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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Sezione Seconda Penale

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Ricorso contro patteggiamento: i limiti invalicabili della difesa
Il GIP applicava a Il Ricorrente la pena concordata per usura aggravata. Il Ricorrente proponeva ricorso per cassazione lamentando il difetto di motivazione sulla mancata verifica di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Ha chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato per legge a tassativi motivi, quali la volontà, la qualificazione giuridica o l'illegalità della pena. Non è invece ammesso contestare la mancata verifica delle cause di proscioglimento. Di conseguenza, Il Ricorrente perde la causa e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Patteggiamento con pena sostitutiva: il giudice deve rispettarlo
L'Imputato, accusato di usura aggravata, concorda con il Pubblico Ministero un patteggiamento a due anni di reclusione e una multa, con la contestuale sostituzione della reclusione con la detenzione domiciliare. Il Giudice per le indagini preliminari accoglie il patteggiamento ma omette di applicare la misura sostitutiva concordata. L'Imputato ricorre in Cassazione. La Suprema Corte accoglie il ricorso, stabilendo che il patto processuale ha natura unitaria e inscindibile. Il giudice non può modificare l'accordo, ma deve accettarlo o rifiutarlo interamente. La sentenza viene annullata senza rinvio, rimettendo gli atti al Giudice per decidere se accogliere o respingere in toto il patteggiamento con pena sostitutiva.
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Appropriazione indebita: mobili spariti e condanna confermata
Due inquilini sono stati condannati per il reato di appropriazione indebita per aver sottratto i mobili presenti all'interno dell'appartamento preso in locazione. I condannati hanno proposto ricorso in Cassazione, contestando la regolarit della costituzione di parte civile del proprietario, l'effettiva prova della sottrazione dei beni (visto l'esito negativo di una perquisizione tardiva) e il mancato riconoscimento della particolare tenuit del fatto. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che gli errori materiali non invalidano la costituzione della parte civile e che il ritardo nella perquisizione spiega il mancato rinvenimento dei mobili. Infine, la richiesta di particolare tenuit stata respinta perch priva di adeguate motivazioni. I ricorrenti sono stati condannati al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Insolvenza fraudolenta: la pace tra le parti cancella la condanna
Il caso riguarda un uomo condannato nei precedenti gradi di giudizio alla pena di tre mesi di reclusione per il reato di insolvenza fraudolenta. L'imputato aveva proposto ricorso per Cassazione contestando la sussistenza del dolo e l'emissione di un assegno privo di copertura. Tuttavia, prima dell'udienza di legittimità, la persona offesa ha formalmente rimesso la querela e l'imputato ha accettato tale revoca. La Corte di Cassazione, non riscontrando elementi per un proscioglimento nel merito, ha preso atto dell'accordo tra le parti. Di conseguenza, i giudici hanno annullato senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando l'estinzione del reato per intervenuta remissione della querela e condannando il ricorrente al solo pagamento delle spese processuali.
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Occupazione abusiva di immobili: reato anche senza scasso
Il Giudice per le indagini preliminari aveva prosciolto un'indagata dall'accusa di occupazione abusiva di immobili (art. 633 c.p.), ritenendo che l'assenza di scasso o violenza e l'autodenuncia della donna dimostrassero la sua buona fede. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Pubblico Ministero, chiarendo che il reato non richiede l'effrazione o il danneggiamento dell'immobile. Per la configurazione del reato è sufficiente l'introduzione arbitraria, ossia priva di titolo. Inoltre, l'autodenuncia non dimostra la buona fede, bensì la piena consapevolezza dell'altruità del bene e la volontà di occuparlo. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza di proscioglimento, rinviando il caso al Tribunale per un nuovo giudizio.
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Concordato in appello: no al ricorso dopo lo sconto di pena
L'Imputato, condannato in primo grado per il reato di riciclaggio di un veicolo con telaio abraso, proponeva concordato in appello concordando la pena a due anni e otto mesi di reclusione. Successivamente, proponeva ricorso per Cassazione lamentando la mancata applicazione del proscioglimento immediato, sostenendo che la contraffazione potesse essere opera di terzi. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, l'imputato rinuncia ai motivi sull'accertamento della responsabilità. Di conseguenza, non è più possibile contestare la colpevolezza o richiedere il proscioglimento immediato in sede di legittimità, salvo che per vizi legati alla formazione della volontà o alla difformità della sentenza rispetto all'accordo.
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Particolare tenuità del fatto: la Cassazione cancella la condanna
Un cittadino, accusato di truffa e falso in certificazione amministrativa, viene assolto in primo grado ma condannato in appello. La difesa ricorre in Cassazione lamentando la totale mancanza di motivazione sul mancato riconoscimento della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, nonostante la natura occasionale dell'episodio. La Suprema Corte accoglie il ricorso: la mancanza di motivazione rende il ricorso ammissibile, impedendo la formazione del giudicato e consentendo il decorso del tempo utile per la prescrizione. Di conseguenza, i giudici di legittimità annullano senza rinvio la sentenza di condanna, dichiarando i reati estinti per prescrizione. Il ricorrente ottiene così l'annullamento della condanna.
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Divieto di reformatio in peius: pena aumentata e poi annullata
L'Imputato era stato condannato in primo grado per il reato di ricettazione alla pena di un mese di reclusione e 300 euro di multa. In appello, nonostante l'esclusione di una circostanza aggravante e in assenza di impugnazione del Pubblico Ministero, i giudici di secondo grado hanno aumentato la pena detentiva a due mesi di reclusione. La Corte di Cassazione ha rilevato la palese violazione del divieto di reformatio in peius, principio che impedisce di peggiorare il trattamento sanzionatorio del solo ricorrente. Di conseguenza, accertato il decorso dei termini, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata per intervenuta prescrizione del reato.
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Ricorso contro patteggiamento: l’accordo blindato che costa caro
Due imputati, condannati dal Tribunale di Ravenna per furto aggravato e ricettazione a seguito di patteggiamento, hanno presentato ricorso in Cassazione. I ricorrenti lamentavano la mancanza di motivazione da parte del giudice di merito sulla mancata pronuncia di un immediato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro patteggiamento è ammesso solo in casi tassativi stabiliti dalla legge. La contestazione sulla mancata motivazione del proscioglimento non rientra tra questi motivi eccezionali. Di conseguenza, la Suprema Corte ha respinto le richieste dei condannati, obbligandoli al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro ciascuno in favore della Cassa delle ammende.
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Ricorso contro il patteggiamento: quando l’accordo è definitivo
L'Imputato ha concordato una pena per i reati di truffa e indebito utilizzo di carte di credito. Successivamente, ha proposto ricorso per cassazione lamentando che il giudice non avesse motivato adeguatamente sull'assenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso contro il patteggiamento è limitato per legge a casi tassativi e non può riguardare la generica mancata verifica delle cause di proscioglimento. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato da un cittadino condannato per rapina e porto d'armi. L'imputato aveva concordato la pena in appello ma ha poi proposto ricorso lamentando la mancata valutazione dei presupposti per il proscioglimento. I giudici hanno chiarito che, in caso di concordato in appello, l'impugnazione è limitata esclusivamente a vizi sulla formazione della volontà delle parti, al consenso del pubblico ministero o a difformità della decisione rispetto all'accordo. Di conseguenza, le contestazioni sulla mancata assoluzione d'ufficio sono inammissibili. Il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento e ricorso: l’accordo sulla pena non si cancella
L'Imputata ha concordato l'applicazione della pena per il reato di rapina aggravata in concorso. Successivamente, ha proposto ricorso lamentando l'errata qualificazione giuridica del fatto e la mancata applicazione delle cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che, in caso di patteggiamento, i motivi di impugnazione sono tassativi e limitati dalla legge. La contestazione sulla qualificazione giuridica è ammessa solo se l'errore è evidente e non opinabile. Di conseguenza, l'accordo originario sulla pena rimane valido e l'imputata è stata condannata a pagare le spese processuali e una sanzione pecuniaria.
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Prescrizione del reato: perché la Cassazione blocca i ricorsi
L'Imputato, condannato per furto, truffa e associazione per delinquere, ha impugnato la sentenza d'appello lamentando una carenza di motivazione sull'esistenza dell'associazione criminosa. La Corte d'Appello aveva già dichiarato la prescrizione del reato per l'associazione e le truffe, riducendo la pena per i furti. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno stabilito che, in presenza della prescrizione del reato, non è possibile lamentare vizi di motivazione in sede di legittimità. Un eventuale annullamento con rinvio contrasterebbe infatti con l'obbligo di immediata declaratoria di estinzione del reato. L'Imputato è stato condannato anche al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Frode assicurativa: condanna annullata se la notifica è nulla
L'Imputato era stato condannato per il reato di frode assicurativa, consumatosi nel 2015 con la ricezione della richiesta di risarcimento da parte della compagnia. L'Imputato ha proposto ricorso in Cassazione lamentando la mancata notifica della citazione in appello presso il domicilio dichiarato, eseguita invece direttamente al difensore d'ufficio con cui non aveva rapporti. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, rilevando che l'omessa notifica ha tenuto l'imputato all'oscuro del processo. Di conseguenza, i giudici hanno annullato la sentenza penale senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato. Hanno inoltre annullato le statuizioni civili, rinviando la questione al giudice civile competente per un nuovo esame.
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Interposizione fittizia: il piano fallisce ma salva dalla condanna
Due soggetti venivano accusati di tentata interposizione fittizia per aver cercato di intestare un'attività di scommesse a un prestanome, al fine di nascondere la loro reale gestione. La Questura aveva però respinto la richiesta di licenza, impedendo la realizzazione del piano. La Corte d'Appello aveva confermato la condanna senza però fornire alcuna motivazione su questo specifico punto. La Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso per mancanza di motivazione, ha rilevato che nel frattempo il reato era caduto in prescrizione. Non essendoci prove evidenti di innocenza immediata, la Suprema Corte ha annullato la sentenza senza rinvio, dichiarando l'estinzione del reato.
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Prescrizione del reato di ricettazione: no a sconti sui tempi
L'Imputata era accusata di ricettazione e commercio di prodotti con marchi contraffatti. Il Tribunale di primo grado ha dichiarato estinto il reato per intervenuta prescrizione, riqualificando il fatto come ricettazione di lieve entità e considerandola erroneamente una fattispecie autonoma di reato con tempi di prescrizione più brevi. Il Procuratore Generale ha impugnato la decisione. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la ricettazione di lieve entità non è un reato autonomo ma una circostanza attenuante. Di conseguenza, il calcolo per la prescrizione del reato di ricettazione deve basarsi sulla pena del reato base, non su quella attenuata. La Suprema Corte ha quindi annullato la sentenza, rinviando il caso alla Corte di appello per un nuovo giudizio.
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Reato di ricettazione: il ruolo in azienda decide la condanna
La Corte di Cassazione ha esaminato il caso di due soggetti accusati del reato di ricettazione a seguito del ritrovamento di merce rubata all'interno di un rimorchio aziendale. Il Primo Ricorrente ha contestato la condanna evidenziando la mancanza di prove sul suo ruolo direttivo nell'impresa e sulla disponibilità del piazzale. La Suprema Corte ha accolto il suo ricorso, annullando la sentenza con rinvio, poiché i giudici d'appello non hanno motivato la sua effettiva responsabilità aziendale. Al contrario, il ricorso del Secondo Ricorrente è stato dichiarato inammissibile: a fronte di una già pronunciata prescrizione del reato, egli non ha dimostrato l'evidenza immediata della propria innocenza, requisito necessario per ottenere un proscioglimento nel merito anziché la semplice estinzione del reato per decorso del tempo.
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Impugnazione del patteggiamento: l’accordo non si cancella
L'Imputato, condannato dal GUP di Torino per i reati di rapina impropria e lesioni personali aggravate a seguito di patteggiamento, ha proposto ricorso per cassazione. Il ricorrente lamentava la mancata pronuncia di una sentenza di assoluzione e l'omessa verifica dell'assenza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'impugnazione del patteggiamento è strettamente limitata dalla legge a casi tassativi, tra cui non rientra la verifica della mancata assoluzione d'ufficio. Di conseguenza, il ricorso è stato rigettato con condanna al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Ricorso per cassazione contro patteggiamento: i limiti
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per cassazione contro patteggiamento proposto da due soggetti condannati per rapina aggravata e altri reati. I ricorrenti contestavano l'applicazione di un'aggravante e la quantificazione della pena concordata. La Suprema Corte ha chiarito che, dopo l'introduzione dell'articolo 448-bis del codice di procedura penale, i motivi per proporre il ricorso per cassazione contro patteggiamento sono tassativi. Non è possibile contestare la motivazione del giudice sul mancato proscioglimento o la misura della pena concordata, a meno che non si tratti di una pena totalmente illegale. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibile il ricorso per cassazione contro patteggiamento
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di patteggiamento emessa dal GIP per i reati di associazione a delinquere e truffa aggravata. La difesa ha lamentato la mancanza di motivazione sull'assenza di cause di proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il ricorso per cassazione contro patteggiamento è limitato a casi tassativi stabiliti dalla legge. Tra questi non rientra la contestazione sulla mancata motivazione circa l'insussistenza di cause di proscioglimento. Di conseguenza, l'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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