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Dies A Quo — Anno 2022

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608 provvedimenti applicano questo termine

Altri anni per Dies A Quo

Provvedimenti

Divieto di immistione: socio accomandante perde tutto e fallisce
Un socio accomandante di una società in accomandita semplice è stato dichiarato fallito in estensione a causa della violazione del divieto di immistione. L'uomo aveva acquistato un'auto per conto della società senza procura scritta, scelto autonomamente i campionari commerciali ed eseguito operazioni sul conto corrente aziendale. La Corte di Cassazione ha rigettato il suo ricorso, confermando che anche singoli atti di gestione, se decisivi per la strategia aziendale o compiuti senza procura speciale scritta, fanno perdere la responsabilità limitata. La Corte ha inoltre chiarito che il termine di un anno per l'estensione del fallimento decorre solo da quando l'esclusione del socio viene iscritta nel registro delle imprese, garantendo così la certezza del diritto per i creditori.
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Liquidazione della quota del socio: la prescrizione non è immediata
Un socio recede da una società di persone e richiede la liquidazione della propria quota. La società eccepisce la prescrizione quinquennale del credito, sostenendo che il termine decorra dal giorno del recesso. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso del socio, stabilendo che la prescrizione del diritto alla liquidazione della quota del socio inizia a decorrere solo dopo sei mesi dallo scioglimento del rapporto sociale. Questo perché, secondo l'articolo 2289 del Codice Civile, la società ha sei mesi di tempo per pagare, rendendo il credito esigibile solo allo spirare di tale termine. Di conseguenza, la domanda giudiziale del socio, presentata entro i cinque anni successivi alla scadenza del semestre, è pienamente tempestiva.
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Sanzioni amministrative: la Cassazione rinvia sulla prescrizione
Il Comune ha impugnato la decisione della Corte d'Appello che aveva annullato le sanzioni amministrative inflitte a una società per attività estrattiva abusiva, ritenendo l'illecito prescritto in quanto l'attività era cessata nel 2007. Il relatore della Cassazione aveva proposto il rigetto del ricorso. Tuttavia, la Suprema Corte ha rilevato la mancanza dei presupposti per una decisione immediata in camera di consiglio e ha rinviato la causa alla pubblica udienza per un esame più approfondito.
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Notifica a mezzo posta privata: il Fisco perde il ricorso tardivo
L'Agenzia delle Entrate ha impugnato la decisione della Commissione Tributaria Regionale che dichiarava inammissibile il suo appello contro una società immobiliare. La notifica dell'appello era stata effettuata tramite un servizio postale privato. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Ufficio, confermando l'inammissibilità dell'impugnazione. I giudici hanno chiarito che la notifica a mezzo posta privata effettuata da un operatore privo di licenza è nulla e non inesistente. Tuttavia, la sanatoria per raggiungimento dello scopo non garantisce la tempestività del ricorso in mancanza di certezza legale sulla data di consegna. Poiché l'Amministrazione finanziaria non ha fornito la prova della tempestività della notifica entro i termini di legge, l'appello è stato dichiarato tardivo. Vince la società immobiliare, con compensazione delle spese di giudizio.
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Frode assicurativa: condannato il complice anche senza amicizia
Un soggetto ha falsificato i documenti di proprietà di un veicolo per consentire al reale proprietario di pagare un premio assicurativo ridotto. La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per concorso in frode assicurativa, dichiarando inammissibile il ricorso del complice. I giudici hanno chiarito che la frode assicurativa non è un reato proprio riservato solo all'assicurato, ma può essere commessa da chiunque manipoli il rapporto contrattuale, anche se terzo. Inoltre, la Corte ha stabilito che il complice risponde di concorso anche senza un legame di amicizia pregresso con il proprietario. Infine, la compagnia assicuratrice, costituitasi parte civile, ha diritto al rimborso delle spese legali per aver depositato memorie scritte utili, anche senza aver partecipato fisicamente all'udienza di discussione.
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Inammissibilità del ricorso per tardività: condanna per rapina
Il caso riguarda Il Ricorrente, condannato per concorso in rapina pluriaggravata. Il difensore ha presentato ricorso in Cassazione oltre il termine di quarantacinque giorni previsto dalla legge, calcolato considerando la sospensione feriale dei termini. Successivamente, Il Ricorrente ha depositato una dichiarazione di rinuncia al ricorso. La Corte di Cassazione ha stabilito che l'inammissibilità originaria per il ritardo nella presentazione assorbe e prevale sulla successiva rinuncia. Di conseguenza, la Suprema Corte ha dichiarato l'inammissibilità del ricorso per tardività, condannando Il Ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria di cinquecento euro a favore della Cassa delle Ammende.
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Notifica tramite posta privata: Fisco battuto per appello tardivo
L'Amministrazione Finanziaria ha impugnato la decisione di primo grado che annullava un avviso di accertamento catastale a un contribuente. L'appello è stato spedito tramite un operatore postale privato. La Commissione Tributaria Regionale ha dichiarato inammissibile l'appello per invalidità della notifica. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'ente pubblico. I giudici hanno chiarito che la notifica tramite posta privata senza licenza è nulla e non inesistente. Tuttavia, la sanatoria per raggiungimento dello scopo non salva la tempestività dell'appello. Mancando la certezza legale della data di spedizione, rileva solo la data di effettiva ricezione da parte del destinatario. Nel caso specifico, tale data superava il termine semestrale di decadenza, rendendo l'appello tardivo e inammissibile.
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Sospensione dei termini di impugnazione: il calcolo errato
L'Amministrazione Finanziaria ha emesso un avviso di accertamento per maggior reddito professionale nei confronti del Contribuente. La Commissione Tributaria Regionale ha accolto l'appello dell'ufficio. Il Contribuente ha proposto ricorso per cassazione oltre i termini di legge. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso per tardività. I giudici hanno chiarito che la sospensione straordinaria di nove mesi per la definizione agevolata delle controversie decorre dalla scadenza del termine ordinario di impugnazione. Inoltre, tale sospensione straordinaria non è cumulabile con la sospensione feriale ordinaria in caso di sovrapposizione dei periodi. Di conseguenza, la sospensione dei termini di impugnazione non ha salvato il ricorso tardivo, e il Contribuente è stato condannato al pagamento delle spese di giudizio.
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Piena conoscenza dell’atto tributario: no a termini su dati vaghi
Il Contribuente ha impugnato un avviso di accertamento sostenendo di non averlo mai ricevuto regolarmente. La Commissione Tributaria Regionale ha dichiarato il ricorso tardivo, calcolando il termine di sessanta giorni dal momento in cui il cittadino aveva chiesto informazioni generiche all'ufficio. La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del Contribuente, stabilendo che la semplice richiesta di chiarimenti non equivale alla piena conoscenza dell'atto tributario. Quest'ultima si configura solo quando il destinatario apprende i dettagli del contenuto e le ragioni di fatto e di diritto della pretesa fiscale. Grava sull'Amministrazione Finanziaria l'onere di provare che il contribuente abbia avuto tale informazione completa in data anteriore. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio.
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Decadenza dalle agevolazioni tributarie: la forza maggiore salva
Una società immobiliare acquista un terreno usufruendo di benefici fiscali, ma non realizza alcuna costruzione entro i cinque anni previsti dalla legge. L'Amministrazione Finanziaria notifica un avviso di liquidazione per il recupero delle imposte ordinarie. La società si difende invocando la forza maggiore per il ritardo nei lavori. La Corte di Cassazione accoglie il ricorso della contribuente, stabilendo che la decadenza dalle agevolazioni tributarie non si verifica se il mancato completamento dell'opera entro il termine di legge è dovuto a cause esterne, imprevedibili e inevitabili. La sentenza viene cassata con rinvio per accertare la sussistenza della forza maggiore.
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Domanda ultra tardiva: il professionista perde il credito
Un professionista ha proposto una domanda ultra tardiva per l'ammissione al passivo di un fallimento, richiedendo il pagamento di prestazioni professionali svolte in favore della società prima del dissesto. Il Tribunale ha dichiarato inammissibile la richiesta poiché il creditore era a conoscenza del fallimento da oltre due anni prima di attivarsi, escludendo quindi una causa a lui non imputabile. La Corte di Cassazione ha confermato tale decisione, ribadendo che il termine di dodici mesi per la presentazione della domanda ultra tardiva decorre dal decreto di esecutività dello stato passivo riguardante le domande tempestive. Di conseguenza, il ricorso del professionista è stato dichiarato inammissibile.
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Insolvenza fraudolenta: la querela tardiva non salva il debitore
La Corte di Cassazione ha confermato la condanna per il reato di insolvenza fraudolenta a carico di un debitore che aveva nascosto la propria incapacità di pagare. L'imputato sosteneva che la querela fosse tardiva, calcolando la scadenza dalla data di emissione della fattura. I giudici hanno invece chiarito che il termine per presentare la querela inizia a decorrere solo quando la persona offesa acquisisce una conoscenza completa, certa e diretta dello stato di insolvenza e dell'inganno, e non dal semplice mancato pagamento. L'onere di dimostrare la tardività spetta a chi la contesta. Di conseguenza, il ricorso dell'imputato è stato dichiarato inammissibile, confermando la sua colpevolezza e condannandolo al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria.
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Inammissibilità per tardività: un giorno di ritardo costa caro
La Corte di Cassazione ha confermato l'inammissibilità per tardività dell'appello proposto dall'Imputato. L'atto di appello era stato depositato il 13 settembre 2018, un giorno oltre la scadenza del termine utile fissata al 12 settembre 2018, calcolata considerando la sospensione feriale dei termini. L'Imputato ha proposto ricorso per cassazione contestando solo il merito della pena e non la decisione sulla tardività. La Suprema Corte ha ribadito che la mancata contestazione della questione preliminare di rito preclude l'esame dei motivi di merito. Di conseguenza, il ricorso è stato dichiarato inammissibile, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una sanzione pecuniaria a favore della Cassa delle Ammende.
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Giudicato cautelare: no a nuovi ricorsi senza prove inedite
L'Indagato ha richiesto la perdita di efficacia della custodia cautelare in carcere, invocando la retrodatazione dei termini per una presunta contestazione a catena. Il Tribunale ha respinto la richiesta, rilevando che sulla questione si era già formato il giudicato cautelare. La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso dell'Indagato. I giudici hanno chiarito che le decisioni sulle misure cautelari, una volta esauriti i mezzi di impugnazione, non possono essere riproposte senza elementi di fatto nuovi o sopravvenuti. Nel caso specifico, inoltre, la seconda misura si basava su nuove e decisive dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, emerse successivamente. L'Indagato perde il ricorso e viene condannato al pagamento delle spese e di una sanzione pecuniaria.
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Rivalutazione contributiva per amianto: stop ai ricorsi tardivi
Il Lavoratore ha richiesto all'INPS la rivalutazione contributiva per amianto per il periodo dal 1987 al 2000. La Corte d'Appello ha accolto la domanda, ritenendo che la prescrizione non potesse decorrere prima del riconoscimento ufficiale dell'esposizione. L'INPS ha impugnato la decisione in Cassazione, sostenendo che il termine di prescrizione decennale decorre dal momento in cui il lavoratore acquisisce la consapevolezza del rischio, coincidente con la presentazione della domanda di accertamento all'INAIL avvenuta nel 1996. La Suprema Corte ha accolto il ricorso dell'INPS, stabilendo che la richiesta presentata dal lavoratore solo nel 2013 è tardiva poiché il diritto si era ormai prescritto. La sentenza è stata cassata con rinvio.
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Prescrizione contributi Gestione Separata: la proroga salva INPS
L'INPS ha richiesto a un avvocato il pagamento dei contributi previdenziali per l'anno 2010 alla Gestione Separata. La Corte d'Appello ha ritenuto il diritto prescritto. La Cassazione ha invece accolto il ricorso dell'INPS, stabilendo che la prescrizione contributi Gestione Separata decorre dalla scadenza effettiva del termine di pagamento. Di conseguenza, se un decreto proroga la scadenza del versamento delle imposte e dei contributi (nel caso specifico, al 6 luglio 2011), anche il termine di inizio della prescrizione viene spostato in avanti. La sentenza impugnata è stata cassata con rinvio per un nuovo esame.
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Prescrizione contributi previdenziali: omissione RR non è dolo
L'Ente Previdenziale ha richiesto a un professionista il pagamento dei contributi per la gestione separata del 2009. L'avviso di addebito è stato notificato oltre i cinque anni dalla scadenza. L'Ente ha sostenuto che l'omessa compilazione del quadro RR nella dichiarazione dei redditi costituisse un occultamento doloso del debito, idoneo a sospendere la prescrizione contributi previdenziali. La Corte d'Appello ha respinto la tesi, ritenendo l'omissione insufficiente a dimostrare il dolo e superabile con ordinari controlli. La Corte di Cassazione, rilevando la particolare importanza della questione sulla decorrenza dei termini e sulla possibilità per il giudice di rilevarla d'ufficio, ha disposto il rinvio della causa alla sezione ordinaria per la decisione in pubblica udienza.
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Prescrizione contributi previdenziali: Quadro RR vuoto non è dolo
L'INPS ha richiesto a un libero professionista il pagamento dei contributi per la Gestione separata relativi all'anno 2008. Il professionista ha eccepito la prescrizione del credito, sostenendo che il termine di cinque anni fosse già decorso al momento della notifica dell'avviso di pagamento nel 2014. L'INPS ha contestato la decisione, sostenendo che la prescrizione fosse sospesa a causa della mancata compilazione del Quadro RR nella dichiarazione dei redditi (ritenuta occultamento doloso) e che il termine iniziale fosse prorogato da un decreto ministeriale. La Corte di Cassazione, con un'ordinanza interlocutoria, ha rimesso la causa alla Sezione Quarta civile per approfondire la rilevabilità d'ufficio della corretta decorrenza del termine, non decidendo ancora il vincitore ma rinviando la discussione sul tema della prescrizione contributi previdenziali.
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Prescrizione del risarcimento danni: banca sconfitta dal default
Un risparmiatore ha citato in giudizio la propria banca chiedendo il ristoro delle perdite subite a causa dell'acquisto di obbligazioni argentine, avvenuto senza che l'istituto lo avesse informato dei reali rischi dell'operazione. La banca si è difesa eccependo la prescrizione del risarcimento danni, sostenendo che il termine di dieci anni dovesse decorrere dalla data di acquisto dei titoli. La Corte di Cassazione ha invece confermato che la prescrizione del risarcimento danni inizia a decorrere solo dal momento in cui il danno si manifesta concretamente nella sfera patrimoniale del cliente, ossia dalla data del default dello Stato argentino (dicembre 2001), quando l'investitore ha avuto effettiva percezione della perdita. Il ricorso della banca è stato dichiarato inammissibile, confermando la condanna al risarcimento.
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Sorveglianza speciale: il carcere non cancella gli obblighi
Un cittadino, sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, è stato condannato per essere uscito di notte violando le prescrizioni. L'uomo si era difeso sostenendo che, dopo un periodo di custodia cautelare in carcere che aveva sospeso la misura, l'efficacia degli obblighi non fosse automaticamente ripresa in mancanza della redazione di un nuovo verbale di sottoposizione. La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso, stabilendo che la sorveglianza speciale riprende la sua efficacia automaticamente dal momento in cui cessa la detenzione. La redazione del verbale ha infatti una funzione di semplice documentazione e non costitutiva della misura, la cui vigenza originaria era già stata legalmente notificata all'interessato.
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