei pagamenti e delle fatture non basta a smentire la contestazione. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Operazioni soggettivamente inesistenti: quando la forma non salva
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società l'indebita detrazione dell'IVA per l'acquisto di autovetture da un fornitore fittizio, configurando l'ipotesi di operazioni soggettivamente inesistenti. I giudici di merito avevano dato ragione alla contribuente, ritenendo sufficiente a dimostrare la sua buona fede la regolare immatricolazione dei veicoli. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco. La Suprema Corte ha chiarito che la semplice regolarità formale delle pratiche non basta a escludere la consapevolezza della frode. I giudici avrebbero dovuto valutare complessivamente tutti gli indizi di fittizietà del fornitore offerti dall'Amministrazione, come l'assenza di dipendenti e il mancato versamento delle imposte. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Regime del margine: la buona fede non salva senza controlli
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un rivenditore di auto usate l'indebita applicazione del regime del margine per l'acquisto di settantatré vetture, ritenendo che provenissero da società estere di noleggio o leasing legittimate a detrarre l'IVA a monte. Dopo un primo rinvio della Cassazione, il giudice di merito ha confermato l'accertamento solo per quattordici auto, reputando insufficienti le prove per le restanti cinquantanove. La Suprema Corte ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che il giudice del rinvio non ha applicato correttamente il principio di diritto. Il rivenditore deve dimostrare la massima diligenza professionale, verificando i precedenti intestatari sulla carta di circolazione per tutte le vetture. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame complessivo.
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Accertamento reddito di partecipazione: il socio batte il fisco
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di una socia di una società a ristretta base, contestando un maggior reddito derivante dall'accertamento reddito di partecipazione. La società non aveva impugnato il proprio accertamento, rendendolo definitivo. La socia ha invece fatto ricorso, contestando l'esistenza stessa dei ricavi societari non dichiarati, derivanti da fatture false emesse da terzi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del Fisco, stabilendo che la mancata impugnazione dell'atto da parte della società non impedisce al socio di contestare nel merito l'esistenza del maggior reddito societario nel proprio giudizio. Vince la contribuente.
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Spese di rappresentanza: il Fisco vince contro l’azienda
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società farmaceutica la deduzione integrale dei costi per convegni e corsi rivolti a medici e farmacisti, qualificandoli come spese di rappresentanza anziché spese di pubblicità. I giudici di merito avevano dato ragione alla società, valorizzando l'incremento delle vendite successivo agli eventi. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del Fisco. La Suprema Corte ha chiarito che spetta al contribuente dimostrare la natura intrinseca e la finalità promozionale diretta delle spese. Il semplice aumento dei ricavi non basta a escludere la qualificazione come spese di rappresentanza, poiché anche queste ultime possono generare benefici economici indiretti. La sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Accertamento sintetico da redditometro: i genitori non salvano
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento sintetico da redditometro nei confronti di un contribuente, presumendo un maggior reddito di sessantamila euro basato sul possesso di un'auto e di un immobile. I giudici di merito avevano annullato l'atto ritenendo sufficiente la generica difesa del contribuente, che dichiarava di vivere con i genitori. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Fisco, stabilendo che la prova contraria a carico del contribuente deve dimostrare con precisione l'entità e la durata del possesso di redditi alternativi. Inoltre, se il giudice ritiene eccessiva la stima del Fisco, non può annullare l'intero atto ma deve rideterminare la pretesa tributaria.
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Nullità del contratto: niente compenso al geometra abusivo
Un geometra ha chiesto il pagamento delle prestazioni svolte per la progettazione di sette palazzine in cemento armato all'Azienda committente. L'Azienda si è opposta eccependo che il geometra aveva superato i limiti della propria competenza professionale, determinando la nullità del contratto. La Corte d'Appello ha ritenuto generica tale contestazione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Azienda, stabilendo che la nullità del contratto per superamento dei limiti professionali è rilevabile d'ufficio dal giudice in ogni stato e grado del processo. Di conseguenza, la sentenza è stata cassata con rinvio per un nuovo esame della validità del contratto.
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Amministratore di fatto: firma il prestanome ma paga il vero capo
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso avvisi di accertamento per IVA e imposte dirette contro una società di rivendita auto e contro il suo amministratore di fatto. Quest'ultimo ha impugnato gli atti negando il proprio ruolo direttivo. I giudici di merito hanno confermato la sua qualifica basandosi su indizi gravi, precisi e concordanti, come la gestione dei conti correnti, la commistione tra società e il controllo dei prezzi. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente, confermando che la figura dell'amministratore di fatto risponde dei debiti tributari della società. La Corte ha chiarito che la valutazione complessiva degli indizi spetta ai giudici di merito e non può essere ridiscussa in sede di legittimità, specialmente in presenza di una doppia decisione conforme.
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Detrazione IVA immobili: no ai bonus per la casa del socio
Una società di costruzione impugna l'avviso di accertamento con cui l'Amministrazione Finanziaria nega la detrazione IVA immobili per i lavori di ristrutturazione di una casa. La società ha affittato l'immobile al proprio amministratore e socio quasi totalitario per uso abitativo privato, senza mai offrirlo sul mercato. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso della società. I giudici stabiliscono che non basta la coerenza astratta con l'oggetto sociale per ottenere il beneficio fiscale. Occorre dimostrare l'effettivo inserimento del bene nel circuito commerciale dell'impresa. Poiché l'immobile è stato destinato a uso personale del socio, manca il requisito fondamentale dell'inerenza. La società perde definitivamente la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Detrazione IVA e inerenza: no allo scomputo per la villa del socio
Una società immobiliare ha ristrutturato un immobile di lusso, detraendo l'imposta sui relativi lavori. Successivamente, ha affittato la casa al proprio socio di maggioranza e amministratore con un contratto di cinque anni. L'Agenzia delle Entrate ha contestato l'operazione, negando la detrazione IVA e inerenza dei costi, poiché l'immobile non era destinato al mercato ma all'uso personale del socio. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della società. I giudici hanno stabilito che non basta la coerenza astratta con l'oggetto sociale per scaricare l'imposta. Il contribuente deve dimostrare in concreto che l'operazione sia inserita in una reale attività d'impresa finalizzata a produrre ricavi. Di conseguenza, la società perde la causa e deve pagare le spese di giudizio.
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Inesistenza del rapporto di lavoro: scontro su rimborsi e debiti
L'Ente Previdenziale ha disconosciuto il rapporto di lavoro di un manager con la propria Società, accertando l'inesistenza del rapporto di lavoro subordinato. La Società ha chiesto la restituzione dei contributi versati, ma l'Ente ha opposto in compensazione un proprio credito per sgravi indebiti. La Corte d'Appello ha negato la compensazione per una presunta diversità tra i soggetti debitori. La Cassazione ha accolto il ricorso dell'Ente Previdenziale, stabilendo che i giudici di merito hanno omesso di esaminare la reale titolarità del debito della Società. Inoltre, la Corte ha confermato che l'azione dell'Ente per accertare l'inesistenza del rapporto di lavoro è imprescrittibile, gravando sul lavoratore l'onere di provare la subordinazione. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Operazioni oggettivamente inesistenti: la forma non batte il Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a una società di consulenza la deduzione di costi per operazioni oggettivamente inesistenti relative a servizi amministrativi fatturati da un'altra impresa. I giudici di merito avevano annullato l'accertamento ritenendo che il Fisco non avesse provato la natura di cartiera della società emittente. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Amministrazione Finanziaria, stabilendo che, di fronte a indizi precisi forniti dal Fisco, spetta al contribuente dimostrare l'effettiva esistenza delle operazioni. La Suprema Corte ha chiarito che il giudice deve valutare tutti gli indizi in modo globale e non isolato, cassando la sentenza con rinvio.
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Spiaggia pubblica e animatori: vale l’obbligo iscrizione ENPALS
La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di un'associazione sportiva e di una società di servizi contro l'Inps. I giudici hanno confermato l'obbligo iscrizione ENPALS per ventotto animatori turistici che lavoravano sulla spiaggia di Lignano. Le società sostenevano che la spiaggia pubblica non fosse una struttura ricettiva e che i turisti non pagassero l'animazione. La Corte ha invece chiarito che la spiaggia pubblica, se utilizzata per promuovere il turismo, rientra nella nozione di struttura turistica. Di conseguenza, sorge l'obbligo di versare i contributi previdenziali per i lavoratori dello spettacolo. Le ricorrenti sono state condannate a pagare le spese di giudizio.
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Fisco contro Calciatore: quando il pagamento non è fringe benefit
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un calciatore professionista la tassazione di una somma di 24.000 euro versata dalla sua società sportiva a un'agenzia di procuratori. Secondo il fisco, tale importo costituiva un fringe benefit tassabile come reddito da lavoro dipendente, poiché l'attività dell'agente era svolta nell'esclusivo interesse dell'atleta. La Corte di Giustizia Tributaria ha invece ritenuto che il contratto rispondesse a un reale interesse economico della società sportiva per il benessere del giocatore. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, respingendo il ricorso dell'amministrazione finanziaria. I giudici hanno chiarito che le sentenze favorevoli al fisco per altre annualità non vincolano l'anno in contestazione, poiché la valutazione delle prove può variare di anno in anno. Vince definitivamente il calciatore.
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Fringe benefit o costi del club? Il calciatore batte il fisco
L'Agenzia delle Entrate ha contestato a un calciatore professionista la mancata tassazione di somme versate dalla sua società sportiva a una società terza, gestita dal procuratore del calciatore. L'amministrazione considerava tali importi come fringe benefit imponibili ai fini IRPEF. La Corte di Giustizia Tributaria ha annullato l'accertamento, ritenendo che il contratto tra le società rispondesse a un effettivo interesse economico del club e non a una simulazione. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del fisco, confermando che l'efficacia di sentenze relative ad altre annualità o soggetti non è automaticamente vincolante se non viene provato il passaggio in giudicato e se i fatti annuali richiedono valutazioni autonome. Il calciatore vince definitivamente la causa.
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Tassa sui rifiuti: il disservizio non cancella il debito
Un'azienda ha contestato la cartella di pagamento per la tassa sui rifiuti, sostenendo di non dover pagare il tributo poiché il Comune non svolgeva correttamente il servizio di raccolta, costringendola a rivolgersi a una ditta privata. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la mancata o inadeguata effettuazione del servizio non esonera dal pagamento, ma dà diritto solo a riduzioni tariffarie, il cui onere della prova spetta al contribuente. Inoltre, la Corte ha condannato l'azienda per abuso del processo, avendo quest'ultima riproposto motivi palesemente infondati già respinti nei precedenti gradi di giudizio. L'azienda perde la causa e deve pagare le spese legali e una sanzione pecuniaria.
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Deducibilità degli interessi passivi: fisco contro impresa
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società holding la deducibilità degli interessi passivi derivanti da finanziamenti infragruppo, ritenendo l'operazione antieconomica poiché la società aveva preferito rimborsare finanziamenti infruttiferi e distribuire utili anziché estinguere i debiti fruttiferi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della società, stabilendo che la deducibilità degli interessi passivi non può essere negata sulla base di un mero giudizio qualitativo di antieconomicità. I giudici hanno chiarito che l'antieconomicità può indicare una mancanza di inerenza del costo solo se dimostrata dal fisco attraverso rigorosi criteri quantitativi e comparativi di mercato, senza che l'ufficio tributario possa sindacare le libere scelte di gestione dell'imprenditore. La sentenza di secondo grado è stata quindi cassata con rinvio.
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Deducibilità degli interessi passivi: stop ai controlli del fisco
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una Società la deducibilità degli interessi passivi derivanti da finanziamenti infragruppo, ritenendo l'operazione antieconomica perché finalizzata a favorire consociate estere. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Società, stabilendo che il fisco non può negare la deduzione basandosi solo su valutazioni qualitative o intromettendosi nelle scelte dell'imprenditore. Per contestare la deducibilità degli interessi passivi per antieconomicità, l'ufficio deve dimostrare l'incongruità del costo attraverso un'analisi quantitativa e comparativa con i dati contabili o con il mercato. La sentenza di secondo grado è stata cassata con rinvio.
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Fisco contro imprese: limiti alla deduzione degli interessi passivi
L'Amministrazione Finanziaria ha contestato a una società holding la deduzione degli interessi passivi derivanti da finanziamenti infragruppo, ritenendo l'operazione antieconomica e priva di inerenza. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'Azienda, stabilendo che il fisco non può sindacare le libere scelte imprenditoriali basandosi su semplici valutazioni qualitative. Per contestare la deduzione degli interessi passivi per antieconomicità, l'ufficio tributario deve fornire prove concrete basate su criteri quantitativi e comparativi, confrontando i costi con i dati contabili interni o con i valori di mercato. Di conseguenza, la sentenza d'appello favorevole all'ufficio è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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