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Art. 129 Codice di Procedura Penale — Sezione Seconda Penale

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Altri anni per Art. 129 Codice di Procedura Penale

Impugnazione del patteggiamento: l’accordo non si può revocare
L'Imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza del Tribunale di Milano che aveva applicato la pena concordata tra le parti. Il ricorrente lamentava la mancata applicazione del proscioglimento immediato. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile l'impugnazione del patteggiamento. I giudici hanno chiarito che, dopo la riforma del 2017, la sentenza di patteggiamento può essere impugnata solo per motivi tassativi ed eccezionali, tra i quali non rientra la violazione dell'obbligo di immediata declaratoria delle cause di non punibilità. Il patteggiamento costituisce infatti un accordo negoziale in cui l'imputato rinuncia a contestare i fatti. Di conseguenza, l'Imputato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di tremila euro in favore della Cassa delle ammende.
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Abolitio criminis: niente assoluzione se manca la prova
Un ex funzionario pubblico, accusato di abuso d'ufficio e truffa, ha impugnato la sentenza d'appello che aveva dichiarato l'estinzione dei reati. Per l'abuso d'ufficio, la Corte d'appello aveva applicato l'abolitio criminis a seguito della riforma del 2024, mentre per la truffa era scattata la prescrizione. L'imputato pretendeva un'assoluzione nel merito, sostenendo che la sua innocenza emergesse chiaramente dagli atti. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, confermando che, in caso di abolitio criminis o prescrizione, il giudice non può compiere approfondimenti istruttori per assolvere nel merito, a meno che l'innocenza non sia evidente in modo immediato e indiscutibile. L'imputato perde il ricorso e deve pagare le spese processuali.
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Truffa e prescrizione: quando manca l’evidenza di innocenza
L'Imputato, accusato di truffa aggravata per aver ottenuto finanziamenti pubblici per un impianto serricolo realizzato con movimenti terra non autorizzati, impugna la sentenza d'appello che ha dichiarato la prescrizione del reato. Il ricorrente chiede il proscioglimento nel merito per evidenza di innocenza e lamenta la nullità delle notifiche. La Corte di Cassazione dichiara il ricorso inammissibile. I giudici chiariscono che l'evidenza di innocenza richiede una prova immediata e non contestabile, esclusa nel caso di specie dalla presenza di un verbale di sopralluogo sfavorevole. Inoltre, la presenza della prescrizione impedisce di far valere nullità procedurali che richiederebbero il rinvio del processo, prevalendo l'immediata estinzione del reato. L'Imputato perde il ricorso e viene condannato alle spese.
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Truffa: la remissione di querela cancella la condanna in appello
L'Imputato era stato condannato in appello per concorso nel reato di truffa ai danni di una società e del suo legale rappresentante. Successivamente alla sentenza, ma prima della scadenza dei termini per impugnarla, la persona offesa ha presentato la remissione di querela, accettata formalmente dalla difesa dell'imputato. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso, stabilendo che la remissione di querela, intervenuta tempestivamente e regolarmente accettata, estingue il reato. Di conseguenza, la Suprema Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di condanna, ponendo a carico dell'imputato le sole spese processuali in mancanza di accordi diversi tra le parti.
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Concordato in appello: l’accordo sulla pena blocca il ricorso
L'Imputato, condannato per il reato di rapina, ha proposto ricorso per Cassazione contestando la determinazione della pena stabilita tramite concordato in appello. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. I giudici hanno chiarito che il concordato in appello, essendo un accordo tra le parti, preclude la contestazione della misura della pena in sede di legittimità, salvo il caso in cui la sanzione inflitta sia illegale perché fuori dai limiti edittali. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Concordato in appello: l’accordo blocca il ricorso
L'Imputato, condannato per rapina e tentata estorsione, ha concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancata concessione delle attenuanti generiche. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che, una volta raggiunto l'accordo sulla pena in appello, non è possibile contestare la mancata concessione di circostanze attenuanti o la quantificazione della sanzione, a meno che questa non sia palesemente illegale. Di conseguenza, il ricorrente è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: se concordi la pena non puoi ricorrere
L'Imputato, condannato per tentata rapina impropria, ha concordato la pena in appello ai sensi dell'art. 599-bis c.p.p. Successivamente, ha proposto ricorso per Cassazione lamentando la mancanza di motivazione sulla gravità del fatto e sulla sua personalità. La Suprema Corte ha dichiarato inammissibile il ricorso, confermando che il concordato in appello preclude la contestazione dei criteri di determinazione della pena, salvo il caso di sanzione illegale. L'Imputato è stato condannato al pagamento delle spese e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Concordato in appello: l’accordo vieta il ricorso
Un imputato, dopo aver concordato la pena in secondo grado tramite il concordato in appello, ha proposto ricorso per Cassazione. La difesa lamentava la mancata applicazione del principio del ne bis in idem per un reato asseritamente già giudicato. La Corte di Cassazione ha dichiarato il ricorso inammissibile. I giudici hanno chiarito che l'accordo sulla pena comporta la rinuncia implicita ai motivi di appello non concordati. Di conseguenza, non è possibile contestare in sede di legittimità questioni precedentemente rinunciate per ottenere uno sconto di pena. L'imputato è stato condannato al pagamento delle spese processuali e di tremila euro alla Cassa delle ammende.
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Revisione della sentenza di patteggiamento: condannato ma innocente
Il Candidato, accusato di corruzione per aver ottenuto le tracce di un esame di abilitazione professionale, ha definito il procedimento con una sentenza di patteggiamento. Successivamente, i coimputati (tra cui il professore esaminatore e l'usciere intermediario) sono stati assolti con formule piene, poiché è emerso che le tracce erano diverse e che l'usciere non rivestiva la qualifica di incaricato di pubblico servizio. Il Candidato ha quindi richiesto la revisione della sentenza di patteggiamento per inconciliabilità con le assoluzioni dei coimputati. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Candidato, annullando la decisione di rigetto della Corte d'Appello e disponendo un nuovo giudizio, poiché la corruzione richiede necessariamente la partecipazione coordinata di un soggetto pubblico, qui escluso dalle altre sentenze.
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Ricorso contro patteggiamento: i limiti della Cassazione
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento proposto dalla difesa di un imputato condannato per associazione a delinquere e truffa. Il difensore lamentava l'omessa motivazione del giudice sulla mancata pronuncia di una causa di non punibilità. La Suprema Corte ha chiarito che il ricorso contro patteggiamento è limitato esclusivamente a motivi tassativi previsti dalla legge, come l'espressione della volontà, il difetto di correlazione tra richiesta e sentenza, l'erronea qualificazione giuridica e l'illegalità della pena. Poiché il motivo dedotto non rientrava in questi casi, il ricorso è stato respinto con condanna al pagamento delle spese e di una sanzione di tremila euro.
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Accordo e sanzione: i limiti del ricorso contro patteggiamento
L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contro la sentenza del Giudice dell'Udienza Preliminare che aveva applicato la pena concordata tramite patteggiamento. La difesa ha lamentato un vizio di motivazione circa la mancanza di cause di proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso contro patteggiamento, poiché la legge limita rigidamente i motivi di impugnazione per questo rito speciale. Di conseguenza, L'Imputato ha perso la causa ed è stato condannato al pagamento delle spese processuali e al versamento di tremila euro alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso straordinario per errore di fatto: no alla prescrizione
Il Condannato ha proposto un ricorso straordinario per errore di fatto contro una precedente decisione della Cassazione. Sosteneva che i giudici avessero omesso di dichiarare la prescrizione per i reati di falso ideologico e istigazione alla corruzione. La Suprema Corte ha dichiarato il ricorso inammissibile. Per il reato di falso, l'aggravante della natura fidefaciente dell'atto era contestata chiaramente, escludendo la prescrizione. Per l'istigazione alla corruzione, l'inammissibilità del precedente ricorso aveva già determinato il giudicato parziale, impedendo di rilevare la prescrizione successiva. Il ricorrente è stato condannato alle spese e alla Cassa delle Ammende.
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Ricorso Patteggiamento: Inammissibilità per Motivi Errati
Un Lavoratore aveva ricevuto una condanna con patteggiamento. Il suo difensore ha presentato un ricorso per Cassazione, sostenendo che il giudice non aveva motivato il mancato proscioglimento. La Corte di Cassazione ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso patteggiamento. Ha stabilito che il ricorso contro una sentenza di patteggiamento è ammissibile solo per specifici motivi, come vizi di volontà o errori nella qualificazione del fatto, non per difetto di motivazione sul proscioglimento. Il Lavoratore è stato condannato a pagare le spese processuali e una somma alla Cassa delle ammende.
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Patteggiamento: Ricorso inammissibile se non rispetta i limiti
Un Lavoratore aveva concordato una pena (patteggiamento) per i reati a lui contestati, accettando anche di rimborsare le spese legali alle Aziende danneggiate. Successivamente, il Lavoratore ha presentato un ricorso alla Corte di Cassazione, sostenendo che il giudice di primo grado non aveva motivato la mancata assoluzione. La Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso patteggiamento. Ha stabilito che l'appello contro una sentenza di patteggiamento è possibile solo per motivi specifici, non per la mancanza di motivazione sulla possibilità di proscioglimento. Il Lavoratore dovrà pagare le spese processuali e una sanzione.
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Delinquenza Abituale: Patteggia la Pena ma non lo Status di Reo
Un imputato, condannato per rapina aggravata, raggiunge un accordo sulla pena in appello (concordato). Tuttavia, non rinuncia a contestare la declaratoria di delinquenza abituale. La Corte d'Appello, pur applicando la pena concordata, omette di motivare la sua decisione su questo specifico punto. La Corte di Cassazione interviene, annullando la sentenza limitatamente a tale aspetto. Stabilisce un principio chiaro: anche in caso di accordo sulla pena, il giudice deve esaminare e motivare espressamente i punti dell'appello che non sono stati oggetto di rinuncia, come la declaratoria di delinquenza abituale.
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Inammissibilità ricorso patteggiamento: condanna confermata
Un imputato, dopo aver concordato una pena (patteggiamento) per tentata estorsione, ha tentato di impugnarla davanti alla Corte di Cassazione. Sosteneva che il giudice non avesse motivato a sufficienza l'impossibilità di un proscioglimento e che la pena fosse eccessiva. La Corte ha respinto la richiesta, dichiarando l'inammissibilità del ricorso. La sentenza chiarisce che la legge limita fortemente le impugnazioni contro le sentenze di patteggiamento. Non è possibile contestare l'entità della pena concordata né la valutazione del giudice, a meno che non emerga in modo evidente una causa di non punibilità, circostanza non verificatasi nel caso specifico. L'esito conferma la rigidità dei vincoli legati a questo rito speciale.
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Patteggiano la pena ma poi fanno ricorso: Cassazione dice no
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso di due imputati contro la loro sentenza di patteggiamento. Essi contestavano la qualificazione giuridica dei fatti, chiedendo il proscioglimento. La Corte ha ribadito un principio fondamentale: il ricorso contro sentenza di patteggiamento è consentito solo per motivi molto specifici e non può essere utilizzato per rimettere in discussione la valutazione delle prove o per contestazioni generiche. Tentare di ottenere un riesame del merito attraverso l'appello dopo aver concordato la pena si scontra con i limiti imposti dalla legge. Di conseguenza, i ricorsi sono stati respinti e i due imputati condannati a pagare le spese e un'ammenda.
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Reato Prescritto, Risarcimento Dovuto: La Truffa da 70.000€
Una persona veniva condannata a risarcire 70.000 euro a una vittima, indotta a versare la somma con la falsa promessa di una partnership in un negozio di abbigliamento. Successivamente, il reato di truffa è stato dichiarato estinto per prescrizione. Nonostante ciò, la Corte di Cassazione ha confermato l'obbligo di risarcimento. La sentenza stabilisce un principio fondamentale: il risarcimento danno da reato prescritto resta valido se la responsabilità dell'imputato è comunque accertata ai fini civili. L'imputata non ha fornito prove evidenti della sua innocenza, quindi il suo ricorso è stato respinto e la condanna al pagamento confermata.
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Truffa contrattuale: assegno a vuoto per l’affitto non basta
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio fondamentale in materia di truffa contrattuale. Una coppia, dopo aver affittato un appartamento pagando con assegni scoperti, era stata condannata per truffa. Tuttavia, la Suprema Corte ha annullato la condanna. I giudici hanno chiarito che la semplice consegna di assegni a vuoto non è sufficiente per configurare il reato. Per parlare di truffa, è necessario un 'quid pluris', ovvero un comportamento ingannevole aggiuntivo, come una messinscena o false rassicurazioni, volto a raggirare la vittima. In assenza di tali artifizi, si resta nell'ambito di un semplice inadempimento civile. La coppia è stata quindi assolta perché il fatto non costituisce reato.
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Divieto di Reformatio in Pejus: Appello e Condanna Annullata
Un uomo, condannato per tentato furto, presenta appello. La Corte d'Appello modifica il reato in danneggiamento aggravato, ma reintroduce un'aggravante che il primo giudice aveva escluso. La Corte di Cassazione interviene, stabilendo che questa mossa viola il divieto di reformatio in pejus, poiché solo l'imputato aveva impugnato la sentenza. Senza quell'aggravante, il fatto si configura come danneggiamento semplice, reato depenalizzato. Di conseguenza, la Cassazione annulla la condanna perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato.
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