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Art. 2697 Codice Civile — Anno 2026

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2903 provvedimenti

Altri anni per Art. 2697 Codice Civile

DURC regolare ma sanzioni: recupero degli sgravi contributivi
Una cooperativa ha contestato la richiesta dell'INPS di restituire le agevolazioni ricevute, sostenendo di essere in possesso di un DURC regolare e di aver sanato le violazioni riscontrate dagli ispettori. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando la legittimità del recupero degli sgravi contributivi. I giudici hanno chiarito che il possesso del DURC è un requisito necessario ma non sufficiente: per mantenere i benefici, il datore di lavoro deve rispettare concretamente i contratti collettivi e le leggi sul lavoro. Inoltre, la regolarizzazione avvenuta dopo l'inizio dei controlli ispettivi non cancella il potere dell'ente previdenziale di richiedere indietro le somme indebitamente risparmiate.
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Furto di scarpe nel contratto di subtrasporto: chi paga il danno?
Il Mittente ha incaricato il Vettore di trasportare calzature dall'Italia al Regno Unito. Il Vettore ha affidato l'esecuzione al Subvettore tramite un contratto di subtrasporto. Durante il tragitto, l'autista del Subvettore ha parcheggiato il camion in strada per la notte a causa della chiusura dello stabilimento di destinazione, subendo il furto della merce. L'Assicuratore del Mittente, dopo aver risarcito il danno, ha agito contro il Vettore, il quale ha chiesto di essere tenuto indenne dal Subvettore. La Corte d'Appello ha confermato la responsabilità del Subvettore per colpa grave, condannandolo alla manleva. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del Subvettore, confermando la distinzione tra il contratto di trasporto principale e il contratto di subtrasporto, e condannando il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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Fatture false e buona fede: perché pagare con bonifico non salva
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro una Società Contribuente per il recupero di tasse derivanti dall'uso di fatture false. Le fatture provenivano da una ditta individuale risultata essere una società cartiera, priva di dipendenti e contabilità. La Società Contribuente ha impugnato l'atto sostenendo di aver agito in buona fede e di aver pagato regolarmente tramite banca. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso. I giudici hanno stabilito che, in caso di operazioni oggettivamente inesistenti, la buona fede dell'acquirente non ha alcun valore. Chi riceve una fattura per una merce mai consegnata sa perfettamente che l'operazione non è reale.
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Valore in dogana: la Cassazione frena l’uso facile delle banche dati
L'Amministrazione Doganale ha rettificato il valore in dogana di borse importate dalla Cina da una Società, sospettando una sottofatturazione e utilizzando i dati di una banca dati sui prezzi medi. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso della Società. I giudici hanno chiarito che la determinazione del valore in dogana tramite banche dati non rientra tra i criteri ordinari per merci similari, ma costituisce un metodo sussidiario di ultima istanza basato sulla ragionevole elasticità. Di conseguenza, i giudici d'appello avrebbero dovuto verificare rigorosamente l'impossibilità di applicare i criteri prioritari prima di ricorrere a tale metodologia residuale. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Socio lavoratore di cooperativa: contratto contro realtà
Una cooperativa ha impugnato le richieste dell'INPS relative ai contributi previdenziali per cinque soci lavoratori, contestando la natura subordinata dei rapporti e l'assoggettamento a contribuzione delle somme pagate come trasferta. La cooperativa sosteneva che l'iniziale iscrizione dei lavoratori nella gestione dipendenti fosse un errore. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la qualificazione formale del contratto non supera la realtà dei fatti. Poiché i lavoratori svolgevano mansioni ripetitive senza attrezzature proprie o rischio d'impresa, il rapporto è stato qualificato come subordinato. Di conseguenza, la figura del socio lavoratore di cooperativa è soggetta alla contribuzione ordinaria e le indennità di trasferta non spettano se la sede operativa coincide con quella contrattuale.
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Responsabilità professionale del commercialista tra notaio e fisco
Un Notaio ha fatto causa al proprio Commercialista chiedendo il risarcimento dei danni per sanzioni fiscali subite a causa di un'errata fatturazione di spese anticipate. Il Notaio sosteneva che il professionista non avesse vigilato sulla corretta applicazione dell'IVA. I giudici di merito hanno escluso la responsabilità professionale del commercialista, ritenendo che il Notaio, data la sua qualifica, dovesse accorgersi dell'errore e che la CTU contabile non potesse esaminare i documenti tardivi. La Cassazione ha ribaltato la decisione, stabilendo che il consulente fiscale ha un dovere di controllo continuativo e che il CTU contabile può acquisire documenti anche oltre i termini processuali per rispondere ai quesiti del giudice. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Prova della consegna della merce: l’acconto smentisce il debitore
Un fornitore di farmaci ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro una farmacia per il saldo di forniture non pagate. I farmacisti si sono opposti sostenendo che mancasse la prova della consegna della merce, poiché i documenti di trasporto non erano firmati. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei farmacisti, confermando che la prova della consegna della merce può essere raggiunta anche tramite elementi indiretti. Tra questi, il pagamento di un acconto, la mancata contestazione delle fatture e una clausola contrattuale che escludeva l'obbligo di firma per le consegne quotidiane. La Corte ha inoltre sanzionato i ricorrenti per abuso del processo per aver rifiutato la proposta di definizione accelerata.
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Rimborso IRAP professionisti: socio di minoranza batte il Fisco
Un professionista, socio di minoranza di una grande società di consulenza, ha richiesto il Rimborso IRAP professionisti per gli anni 2016 e 2017, sostenendo di non avere un'autonoma organizzazione poiché operava all'interno di una struttura altrui. La Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado aveva respinto la richiesta, valorizzando la sua partecipazione societaria e i rilevanti costi di produzione. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del contribuente, stabilendo che l'attività svolta esclusivamente dentro una struttura organizzata da terzi non fa scattare automaticamente l'imposta, anche se il professionista ne è socio. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Contratto nullo ma lavoro vero: sì alle prestazioni di fatto
Un collaboratore ambientale ha lavorato per un ente pubblico tramite contratti a termine prorogati. Successivamente, l'amministrazione ha annullato l'ultima proroga, ma il lavoratore ha continuato a svolgere le sue mansioni. Il dipendente ha quindi chiesto il pagamento delle retribuzioni e dei compensi incentivanti per l'attività svolta. La Corte d'Appello ha condannato l'ente al pagamento di oltre 174.000 euro. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, rigettando il ricorso dell'amministrazione. I giudici hanno stabilito che le prestazioni di fatto devono essere pienamente retribuite, anche se il contratto viene annullato, purché il lavoro sia stato effettivamente prestato e l'attività non sia illecita. Il lavoratore ha quindi diritto a ricevere quanto dovuto per il lavoro svolto.
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Rimborso IRAP professionista: studio associato contro fisco
Il caso riguarda la richiesta di rimborso IRAP professionista presentata da un lavoratore autonomo che partecipava anche a uno studio associato. La Corte di Giustizia Tributaria aveva accolto la domanda, ritenendo che i beni strumentali del professionista fossero minimi e che la sua partecipazione all'associazione fosse irrilevante. L'Amministrazione Finanziaria ha proposto ricorso. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dell'ufficio tributario, stabilendo che chi fa parte di uno studio associato deve dimostrare non solo di poter scorporare i propri redditi personali, ma anche di non aver usufruito dei vantaggi organizzativi dell'associazione per la propria attività individuale. La sentenza è stata quindi cassata con rinvio per un nuovo esame dei fatti.
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Presunzione di distribuzione degli utili: quando il socio perde
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento contro Il Socio di una società a ristretta base partecipativa, applicando la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili per l'anno 2006. Il Socio si è difeso sostenendo di aver acquistato le quote solo nel 2007, come da atto notarile. Tuttavia, la dichiarazione dei redditi della società per il 2006 lo indicava già come titolare del 25% delle quote. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso del contribuente, confermando che la valutazione delle prove spetta ai giudici di merito. Di conseguenza, trova piena applicazione la presunzione di distribuzione degli utili extracontabili tra i soci di società a ristretta base, in quanto l'atto del 2007 non smentisce in modo assoluto la qualità di socio nell'anno precedente. Il Socio perde la causa e deve pagare le spese.
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Indagini bancarie e onere della prova: la svolta della Cassazione
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di un professionista, attivo sia come avvocato sia come imprenditore agricolo con un'unica partita IVA, basandosi su movimentazioni bancarie non giustificate. I giudici d'appello avevano annullato l'atto, ritenendo che spettasse al fisco distinguere a quale attività riferire i prelievi e i versamenti. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'ufficio finanziario, stabilendo che in tema di indagini bancarie e onere della prova spetta interamente al contribuente superare la presunzione legale di imponibilità. Chi esercita più attività con la stessa partita IVA deve dimostrare analiticamente la provenienza e la destinazione di ogni singolo flusso finanziario, in virtù del principio di vicinanza della prova. La sentenza impugnata è stata quindi cassata con rinvio.
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Indagini bancarie: il fisco presume, il contribuente deve provare
L'Agenzia delle Entrate ha emesso un avviso di accertamento nei confronti di un contribuente che svolgeva sia l'attività di avvocato sia quella di imprenditore agricolo con un'unica partita Iva. L'atto si fondava su indagini bancarie che avevano evidenziato movimentazioni non giustificate. I giudici di merito avevano annullato l'atto, ritenendo che spettasse al fisco distinguere a quale attività riferire i singoli flussi finanziari. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Amministrazione finanziaria, stabilendo che, in tema di indagini bancarie, opera una presunzione legale di imponibilità. Spetta quindi al contribuente, in virtù del principio di vicinanza della prova, fornire una giustificazione analitica per ogni singola operazione, dimostrando l'estraneità dei versamenti alla base imponibile. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Lavoro carcerario: la Cassazione tutela i crediti dei detenuti
Un detenuto ha richiesto l'adeguamento della retribuzione per il lavoro carcerario svolto tra il 2007 e il 2020. I giudici di merito avevano rigettato la domanda, ritenendo i crediti prescritti sul presupposto che l'attività fosse frazionata in distinti contratti a termine. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso del lavoratore, stabilendo che il lavoro carcerario costituisce un rapporto unitario e continuativo legato al percorso rieducativo. Di conseguenza, la prescrizione dei crediti retributivi non decorre dalle interruzioni intermedie o dai turni di rotazione, ma inizia a decorrere soltanto dalla fine dello stato di detenzione o da eventi definitivi che impediscono la prosecuzione dell'attività. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla Corte d'Appello.
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Imposta di registro agevolata: sì anche senza piano adottato
L'Agenzia delle Entrate ha negato l'applicazione dell'imposta di registro agevolata, pari all'uno per cento, sul conferimento di un terreno edificabile a una società immobiliare. Il fisco sosteneva che il piano particolareggiato non fosse ancora stato formalmente adottato al momento dell'atto. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'amministrazione finanziaria. I giudici hanno confermato che l'agevolazione spetta anche se lo strumento urbanistico attuativo non è ancora formalmente approvato, purché l'area sia concretamente edificabile in base al piano regolatore generale e l'intervento edilizio venga completato entro cinque anni. Vince la società immobiliare, con condanna del fisco al pagamento delle spese di giudizio.
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Rendita catastale impianto fotovoltaico: ko del Fisco
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione che annullava la rettifica della rendita catastale proposta da una società per un impianto fotovoltaico. La Cassazione ha rigettato il ricorso del fisco. La Corte ha chiarito che, sebbene l'ufficio possa motivare in modo sintetico l'atto quando non contesta i fatti ma solo la valutazione economica, la decisione dei giudici di merito si reggeva su due motivi autonomi. Poiché la valutazione di merito sulla correttezza della stima proposta dalla società, supportata da perizia, non è stata validamente scalfita dai motivi di ricorso, l'intera decisione di annullamento resta valida. Di conseguenza, la determinazione della rendita catastale impianto fotovoltaico proposta dalla società è stata confermata e l'amministrazione finanziaria è stata condannata al pagamento delle spese di giudizio.
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Occupazione senza titolo: risarcimento più facile per il proprietario
Il Proprietario di un terreno agricolo ha citato in giudizio la Società Elettrica per aver installato abusivamente una cabina e dei cavi elettrici sul suo fondo. Il Tribunale ha ordinato la rimozione degli impianti e risarcito il danno. La Corte d'Appello ha ridotto drasticamente il risarcimento, ritenendo che il danno da occupazione senza titolo non sia automatico e richieda prove rigorose. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Proprietario, stabilendo che, pur non trattandosi di un danno automatico, la perdita subita può essere dimostrata anche tramite semplici presunzioni basate sulla comune esperienza, come la perdita della possibilità di utilizzare o affittare il terreno. La causa è stata quindi rinviata alla Corte d'Appello per una nuova decisione.
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Interesse ad agire sulla pensione: ricalcolo inutile bocciato
Una pensionata, ex dipendente di un'azienda elettrica, ha chiesto all'Ente Previdenziale il ricalcolo della propria pensione, lamentando un errato computo del tetto massimo pensionabile. La Corte d'Appello ha accolto la domanda con una condanna generica. La Corte di Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'Ente Previdenziale, evidenziando la totale carenza di interesse ad agire della donna. Poiché l'importo della sua pensione era già ampiamente inferiore a qualsiasi tetto massimo applicabile, la correzione matematica del parametro non le avrebbe procurato alcun incremento economico concreto. Mancando un danno anche solo potenziale, l'azione legale risulta inammissibile. La Suprema Corte ha quindi cassato la sentenza d'appello, rinviando la causa per una nuova decisione.
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Azione revocatoria: case svendute ai parenti tornano al fallimento
La Corte di Cassazione ha confermato la revoca delle vendite immobiliari effettuate da una società poi fallita a favore dei parenti dell'amministratrice. La curatela fallimentare ha promosso l'azione revocatoria contestando il prezzo irrisorio delle cessioni (35.000 euro ad appartamento) e la consapevolezza del danno ai creditori, vista la pendenza di un pignoramento. I giudici hanno stabilito che per l'azione revocatoria non serve un credito certo e definitivo, ma basta una semplice aspettativa di credito. La vendita a prezzo stracciato a familiari configura sia il danno patrimoniale sia la malafede degli acquirenti. La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dei compratori, che perdono definitivamente gli immobili e dovranno pagare le spese processuali.
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Disconoscimento della firma: quando la ricevuta non basta
Una società venditrice ha ottenuto un decreto ingiuntivo contro un acquirente per il pagamento di alcune fatture. L'acquirente si è opposto, sostenendo di aver pagato in contanti l'agente della società e presentando le fatture con la dicitura "pagato" e una firma. L'agente ha effettuato il disconoscimento della firma, negando di aver siglato i documenti e ricevuto il denaro. La Corte d'Appello ha dato ragione alla società, poiché la perizia grafologica ha definito solo "possibile" e non certa la paternità della firma, e i testimoni erano troppo generici. La Corte di Cassazione ha confermato questa decisione, respingendo il ricorso dell'acquirente. Di conseguenza, l'acquirente deve pagare il debito e le spese legali, non essendo riuscito a dimostrare l'avvenuto pagamento a causa del disconoscimento della firma dell'agente.
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